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Lo sai che? Autotutela: se l’Agenzia Entrate sostituisce l’atto già impugnato paga le spese di lite

Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 15 aprile 2014

Se l’amministrazione finanziaria cancella, in l’autotutela, l’atto viziato quando ormai il contribuente lo ha già impugnato davanti al giudice, l’estinzione della causa per “cessata materia del contendere” non impedisce la condanna alle spese del fisco.

Il fisco, qualora si accorga che un proprio atto è viziato, può sempre annullarlo e sostituirlo con un altro di identico contenuto, esente da errori. Questo potere viene detto “autotutela” e può essere esercitato anche se il contribuente ha già avviato l’impugnazione dell’atto viziato davanti alla Commissione Tributaria Provinciale.

In tal caso, l’annullamento del primo atto determina automaticamente la cessazione della causa (i giuristi la chiamano “cessazione della materia del contendere”); ma ciò non toglie che l’Agenzia delle Entrate sia comunque tenuta a pagare le spese processuali sostenute dal contribuente che è stato costretto ad intraprendere il giudizio.

Lo ha sancito la Commissione Tributaria Provinciale di Lecce con una recente sentenza [1].

Questo ragionamento è conseguenza di un principio elaborato dalla Corte Costituzionale, detto “principio di soccombenza “virtuale[2].

La Commissione Tributaria ha ricordato che il processo tributario è – così come ogni altro processo civile o amministrativo – ispirato al principio di responsabilità per le spese del giudizio: chi perde, paga le spese legali alla parte che ha vinto (anche detto “principio di soccombenza”) [3].

Sulla base di questa premessa, i giudici hanno giustamente ritenuto che, anche in caso di cessazione del giudizio per annullamento dell’atto viziato – e conseguente cessazione della materia del contendere – l’amministrazione fiscale deve essere condannata alla rifusione delle spese di lite.

Ragionando diversamente, il fisco verrebbe privilegiato rispetto al cittadino. L’amministrazione, infatti, accorgendosi, in corso di causa, di avere torto, potrebbe sempre ritirare l’atto viziato senza pagare le conseguenze del proprio errore: conseguenze che, invece, così finirebbero per ricadere sul contribuente, costretto a sobbarcarsi gli oneri di una causa per ripristinare il rispetto della legalità.

Non sempre però è legittimo disporre la condanna alle spese. Il giudice deve sempre verificare, caso per caso, il comportamento tenuto dalle parti processuali.

Per esempio, il magistrato potrebbe disporre la compensazione delle spese (ossia: ciascuno sostiene le proprie spese) quando l’Agenzia delle Entrate dimostri, in giudizio, che l’errore dell’atto è emerso solo a seguito dell’esame della documentazione esibita e/o dalle argomentazioni esposte, per la prima volta, dal contribuente proprio davanti al giudice e non prima. Sicché era impossibile per il fisco non sbagliare.

La compensazione potrebbe ancora essere disposta in caso di oggettiva incertezza delle leggi o degli orientamenti giurisprudenziali, o quando è successivamente intervenuta una norma che ha modificato la materia.

Cos’è l’autotutela sostitutiva?

Attraverso tale strumento, l’Amministrazione può sostituire un proprio atto impositivo viziato con un atto nuovo immune da vizi: l’esercizio di tale potere deve, però, essere effettuato entro il termine di decadenza del tributo e sempreché, sull’atto viziato, non si sia nel frattempo formato un giudicato (ossia una pronuncia del giudice non più modificabile).

Diversamente, si verificherebbe un’ipotesi di elusione o violazione del giudicato formatosi sull’atto “autotutelato” [4].

note

[1] CTP di Lecce sent. n. 577/02/14 del 21.02.2014.

[2] C. Cost. sent. n. 272 del 12.07.2005 con cui (attraverso una tipica pronuncia “additiva”) ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 46, comma 3, del decreto legislativo n. 546 del 1992, nella parte in cui prevede la compensazione automatica delle spese di lite nel caso di cessazione della materia del contendere.

[3] Art. 15 del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546.

[4] Cass., sent. n. 24620/2006. Non osta comunque alla possibilità di esercitare tale potere la presenza di un giudicato solo formale, che non abbia pronunciato sul merito del rapporto tributario sottostante l’atto oggetto di sostituzione. Secondo la Cassazione (sent. n. 4372 del 2011 e n. 15874 del 2009) le innovazioni possono “investire tutti gli elementi strutturali dell’atto, costituiti dai destinatari, dall’oggetto e dal contenuto e può condurre alla mera eliminazione dal mondo giuridico, del precedente o alla sua eliminazione ed alla contestuale sostituzione con un nuovo provvedimento diversamente strutturato”. Si può ricordare, a titolo d’esempio, il caso della mancata indicazione dell’aliquota d’imposta quando la stessa sia prevista dalla legge a pena di nullità (cfr. Cass. n. 11114 del 2003) o (come nel caso affrontato dalla pronuncia in commento) della modifica della motivazione.

Il potere di autotutela sostitutiva va tenuto distinto da quello dell’Amministrazione finanziaria di “integrare” un precedente atto di accertamento che, ai sensi dell’art. 57 quarto comma del D.P.R. n. 633 del 1972 per l’Iva, e dell’art. 43 quarto comma del D.P.R. n. 600 del 1973 per le imposte sui redditi, presuppone la “sopravvenuta conoscenza di nuovi elementi” e che non comporta la sostituzione dell’atto già emanato con quello nuovo. Tale facoltà rientra invece nel potere dell’Amministrazione di correggere gli errori dei propri atti, sostituendoli con provvedimenti nuovi, con dispositivo, motivazione o altro elemento differente, in quanto emendati del vizio originario.

L’emanazione di un avviso di accertamento non consuma, infatti, il potere dell’Amministrazione di esercitare la funzione impositiva, anche in conformità ai principi di cui agli articoli 53 e 97 della Costituzione: di conseguenza, finché non siano scaduti i termini per l’accertamento fissati dalle singole leggi d’imposta e sempre che non si sia formato un giudicato sul rapporto tributario controverso, l’Ufficio può procedere alla correzione dei vizi mediante un nuovo atto, previo annullamento di quello sostituito, nel rispetto del divieto della plurima imposizione in dipendenza dello stesso presupposto (Cass. sent. n. 24620 del 2006, n. 11114 del 2003 e n. 3951 del 2002).

 

Autore immagine: 123rf.com


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