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Come tutelarsi dal matrimonio

31 Maggio 2021
Come tutelarsi dal matrimonio

Validità dei patti prematrimoniali, gli accordi per la quantificazione del mantenimento e la tutela della casa di proprietà di un coniuge. 

Il matrimonio – così come ogni atto giuridico – porta sempre con sé un margine di rischio. Rischio di natura prevalentemente patrimoniale, derivante da un’eventuale separazione e dispersione del patrimonio personale. Proprio per questo c’è chi, prima di salire sull’altare, si rivolge a un avvocato per sapere come tutelarsi dal matrimonio. 

Non è sempre possibile predisporre una barriera dai rischi del matrimonio. Alcune conseguenze della crisi di coppia sono, purtroppo, ineliminabili: si pensi, ad esempio, all’assegnazione della casa coniugale al coniuge con cui vanno a vivere i figli o all’obbligo di mantenere questi ultimi con un assegno mensile. 

A ciò si aggiunge il fatto che, in Italia, i patti prematrimoniali – quelli cioè rivolti a concordare in anticipo le conseguenze di un eventuale divorzio – non sono legittimi e non hanno alcun valore. 

Ciò nonostante esistono alcune operazioni che, se fatte per tempo, danno la possibilità di tutelarsi dal matrimonio o, quantomeno, ridurre gli eventuali danni nel caso di un suo fallimento. Di tanto parleremo qui di seguito.

Come non fare entrare in comunione i beni personali

La prima questione che si pone quando una coppia si sposa è la scelta del regime patrimoniale, scelta che deve essere fatta prima della funzione (sia essa religiosa o civile). La coppia che non manifesta alcuna volontà entra in automatico nel regime della comunione dei beni, in forza del quale tutti gli acquisti fatti dopo il matrimonio sono di proprietà di entrambi i coniugi, per quote uguali; di conseguenza, in caso di separazione, essi vanno divisi al 50%. 

Con un’apposita dichiarazione, però, la coppia può optare per l’opposto regime della separazione dei beni, in conseguenza del quale ciascun coniuge resta interamente proprietario dei beni acquistati coi propri soldi. 

Si può sempre modificare il regime patrimoniale, anche dopo il matrimonio, procedendo con un apposito atto innanzi a un notaio.

Chi preferisce la comunione ma, allo stesso tempo, non vuole farvi rientrare alcuni dei propri beni farà meglio ad acquistarli anche un giorno prima del matrimonio. 

Si tenga tuttavia conto che i beni ricevuti in eredità o per donazioni anche dopo le nozze non vanno in comunione; pertanto, nel caso in cui il patrimonio personale sia composto da beni di tale provenienza, non si correrà alcun rischio in caso di separazione e divorzio.

Accordi prematrimoniali

In Italia, gli accordi prematrimoniali – ossia i patti raggiunti da marito e moglie per regolare gli aspetti economici legati (soprattutto) alla fine del matrimonio – non sono validi. Questo perché hanno causa illecita, dato che i diritti e i doveri che nascono dal matrimonio sono indisponibili (non possono cioè essere liberamente concordati dalle parti). 

Quando però gli accordi hanno ad oggetto diritti disponibili la loro validità è salva. Il giudice è quindi chiamato a valutare, caso per caso, la natura e l’oggetto di tali patti prematrimoniali. Facciamo qualche esempio pratico.

L’accordo firmato prima o durante il matrimonio con cui i coniugi, in vista di un futuro ed eventuale divorzio, concordano in anticipo l’assegno di mantenimento [1] o lo escludono del tutto [2] sono nulli e non hanno alcun valore. Lo stesso dicasi per gli accordi rivolti a predeterminare il mantenimento per i figli o la loro collocazione presso l’uno o l’altro genitore. 

Peraltro, è bene sapere che l’eventuale accordo stretto tra marito e moglie al momento della separazione, con cui i due abbiano stabilito il pagamento del mantenimento in un’unica soluzione (cosiddetta una tantum) in luogo dell’assegno mensile non ha poi alcun valore in sede di divorzio e può essere sempre oggetto di ripensamento [3]. Di tanto abbiamo parlato in “Cosa non fare in caso di separazione“.

Al contrario, è legale l’accordo con cui il coniuge, che abbia prestato all’altro un’ingente somma di denaro o l’abbia investita nella costruzione o ristrutturazione della casa coniugale, si riserva il diritto di chiederne la restituzione in caso di separazione. Si pensi al marito che costruisca, a proprie spese, sul terreno di proprietà della moglie la casa coniugale; ciò perché l’immobile eretto su un fondo resta di proprietà del titolare del fondo stesso, salvo patto contrario.

L’assegnazione della casa familiare all’ex coniuge

La legge stabilisce che, in caso di separazione, il giudice assegni la casa coniugale – indipendentemente dalla proprietà – al coniuge presso cui vanno a vivere i figli. Tale effetto è inevitabile e si applica anche alle coppie di fatto ed a quelle sposate in regime di separazione dei beni. Esiste tuttavia un modo per evitare tale conseguenza. Ecco qual è. L’assegnazione ha ad oggetto solo la cosiddetta «casa coniugale», quella cioè ove la coppia viveva stabilmente prima della separazione. Pertanto, chi vuole salvare il proprio immobile dall’assegnazione all’ex coniuge dovrà fare in modo di non abitarlo, ad esempio destinandolo a seconda casa, oppure dandolo in affitto o, comunque, non adibendolo a dimora familiare. 

 


note

[1] Cass. sent. n. 2224 del 30.01.2017.

[2] Cass. ord. n. 22401 del 6.09.2019.

[3] Cass. ord. n. 11012 del 26.04.2021. «in tema di soluzione della crisi coniugale, ove in sede di separazione i coniugi, nel definire i rapporti patrimoniali già tra loro pendenti e le conseguenti eventuali ragioni di debito – credito portate da ciascuno, abbiano pattuito anche la corresponsione di un assegno dell’uno a favore dell’altro, da versarsi vita natural durante, il giudice del divorzio, chiamato a decidere sull’an dell’assegno divorzile, dovrà preliminarmente provvedere alla qualificazione della natura dell’accordo inter partes, precisando se la rendita costituita (e la sua causa aleatoria sottostante) “in occasione” della crisi familiare sia estranea alla disciplina inderogabile dei rapporti tra coniugi in materia familiare, perché giustificata per altra causa, e se abbia fondamento il diritto all’assegno divorzile (che comporta necessariamente una relativa certezza causale soltanto in ragione della crisi familiare)».

Autore immagine: depositphotos.com


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