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Cosa non fare in caso di separazione?

30 Maggio 2021
Cosa non fare in caso di separazione?

Errori da non fare in caso di separazione, in vista del successivo divorzio: dal mantenimento agli accordi di trasferimento della casa. 

Ci sono alcuni errori che vengono comunemente commessi dalle coppie di coniugi al momento della separazione: errori determinati dalla scarsa conoscenza della legge, dai luoghi comuni e dalle battaglie di principio. Alcuni di questi errori portano marito e moglie a perdersi in inutili, costose e prolungate battaglie legali senza alcuna utilità; altri, invece, possono costare caro e pregiudicare la tutela nella successiva fase di divorzio. Ecco allora cosa non fare in caso di separazione. In questa breve guida legale forniremo alcuni consigli comportamentali da prendere in considerazione non appena il matrimonio entra in crisi e i coniugi decidono di lasciarsi. Ma procediamo con ordine. 

L’inutile battaglia per l’addebito

Quando il matrimonio termina per colpa di uno dei due coniugi, per aver questi violato le regole civili del matrimonio (ad esempio, l’obbligo di fedeltà o di convivenza), l’altro, oltre a poter chiedere la separazione, può ottenere dal tribunale una dichiarazione di addebito a carico dell’ex. L’addebito è l’imputazione della responsabilità per la fine della convivenza. Lo si può pretendere, ad esempio, nei confronti del coniuge infedele, di quello che è andato via di casa senza una ragione, di quello che ha maltrattato la moglie e così via. 

L’addebito però non sempre implica un vantaggio reale; anzi, spesso, si risolve in una battaglia di puro principio. Cerchiamo di capire perché.

Chi subisce l’addebito non è tenuto a pagare all’ex i danni: non deve versare né una multa, né un risarcimento. Le uniche conseguenze dell’addebito sono l’impossibilità di ottenere l’assegno di mantenimento (se mai ve ne fosse stato il diritto) e la perdita dei diritti sull’eredità dell’ex. Così, ad esempio, se il marito fedifrago subisce l’addebito, non potrà mai pretendere dalla moglie gli alimenti. 

A questo punto, ottenere l’addebito ha senso solo quando il coniuge colpevole è quello più povero, perché in tal caso questi non potrà chiedere l’assegno di mantenimento (si pensi alla moglie disoccupata che ha tradito il marito). Ma se si tratta del coniuge più ricco, la presenza dell’addebito non cambierà le carte in tavola: questi comunque sarà tenuto a versare l’assegno mensile all’ex per via – non già dell’addebito, ma – della disparità di reddito tra i due (si pensi al marito, titolare del reddito più alto, che abbandona il tetto coniugale).

Come dicevamo, poi, l’addebito implica la perdita dei diritti successori. Ma tali diritti si perdono comunque con il divorzio; sicché, l’addebito ha senso solo nella misura in cui c’è il rischio che il coniuge “colpevole” muoia tra la data della separazione e del divorzio.

Ecco allora cosa non fare in caso di separazione: non perdersi in lunghe battaglie giudiziarie per ottenere l’addebito se queste non comportano un’effettiva utilità. Si potrebbe infatti trovare un’intesa per una separazione consensuale, risparmiando sui costi degli avvocati e sui tempi della procedura, senza dover rinunciare, nel contempo, ai propri diritti.

Gli accordi della separazione non sono irrevocabili

Un altro tipico errore che si commette è ritenere che gli accordi stretti in sede di separazione siano validi e vincolanti anche per il divorzio. Non è così.

Ad esempio, è possibile concordare, al posto dell’assegno mensile di mantenimento, un unico pagamento (una tantum) oppure il trasferimento della proprietà di un immobile. Tuttavia, un patto del genere può essere sempre oggetto di ripensamento all’atto del divorzio. Così il coniuge che, ad esempio, abbia ceduto la propria casa per non subire il peso degli alimenti, potrebbe comunque essere costretto a versarli nel caso in cui tale richiesta venga ripresentata al momento del divorzio. Insomma, è sempre possibile fare marcia indietro al momento del divorzio. Sicché, sarà meglio che eventuali accordi traslativi di proprietà o di patrimoni siano stretti solo in sede di divorzio. 

Il mantenimento non è scontato

L’assegno di mantenimento viene riconosciuto con maggiore elasticità rispetto all’assegno di divorzio. La Cassazione, tra il 2017 e il 2018, ha apportato un profondo stravolgimento di questi due istituti. Se l’assegno di mantenimento viene riconosciuto per il semplice fatto che tra i due coniugi vi è una disparità economica ed è rivolto a garantire, al coniuge più debole, lo stesso tenore di vita di quello goduto durante il matrimonio, l’assegno di divorzio ha una struttura diversa. Quest’ultimo viene innanzitutto attribuito solo a patto che tale incapacità reddituale sia “incolpevole” ed è finalizzato a riconoscere un’autonomia economica, ma non anche la stessa ricchezza dell’ex.

Risultato: il coniuge che, pur avendo ottenuto l’assegno di mantenimento, non fa di tutto – nei limiti delle sue possibilità – per trovare un lavoro, può successivamente perdere il diritto al contributo mensile dell’ex (si pensi alla giovane donna, con una formazione scolastica, che non partecipa a bandi e concorsi o non si rivolge ad aziende per essere assunta). Peraltro, l’importo ottenuto in sede di separazione può essere sempre ridimensionato al momento del divorzio visto che – come detto – esso mira a garantire soltanto l’autosufficienza.

Non nascondere i soldi

C’è chi, prima della separazione o subito dopo, si fa licenziare dal proprio datore di lavoro o, con artifici contabili, azzera la propria dichiarazione dei redditi pur di non pagare l’assegno di mantenimento. A fronte di ciò, viene svolta attività di lavoro in nero, in modo che le proprie capacità economiche non siano tracciabili. Si tratta però di un grosso errore. Il giudice, infatti, nel quantificare l’assegno di mantenimento, può ricostruire il tenore di vita di una persona non solo dalla documentazione fiscale, ma anche da un’analisi dettagliata delle spese da questi affrontate come, ad esempio, le bollette, il mutuo per la casa, i viaggi, le cene, gli incontri mondani. Anche le foto sui social network possono servire per questa indagine. 

A ciò si possono poi aggiungere le indagini della polizia tributaria rivolte a rinvenire eventuali redditi in nero. Da queste poi potrebbe derivare – anche se non in via del tutto automatica – un accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate. Insomma, a comportarsi così si rischia di passare dalla padella alla brace.

Aizzare i figli contro l’altro genitore

Una tipica ritorsione contro l’ex viene posta attraverso i figli, allontanandoli dall’altro genitore attraverso un’opera di continua denigrazione. Questo comportamento però è stato più volte stigmatizzato dal legislatore e dalla giurisprudenza: chi allontana i figli dal padre o dalla madre rischia di dover pagare una multa allo Stato e di perdere il collocamento o, addirittura, l’affidamento dei minori. Si tratta di conseguenze molto gravi che è bene evitare. 

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