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Quando non è ammessa la prova testimoniale?

28 Maggio 2021
Quando non è ammessa la prova testimoniale?

Processo civile: chi può testimoniare, il caso del coniuge, i familiari e parenti, il minorenne, il dipendente e le persone portatrici di un interesse a partecipare al giudizio. 

La testimonianza è una delle prove cui più spesso si fa ricorso nei processi, civili e penali (è vietata solo nel processo tributario). Ma chi può testimoniare? In generale, tutti coloro che hanno assistito personalmente e direttamente al fatto oggetto del giudizio. Ecco perché li si chiama volgarmente «testimoni oculari». 

Il Codice di procedura civile indica quando non è ammessa la prova testimoniale e, come vedremo a breve, lo fa in modo piuttosto generico e vago. Proprio per questo, vale la pena soffermarsi su tale aspetto e spiegare quali soggetti non possono testimoniare in un processo. 

Familiari e parenti possono testimoniare?

Contrariamente a quanto comunemente si crede, i rapporti di familiarità, parentela o convivenza con una delle parti di un processo non incidono sulla capacità a testimoniare: pertanto, può deporre dinanzi al giudice il coniuge (anche se in comunione dei beni), il figlio o uno dei genitori della parte. Lo stesso dicasi per i fratelli, le sorelle, i cugini, il suocero o la suocera, la cognata o il genero e via dicendo. 

Le parti di un processo possono testimoniare?

Nel processo civile, tutte le parti del processo – anche quelle non costituite in giudizio – non possono testimoniare. Nel processo penale, invece, la vittima viene ascoltata dal giudice e le sue deposizioni possono valere come prova. Ciò consente di punire reati che si consumano in segreto, “a tu per tu”, e che altrimenti non potrebbero mai essere dimostrati (si pensi all’estorsione, alla violenza sessuale, alle minacce, ecc.).

Un avvocato può testimoniare in un processo?

L’avvocato che difende una delle due parti non può testimoniare nel processo in cui svolge la sua attività di difensore; tuttavia, cessata tale sua qualità, può diventare testimone nel processo.

L’avvocato può testimoniare in un processo civile, in una fase in cui non svolge ancora il ruolo di avvocato costituito, assumendo le vesti di avvocato dopo la testimonianza resa.

Per deontologia, tuttavia, l’avvocato non può testimoniare in merito a fatti conosciuti nell’esercizio delle sue funzioni. 

I dipendenti possono testimoniare?

I dipendenti possono testimoniare nelle cause che vedono il proprio datore di lavoro come parte del giudizio. Per il solo fatto di essere dipendente non si può ritenere scarsamente attendibile, tale qualità può però essere considerata dal giudice del merito per valutare l’attendibilità del teste.

Il dipendente non può invece testimoniare se è parte in causa nel processo per il quale viene sentito (anche se ha a sua volta proposto separatamente analogo giudizio nei confronti dello stesso datore di lavoro) o se sta a sua volta svolgendo un’autonoma causa contro il datore di lavoro per lo stesso motivo (si pensi a un’azione per ottenere il risarcimento da mancata adozione di misure di sicurezza).

Gli investigatori privati possono essere testimoni?

Non ci sono dubbi sulla capacità di poter testimoniare degli investigatori privati. Anzi, alla loro deposizione si ricorre proprio per avvalorare i report scritti che, invece, non avrebbero alcun valore documentale nel processo né civile, né penale.

Un minorenne può testimoniare?

Il minorenne può testimoniare: la minore età incide solo sulla valutazione della testimonianza resa e, quindi, sulla sua attendibilità [1].

Quando non è ammessa la prova testimoniale?

In generale, non può essere chiamato a testimoniare chi ha nella causa un interesse giuridicamente qualificato che può legittimare la sua partecipazione al giudizio stesso. Così recita l’articolo 246 del Codice di procedura civile. Ma cosa significa questa espressione? Quando non è ammessa la prova testimoniale? L’incapacità a testimoniare prevista dalla legge si identifica con l’interesse ad avviare una causa (o a resistere a una causa da altri già intentata) per la medesima questione. L’interesse deve essere concreto e attuale, tale da coinvolgere il soggetto nel rapporto controverso. 

Come chiarito dalla Cassazione, «L’incapacità a deporre prevista dal codice di procedura civile si verifica solo quando il teste è titolare di un interesse personale, attuale e concreto, che lo coinvolga nel rapporto controverso, alla stregua dell’interesse ad agire di cui all’articolo 100 del Cpc, tale da legittimarlo a partecipare al giudizio in cui è richiesta la sua testimonianza, con riferimento alla materia in discussione, non avendo invece rilevanza l’interesse di fatto a un determinato esito del processo, né un interesse, riferito ad azioni ipotetiche, diverse da quelle oggetto della causa in atto, proponibili dal teste medesimo o contro di lui, a meno che il loro collegamento con la materia del contendere non determini già concretamente un titolo di legittimazione alla partecipazione al giudizio».

Tanto per fare un esempio, se in generale può testimoniare il coniuge in regime di comunione dei beni, questa sua capacità viene meno se la causa ha ad oggetto beni della comunione stessa, in quanto questi è portatore di un interesse che legittimerebbe il suo intervento nel giudizio [2].

Un altro caso tipico in cui non è ammessa la testimonianza è, in caso di incidente stradale, quella del passeggero del veicolo danneggiato, quando presenta un proprio interesse ad agire verso le parti del giudizio o a contraddirle. Altrettanto dicasi per l’autista di un mezzo feritosi in un incidente nella causa tra la società titolare del veicolo e l’altro conducente danneggiato.

Se sussiste un fatto che comporta un danno per più persone (ad esempio, gli scarichi in un fiume o il rumore proveniente da un’autorimessa), i danneggiati non possono testimoniare l’uno a favore dell’altro nella relativa causa di risarcimento. Tutti infatti sono interessati al medesimo giudizio.

Ancora incapaci a testimoniare sono i singoli condomini, nella lite promossa da un condòmino nei confronti del condominio in relazione alla ripartizione delle spese sostenute per l’utilizzazione della cosa comune (potendo assumere la qualità di parti).

La valutazione sulla capacità di testimoniare deve avvenire al momento in cui la deposizione viene resa.

Testimonianza per provare un contratto

La prova testimoniale è sempre ammessa per contratti di valore inferiore a 2,58 euro. Negli altri casi, la prova per testimoni avente ad oggetto dei contratti è ammessa solo se il giudice lo ritiene necessario per la soluzione della causa, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza. Ad esempio, se per prassi un contratto si stipula oralmente (come i contratti conclusi per telefono) il giudice può ammettere la prova testimoniale anche se il valore supera 2,58 euro.

Il giudice può dunque ammettere la prova testimoniale, ma tale scelta è subordinata a una concreta valutazione delle ragioni in base alle quali, nonostante l’esigenza di prudenza e di cautela che normalmente richiedono gli impegni relativi a notevoli esborsi di denaro, la parte non abbia predisposto una documentazione scritta.

Il giudice può ammettere la testimonianza per provare l’esistenza di patti aggiunti o contrari successivi alla formazione di un documento solo se, avuto riguardo alla qualità delle parti, alla natura del contratto e ad ogni altra circostanza, appare verosimile che siano state effettuate aggiunte o modificazioni verbali.

I patti aggiunti o contrari stipulati successivamente al documento sono solo quelli che apportano alle clausole contrattuali aggiunte o modifiche volte a regolare diversamente particolari aspetti del rapporto tra le parti.

Testimonianza per provare un pagamento 

È possibile provare per testimoni un pagamento o una remissione di un debito che abbia un valore superiore a € 2,58 solo se il giudice lo ritiene necessario per la soluzione della causa, tenuto conto della qualità delle parti, della natura del contratto e di ogni altra circostanza (art. 2726 del Codice civile). La prova del pagamento (così come della remissione del debito) è sottoposta quindi alle stesse limitazioni probatorie valevoli per il contratto.


note

[1] Cass. 19 giugno 1997 n. 5485.

[2] C.Cost. 24 febbraio 1995 n. 62; Cass. 8 maggio 2015 n. 9304, Cass. 21 gennaio 2010 n. 988, Cass. 22 aprile 2008 n. 10398)


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