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Donazione bene mobile: quando non serve il notaio?

12 Giugno 2021
Donazione bene mobile: quando non serve il notaio?

Oltre sei anni fa mi è stato donato un pianoforte il cui valore è di circa 40mila euro. Il proprietario ora è morto e la famiglia pretende che lo restituisca. Cosa devo fare?

Il quesito riguarda la possibilità di qualificare il trasferimento come donazione di modico valore e quali sono le azioni che possono intraprendere gli eredi la cui quota di legittima sia stata lesa.

Com’è noto, una donazione è giuridicamente valida solo se fatta innanzi al notaio e in presenza di due testimoni. Questa regola non vale per la donazione di beni mobili di modico valore, per i quali è sufficiente la semplice consegna della cosa per perfezionare il trasferimento.

L’art. 783 c.c., nello stabilire che «La donazione di modico valore che ha per oggetto beni mobili è valida anche se manca l’atto pubblico, purché vi sia stata la tradizione», fornisce un criterio di determinazione della modicità piuttosto relativo, affermando che «La modicità deve essere valutata anche in rapporto alle condizioni economiche del donante».

Posto che, nel caso di specie, ricorre sia la natura di bene mobile dell’oggetto trasferito che la traditio, cioè la consegna della cosa donata, il problema si sposta sull’interpretazione del modico valore.

Per giurisprudenza e dottrina costanti, il modico valore deve essere valutato tenendo conto di due elementi:

  • elemento oggettivo, cioè il valore intrinseco dei beni donati;
  • elemento soggettivo, cioè le condizioni economiche del donante.

Ciò comporta che, sulla base della varia potenzialità economica del donante, può venire meno il carattere della modicità se quelle condizioni sono modeste, come può, viceversa, ricorrere quel carattere se le condizioni sono particolarmente prospere.

Secondo la giurisprudenza (Cass., sent. n. 7913/2001), ai fini del riconoscimento del modico valore di una donazione, l’art. 783 c.c. non detta criteri rigidi cui ancorare la relativa valutazione, onde il giudizio in proposito è rimesso all’apprezzamento del giudice di merito la cui valutazione, involgendo un giudizio di fatto, è insindacabile in sede di legittimità, se congruamente motivata.

Spetterà dunque al donante che intende far valere la nullità della donazione dimostrare l’assenza del modico valore in relazione alle proprie condizioni economiche.

È appena il caso di ricordare che la donazione di non modico valore fatta senza atto pubblico è nulla. La nullità può essere eccepita da chiunque (non solo il donante, ma anche eventuali terzi come i suoi creditori o i familiari) senza limiti di tempo. Qualsiasi persona, cioè, può contestare, anche a distanza di molti anni, la validità dell’atto.

Orbene, fatta chiarezza sulla normativa di riferimento, a sommesso parere del sottoscritto una donazione di importo pari a circa 40mila euro non può definirsi di modico valore, a meno che le condizioni economiche del donante non possano far ritenere che un tale depauperamento sia stato irrilevante (o poco rilevante) per il suo patrimonio. Toccherebbe comunque a chi vuole far valere la nullità dimostrare che la donazione non sia stata di modico valore.

Per quanto riguarda la legittimazione degli eredi, è noto che i legittimari (il coniuge, i figli o i genitori in assenza di figli) lesi nella propria quota di legittima possono agire in riduzione entro dieci anni dal decesso del donante. Ciò significa che, dopo aver riunito (anche solo idealmente) tutti i beni del defunto e calcolato l’asse ereditario, se gli eredi risultano lesi dalle donazioni effettuate in vita, potranno agire per far tornare i beni nell’eredità, per poi dividerli tra loro secondo quanto disposto dalla legge. Lo strumento per fare ciò si chiama azione di riduzione.

L’azione di riduzione (artt. 553 ss. cod. civ.) è un’azione giudiziaria attraverso cui gli eredi legittimari, la cui quota sia stata lesa, possono ottenerne il ripristino. L’azione di riduzione, quindi, serve a sanare la posizione degli eredi protetti dalla legge. Essa va esperita necessariamente dopo la morte del de cuius, allorquando si abbia certezza della lesione dei propri diritti.

L’azione di riduzione si propone citando in tribunale tutte quelle persone, anche diverse dai coeredi, che hanno beneficiato ingiustamente del patrimonio del defunto. L’azione di riduzione, però, presuppone un calcolo preciso: la legge stabilisce con esattezza le porzioni di eredità da attribuire a ciascun legittimario. Per poter effettuare la giusta stima, è necessario calcolare l’asse ereditario al netto dei debiti e delle donazioni fatte in vita.

Secondo l’art. 555 c.c., le donazioni, il cui valore eccede la quota della quale il defunto poteva disporre, sono soggette a riduzione fino alla quota medesima. Le donazioni non si riducono se non dopo esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento.

Dunque, se agli eredi è stato lasciato meno di quanto la legge attribuisce loro, in ultima istanza potranno aggredire anche le donazioni fatte in vita dal defunto.

L’azione di riduzione si prescrive nell’ordinario termine di dieci anni dal momento dell’apertura della successione, cioè dalla morte del donante.

Al di là della nullità o meno della donazione, dunque, gli eredi potrebbero agire contro questo trasferimento, ma solo se le quote di legittima sono state lese. Ovviamente ciò andrebbe valutato in concreto, sulla base della stima dell’asse ereditario.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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