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Striscioni offensivi dei tifosi: cosa si rischia? 

1 Giugno 2021 | Autore:
Striscioni offensivi dei tifosi: cosa si rischia? 

Gli ultras che offendono o minacciano sono pericolosi per l’ordine pubblico e vengono allontanati dalle manifestazioni sportive: si applica il Daspo.

La violenza negli stadi non è solo fisica, come nel caso degli scontri tra tifosi di fazioni opposte. Può essere anche verbale, quando si pronunciano o si scrivono espressioni di insulto, di minaccia o di incitamento all’odio. In caso di striscioni offensivi dei tifosi, cosa si rischia? 

Il reato di ingiuria è stato depenalizzato da alcuni anni e la sanzione civile non spaventa certo gli ultras. Così la legge per reprimere questi episodi agisce con le misure di prevenzione, che sono molto più efficaci. Recentemente, le questure e i tribunali hanno adottato un giro di vite. Prevale la massima severità di trattamento verso episodi che di sportivo non hanno proprio nulla. In un nuovo caso deciso dalla Cassazione [1], è stato confermato il Daspo – cioè il divieto di accedere alle manifestazioni sportive – nei confronti di due ultras che avevano seguito la propria squadra di calcio in trasferta e avevano appeso alle inferriate alcuni striscioni con pesanti offese ai tifosi della squadra locale e all’intera città.

Ecco in concreto cosa si rischia: quegli striscioni offensivi dei tifosi sono costati il divieto di accesso agli impianti sportivi per due anni consecutivi e l’imposizione, durante questo lungo periodo, dell’obbligo di presentazione ai Carabinieri in occasione degli incontri disputati dalla “squadra del cuore”. Per la Suprema Corte c’era un’evidente pericolosità sociale degli autori di quella condotta, nonostante la loro giovane età, l’incensuratezza, il lavoro svolto ed il fatto che si trattava di un episodio isolato. Ricorrendo in Cassazione hanno ottenuto solo lo “sconto” di un anno: la questura aveva applicato tre anni di Daspo.

Daspo: cos’è e cosa comporta

Il Daspo è una misura di prevenzione personale che comporta il divieto di accedere a manifestazioni sportive. È prevista dalla legge [2] proprio allo scopo di contrastare i fenomeni di violenza negli stadi.

Il Daspo viene emanato dal questore territorialmente competente per ogni provincia. Consiste in un ordine che impedisce ai tifosi violenti di accedere alle manifestazioni sportive per un periodo di tempo variabile da uno a cinque anni.

Solitamente, il Daspo è accompagnato dall’obbligo di recarsi nella caserma più vicina delle forze dell’ordine (Polizia di Stato o Arma dei Carabinieri) e di permanervi durante lo svolgimento delle competizioni sportive per le quali è stato vietato l’accesso. In questo modo, si sorveglia a vista il destinatario della misura e si evita che possa aggirare il divieto di partecipare a quegli eventi.

Daspo per striscioni offensivi

Può essere applicata la misura del Daspo non soltanto a chi si rende responsabile di episodi di violenza fisica presso gli stadi (aggredire tifosi, lanciare corpi contundenti o razzi, invadere il campo di gioco, ecc.) ma anche a chi, più semplicemente, realizza ed espone striscioni offensivi. Lo conferma l’ultima sentenza della Corte di Cassazione sul tema [1], che puoi leggere per esteso al termine di questo articolo.

La norma di legge [3] tra le condotte proibite comprende espressamente quelle di coloro che «in occasione o a causa di manifestazioni sportive, abbiano incitato, inneggiato o indotto alla violenza», o abbiano tenuto «anche all’estero, sia singolarmente che in gruppo, una condotta evidentemente finalizzata alla partecipazione attiva a episodi di violenza, di minaccia o di intimidazione, tali da porre in pericolo la sicurezza pubblica o da creare turbative per l’ordine pubblico».

È evidente che apporre striscioni offensivi in prossimità di uno stadio, rivolti contro l’opposta tifoseria, nella loro città e in prossimità di una partita di calcio, costituisce proprio quel pericolo per la sicurezza pubblica che la norma mira a prevenire. Così hanno scarsa valenza la personalità anche positiva dei trasgressori (che potrebbero essere incensurati e lavoratori) e l’assenza di altre condotte violente. Sono elementi che possono comportare, al massimo, uno sconto sulla durata complessiva del Daspo, ma non certo evitarne l’applicazione o consentire l’annullamento giudiziario del provvedimento emanato dal questore.

Leggi anche la nostra rassegna di giurisprudenza “Violazione Daspo: ultime sentenze“.


note

[1] Cass. sent. n. 21087 del 28.05.2021.

[2] Art. 6 L. n.401/1989, modif. dal D.L. n. 336/2001 e dal D.L. n. 162/2005.

[3] Art. 6, co.1, lett. b) e c) L. n.401/1989.

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 6 – 28 maggio 2021, n. 21087
Presidente Gentili – Relatore Mengoni

Ritenuto in fatto

1. Con distinte ordinanze del 6/11/2020, il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Reggio Calabria convalidava il provvedimento emesso dal locale Questore il 28/10/2020, con il quale era stato vietato a A.M. e Al.Ma. di accedere per tre anni ad impianti sportivi, ed imposto agli stessi – per uguale periodo – di presentarsi presso una stazione dei Carabinieri in occasione degli incontri disputati dal (omissis) .
2. Propongono congiunto ricorso per cassazione i due intimati, a mezzo del proprio difensore, deducendo – con unico motivo – la mancanza o la manifesta illogicità della motivazione. Il Giudice avrebbe individuato la pericolosità sociale dei due soggetti con formule rituali, schematiche e fredde, che non terrebbero conto della giovane età, dell’attività lavorativa svolta, dello stato di incensuratezza e del carattere isolato del gesto compiuto. Ne deriverebbe, dunque, una misura eccessiva ed irragionevole, meritevole dell’annullamento.

Considerato in diritto

3. I ricorsi risultano infondati.
4. Per costante e condivisa giurisprudenza di questa Corte, in sede di convalida del provvedimento del questore che, incidendo sulla libertà personale, imponga a taluno, ai sensi della L. 13 dicembre 1989, n. 401, art. 6, comma 2, e succ. modd., l’obbligo di presentarsi ad un ufficio o comando di polizia in coincidenza con lo svolgimento di manifestazioni sportive, il controllo di legalità del giudice deve riguardare l’esistenza di tutti i presupposti legittimanti l’adozione dell’atto da parte dell’autorità amministrativa, compresi quelli imposti dalla circostanza che con esso si applica una misura di prevenzione (ragioni di necessità e urgenza, pericolosità concreta ed attuale del soggetto, attribuibilità al medesimo delle condotte addebitate e loro riconducibilità alle ipotesi previste dalla norma), coinvolgendo altresì la durata della misura che, se ritenuta eccessiva, può essere congruamente ridotta dal giudice della convalida (tra le altre, Sez. U., n. 44273 del 27/10/2004, Labbia, Rv. 229110; Sez. 3, n. 17753 del 6/3/2018, Fici, Rv. 272778; Sez. 3, n. 20789 del 15/4/2010, Beani, Rv. 247186).
5. Tanto premesso in termini generali, ritiene il Collegio che l’ordinanza impugnata abbia fatto corretta applicazione di questi principi, anche con riguardo alla pericolosità dei soggetti interessati.
5.1. In particolare, richiamato l’episodio che ha giustificato il provvedimento (l’affissione di un grande striscione, alle inferriate dello stadio di Reggio Calabria, contenente offese nei confronti della città e dei tifosi della squadra locale), peraltro ammesso da entrambi i ricorrenti (ultras del (omissis) ), l’ordinanza ha evidenziato che lo stesso fatto ben rientrava nell’alveo della L. 13 dicembre 1989, n. 401, art. 6, comma 1, lett. c), tale, dunque, da giustificare in sé l’applicazione della misura di prevenzione in esame, come infatti neppure in astratto contestato. Di seguito, sono stati sottolineati i presupposti di necessità ed urgenza della misura medesima, legati alla possibilità che i ricorrenti potessero reiterare condotte analoghe in occasione delle successive e prossime manifestazioni sportive della propria squadra; anche questo profilo, peraltro, non forma oggetto di censura specifica, così come quello relativo alla durata della misura, ridotta dal Giudice da tre a due anni.
5.2. Su quest’ultima parte della motivazione, infine, si inserisce il passo relativo alla pericolosità dei ricorrenti.
Ebbene, l’ordinanza ha rilevato che questa non poteva esser invero esclusa (lo striscione affisso era di tenore fortemente offensivo, così da creare un pericolo per l’ordine pubblico), ma poteva di certo esser ridotta rispetto a quanto deciso nel provvedimento del Questore; ciò, considerando che i ricorrenti – incensurati non avevano tenuto condotte violente ed avevano, poi, “manifestato pentimento per quanto commesso, riconducendolo a goliardia”. Dal che, una valutazione congrua e complessiva del profilo soggettivo in esame, non manifestamente illogica o carente, che ha considerato sia la condotta in sé (e le sue potenzialità) sia la personalità degli intimati, alla luce della vita pregressa e del comportamento successivo al fatto commesso. Con argomento adeguato, dunque, ed immeritevole di esser censurato in questa sede.
6. I ricorsi, pertanto, debbono esser rigettati, ed i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Motivazione semplificata.


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1 Commento

  1. Lo sport dovrebbe unire e non creare delle competizioni o forme di odio tra tifosi. Davvero, è un gioco e non ha senso scontrarsi, prendersi in giro, offendersi, aggredirsi, commetter reati per una partita. Intanto i tifosi avvelenati avendo un comportamento contrario alla legge si prendono le conseguenze delle loro condotte, ma state tranquilli che gli sportivi continueranno a mettersi in tasca i loro stipendi milionari. Ora, i fessi non siete voi?!

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