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Differenza tra recesso e ripensamento

27 Maggio 2021
Differenza tra recesso e ripensamento

Come interrompere un contratto: il recesso costituisce una dichiarazione unilaterale che fa cessare il vincolo tra le parti dal momento in cui essa viene a conoscenza dell’altra parte.

Si sente spesso parlare di diritto di ripensamento e di recesso da un contratto. Chi però non è un esperto di diritto ha difficoltà a comprendere l’esatta portata dei due termini, quando cioè si applica l’uno e quando l’altro. Tuttavia, la differenza tra recesso e ripensamento è estremamente facile e può essere compresa in poche parole. 

Il diritto di ripensamento consente al solo consumatore che acquista fuori dal negozio di restituire l’oggetto acquistato entro 14 giorni, senza fornire motivazioni. 

Il diritto di recesso è invece un concetto più ampio, che abbraccia non solo il diritto di ripensamento ma anche tutta una serie di ulteriori cause che consentono di interrompere l’esecuzione del contratto. Ad esempio, nei contratti a tempo indeterminato (si pensi al conto corrente, al rapporto di lavoro, alla fornitura di un’utenza domestica, a un abbonamento, all’affitto e così via), è consentito il recesso in qualsiasi momento, salvo in alcuni casi l’obbligo del preavviso. 

Possiamo quindi dire che la differenza tra recesso e ripensamento è solo in termini quantitativi: il recesso ricomprende il ripensamento e ulteriori cause di risoluzione (ossia di scioglimento) del contratto. 

Parlando singolarmente di tali categorie si potranno comprendere meglio i relativi confini.

Cos’è il diritto di ripensamento

Il diritto di ripensamento è una causa di recesso unilaterale dal contratto. In particolare, chi acquista fuori dai locali commerciali (ad esempio, da Internet, da una televendita, da un operatore telefonico) e lo fa in veste di consumatore (ossia per un’esigenza non collegata all’attività lavorativa) ha 14 giorni di tempo, dalla consegna dell’oggetto acquistato, per valutarlo e verificare se è conforme alle proprie aspettative. Se così non dovesse essere, il consumatore ha il diritto di restituirlo al venditore, comunicandogli l’esercizio del proprio diritto di recesso. Non c’è bisogno di fornire giustificazioni: basta solo che tale volontà sia espressa nel termine appena indicato. Inoltre, è possibile esercitare tale facoltà anche se il prodotto dovesse essere stato scartato dall’imballaggio e utilizzato. 

L’esercizio del diritto di ripensamento non è sindacabile dal venditore: non può cioè questi decidere se accettarlo o meno. Egli deve, al contrario, restituire prontamente i soldi al consumatore.

Cos’è il diritto di recesso?

Il recesso consiste nella manifestazione di volontà di una delle parti, concessa da una legge o da una clausola contrattuale, di sciogliere il contratto in corso.

Esistono svariate forme di recesso. La prima l’abbiamo appena vista e consiste nel diritto di ripensamento. Il ripensamento però è utilizzabile solo per determinate categorie contrattuali (i contratti fuori dai locali commerciali) e da determinati soggetti (i consumatori). 

Negli altri casi, invece, il recesso può essere esercitato in costanza di altre condizioni.  

C’è ad esempio il recesso dai contratti ad esecuzione continuativa o periodica, come ad esempio un conto corrente o un’utenza telefonica. In tal caso, è sempre possibile recedere unilateralmente dal contratto, rispettando l’eventuale termine di preavviso indicato nel contratto stesso. Naturalmente, il recesso ha valore solo dal momento in cui viene comunicato e non per il passato.

Nei contratti a prestazione immediata, che si consumano cioè in un solo istante (si pensi alla vendita di un oggetto), il recesso unilaterale è ammesso solo se previsto nel contratto e sempre che il contratto stesso non sia già stato eseguito (articolo 1373 del Codice civile).

Poi, esiste il recesso per eccessiva onerosità sopravvenuta (articolo 1467 del Codice civile). In particolare, nei contratti ad esecuzione continuata o periodica ovvero ad esecuzione differita, se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve tale prestazione può domandare la risoluzione del contratto.

Esiste poi il recesso nei contratti di lavoro subordinato. Qui il recesso del dipendente – le dimissioni – è sempre ammesso salvo il preavviso, purché non si tratti di contratto a tempo determinato. Invece, il recesso del datore di lavoro – il licenziamento – è consentito solo al ricorrere di determinate cause: cause di natura economica (crisi dell’azienda, cessione del ramo, cessazione dell’attività) o disciplinare (licenziamento per giustificato motivo soggettivo, determinato dal comportamento colpevole o negligente del dipendente. 

Sia il datore di lavoro che il dipendente possono recedere in qualsiasi momento dal contratto, senza dare il preavviso, se sussiste una giusta causa.

C’è poi il recesso dal contratto di locazione che, come noto, deve essere fornito sei mesi prima del rinnovo automatico e che consente a ciascuna delle parti di interrompere la prosecuzione del rapporto.



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