Diritto all’identità: ecco quando Google deve deindicizzare le pagine

31 Maggio 2021 | Autore:
Diritto all’identità: ecco quando Google deve deindicizzare le pagine

La Cassazione conferma: vanno eliminati i risultati che ledono il diritto a non vedersi attribuite delle qualità negative o delle cattive frequentazioni.

Come reagiresti se, digitando il tuo nome su Google, lo trovassi accostato alla mafia? Sicuramente, quello che ha fatto un imprenditore calabrese: ti rivolgeresti ad un tribunale e chiederesti che il tuo nome scomparisse dal motore di ricerca. Così ha fatto e quello ha ottenuto: secondo la Cassazione, il nome di un privato cittadino deve sparire dai risultati delle ricerche su Internet se questi sono in grado di creare un danno alla sua identità. In altre parole, e secondo l’ordinanza della Suprema Corte appena depositata [1], l’azienda di Mountain View è obbligata a deindicizzare quei risultati quando pregiudicano il diritto di una persona a non vedersi attribuite delle qualità negative o delle cattive frequentazioni.

Il caso di cui si sono occupati gli Ermellini riguardava, appunto, un imprenditore il cui nome, digitato su Google come parola chiave, veniva accostato alla ‘ndrangheta tra i risultati. L’uomo, infatti, era stato citato da affiliati alle cosche in alcune conversazioni intercettate e pubblicate sul web come un soggetto in grado di poter aiutare la malavita a portare a termine determinati progetti. All’imprenditore, però, non è stato contestato alcun fatto illecito durante l’inchiesta, per questo pretendeva che il suo nome scomparisse dalla relativa ricerca su Google.

Per la Cassazione, poco importa in un caso come questo che non siano ancora trascorsi i tempi necessari a determinare il diritto all’oblio: trovare il proprio nome associato a termini come «massoneria», «‘ndrangheta» e «boss» è motivo più che sufficiente, a parere della Suprema Corte, per costringere il motore di ricerca a deindicizzare le pagine. Anche perché – si legge nella sentenza –, trattandosi di una persona conosciuta solo a livello locale, non c’è bisogno che il suo nome venga diffuso ai fini dell’interesse pubblico in relazione a fatti delittuosi della realtà calabrese. Va bene il diritto all’informazione – insistono i giudici -, diritto che però va equilibrato con quello alla riservatezza e all’oblio. Va sottolineato che quest’ultimo è legato al diritto alla privacy e all’identità personale.

Come abbiamo spiegato nell’articolo “Deindicizzazione: ultime sentenze“, il diritto all’oblio consiste nel non rimanere esposti senza limiti di tempo ad una rappresentazione non più attuale della propria persona con pregiudizio alla reputazione ed alla riservatezza, a causa della ripubblicazione, a distanza di un importante intervallo temporale, di una notizia relativa a fatti del passato. La tutela del menzionato diritto va posta in bilanciamento con l’interesse pubblico alla conoscenza del fatto, espressione del diritto di manifestazione del pensiero e, quindi, di cronaca e di conservazione della notizia per finalità storico-sociale e documentaristica. Questo significa che, nel caso di notizia pubblicata sul web, tale diritto può trovare soddisfazione anche nella sola deindicizzazione dell’articolo dai motori di ricerca.

Anche secondo una recente sentenza della Corte d’appello di Venezia [2], «il diritto all’oblio sorge allorquando il soggetto intenda porre fine all’evidenza di una notizia riguardante il suo passato la cui permanenza, in un archivio online, possa recare pregiudizio alla sua attuale reputazione» (per approfondire, leggi in proposito “Diritto all’oblio: la giurisprudenza“).


note

[1] Cass. ord. n. 15160/2021 del 31.05.2021.

[2] Corte appello Venezia sent. n. 2719/2020 del 16.10.2020.


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