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Come non commettere diffamazione con un articolo

27 Maggio 2021
Come non commettere diffamazione con un articolo

Diffamazione a mezzo stampa: come non essere querelati e condannati se la notizia si rivela falsa. 

Una recente sentenza della Cassazione spiega come non commettere diffamazione con un articolo pubblicato su un blog, un sito Internet o su un giornale di carta [1]. Seguendo queste indicazioni non si può essere quindi denunciati per diffamazione a mezzo stampa, un reato che riguarda tanto chi scrive sul web, tanto chi scrive sulle riviste tradizionali. 

Le istruzioni fornite dalla Suprema Corte finiscono per essere una scappatoia in favore del giornalista che, volendo dare atto di una notizia di cui è venuto a conoscenza tramite le proprie fonti, ma non essendone certo, non vuole rischiare condanne penali nel caso in cui la stessa notizia dovesse poi rivelarsi falsa. Ecco allora come non commettere diffamazione con un articolo.

L’uso del condizionale

Il primo elemento essenziale per non subire una querela è l’uso del condizionale. La forma dubitativa dell’espressione deve lasciare intendere al lettore che la notizia non è stata confermata e, pertanto, è tutt’altro che certa. 

La verifica dell’attendibilità della fonte

Il giornalista deve sempre verificare l’attendibilità delle fonti da cui attinge la notizia, non potendo pubblicare qualsiasi fatto da chiunque narrato, senza un previo e approfondito vaglio. Il semplice fatto di scaricare la patata bollente sulla fonte non esclude la sua responsabilità.

L’indicazione della fonte

Ma quando la fonte non può essere completamente verificabile e, tuttavia, la pubblicazione della notizia è di interesse pubblico, come si deve comportare il giornalista? Secondo la Cassazione, il reato di diffamazione a mezzo stampa non può ritenersi consumato se l’informazione divulgata sulla stampa è stata acquisita da una fonte chiaramente indicata nell’articolo stesso. È naturale però che il giornalista deve dimostrare che la fonte era l’unica possibile. Rischierà pertanto una condanna per diffamazione aggravata chi dà atto di semplici “voci di corridoio” o vuol mantenere segreta l’identità dei propri informatori nel momento in cui pubblica una notizia rivelatasi poi falsa. 

Nel caso specifico deciso dalla Cassazione, la contestazione rivolta a un giornalista verteva in merito a un’udienza tenutasi in assenza del pubblico e sulla quale era stato possibile ottenere la narrazione soltanto delle parti offese, mentre gli imputati e i loro avvocati avevano preferito non fornire informazioni alla stampa. Ciò nonostante, il giornalista aveva deciso di divulgare quanto appreso dai consulenti tecnici in base al racconto delle vittime, il tutto nell’ambito di un processo di rilevante interesse pubblico. La successiva verifica del materiale processuale aveva però fatto emergere, in un momento successivo, che le dichiarazioni erano fondamentalmente false.

Secondo la Cassazione, l’impegno del giornalista nel verificare la verità di una notizia, se non si è rivelato possibile – come nel caso di un processo a porte chiuse – esclude la punibilità per diffamazione ed è pertanto possibile riconoscere l’esimente dell’esercizio del diritto di cronaca. A maggior ragione, se correttamente allerta l’attenzione critica del lettore utilizzando un linguaggio non assertivo, ma “condizionato”. 

La rilevanza del fatto narrato

Elemento essenziale per la legittimità del diritto di cronaca consiste nella rilevanza del fatto narrato: se i fatti sono di rilevante interesse pubblico (nel senso che non suscitano solo e semplicemente curiosità), tale interesse prevale sulla tutela della reputazione. Si pensi a un politico nazionale indagato per un certo reato: i cittadini hanno interesse a conoscere le notizie su una persona che li governa. Anche i gossip vengono fatti rientrare nella rilevanza pubblica.

note

[1] Cass. sent. n. 20873/21

Autore immagine: depositphotos.com


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