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Cosa vuol dire fare causa?

1 Giugno 2021
Cosa vuol dire fare causa?

Processo civile: cos’è e come funziona, quanto dura e come si svolge.

Cosa vuol dire fare causa? La parola è spesso inflazionata. «Ti faccio causa», «ti denuncio», «ti chiamo davanti al giudice» sono espressioni ormai sulla bocca di tutti. Eppure, in pochi sanno come agire concretamente per difendere i propri diritti dinanzi a un abuso.

Certo, al cittadino non è richiesta la conoscenza delle regole tecniche che disciplinano il processo civile o penale visto che, in ogni caso, spetta al suo avvocato assisterlo in tribunale. Ma un’infarinatura generale sulla materia non guasta mai. Anche perché, diversamente, chi necessita di chiarimenti pratici deve poi affidarsi alle sintetiche – e a volte sibilline – informazioni che gli fornisce il proprio difensore.  

Ecco allora che sapere cosa vuol dire fare causa può tornare utile al fine di conoscere quantomeno l’iter da seguire, i costi ed i rischi che si corrono. Ma procediamo con ordine.

Cos’è una causa?

La causa è un giudizio che si svolge dinanzi a un giudice e che vede contrapposte due o più persone (dette “parti”). In questo senso, il concetto di causa si adatta più propriamente al processo civile dove le parti sono poste sullo stesso piano. 

Scopo della causa è giungere a una sentenza che stabilisca chi delle parti ha ragione e chi ha torto. 

Trattandosi di un processo civile, la causa non viene attivata su iniziativa dello Stato (come invece avviene nei processi penali) ma di un privato che intende tutelare un proprio diritto da un altro privato (sia esso una persona fisica o una pubblica amministrazione) o da una pubblica amministrazione. Lo Stato quindi non può mai sostituirsi al cittadino nella scelta relativa all’avvio del giudizio, scelta che spetta solo al titolare del diritto leso. Tanto per fare un esempio, se una persona danneggia la proprietà altrui e il relativo titolare non lo cita in giudizio, nessun altro potrà farlo.

Nel processo civile, vale la regola generale dell’«onere della prova» in capo a chi agisce per primo: è chi comincia la causa (il cosiddetto attore o ricorrente) a dover dimostrare i fatti a sostegno dei propri diritti fatti valere in giudizio nei confronti dell’avversario (il cosiddetto convenuto o resistente). 

Sono tuttavia previste alcune eccezioni: ad esempio, in tema di responsabilità per i danni cagionati da animali o da cose in custodia, la responsabilità si presume essere del proprietario senza che sia necessaria la prova della colpa di questi.

Come si inizia una causa?

Per iniziare una causa bisogna innanzitutto contattare un avvocato. Eccezionalmente, il cittadino può difendersi da solo. Ciò avviene nelle cause davanti al giudice di pace di valore non superiore a 1.100 euro. 

Per iniziare una causa ci sono due diversi iter, che dipendono dal tipo di procedura prescelta dall’attore/ricorrente. 

Il primo consiste nella notifica di un atto di citazione all’avversario, con successivo deposito in tribunale. Nell’atto di citazione, è indicata la data della prima udienza a cui la controparte deve presentarsi. 

Il secondo consiste nel deposito di un atto di ricorso in tribunale; dopo che il giudice ha apposto, in calce ad esso, il decreto di comparizione innanzi a lui e la data dell’udienza, tale atto viene notificato alla controparte.

In alcune materie, la legge prevede – prima dell’avvio della causa – un tentativo di risoluzione bonaria della controversia volto a decongestionare le aule dei tribunali e a tentare un accordo tra le parti. Questo tentativo a volte è costituto dalla mediazione; in altri casi, è costituito dalla cosiddetta negoziazione assistita.

Chi paga le spese della causa?

Le spese processuali per l’avvio della causa – ossia del processo civile – sono a carico di chi avvia il giudizio il quale è chiamato ad anticipare tutti i costi e le imposte.  

Tuttavia, salvo casi straordinari, chi perde la causa deve rimborsare le spese processuali sostenute dall’avversario (ossia i costi vivi del processo, le tasse, i bolli e i diritti di cancelleria, la parcella dell’avvocato, i consulenti nominati dal giudice, ecc.).

Quanto invece all’onorario dell’avvocato, questo è liberamente concordabile tra le parti. Tuttavia, salvo casi straordinari valutati di volta in volta dal giudice, chi perde la causa deve rimborsare le spese processuali sostenute dall’avversario (ossia i costi vivi del processo, le tasse, i bolli e i diritti di cancelleria, la parcella dell’avvocato, i consulenti nominati dal giudice, ecc.).

Quanto dura una causa?

I tempi di una causa variano significativamente a seconda della procedura prescelta. Nell’ambito del processo civile, esistono diversi “riti” (ossia iter) utilizzabili a seconda dell’urgenza e della materia del contendere. Si va da qualche mese per la procedura sommaria d’urgenza a qualche anno (non meno di tre, in genere) per le cause ordinarie.

La durata del processo è influenzata soprattutto dalla fase istruttoria, ossia dalle prove che è necessario acquisire nel corso della causa. 

In ogni caso, anche dopo la pubblicazione della sentenza – per la quale, a fronte di tempi certi dettati dal codice di procedura, secondo la giurisprudenza, non sono previsti termini perentori – non è detto che la controparte adempia volontariamente alla condanna del giudice. Sicché, in tal caso, bisognerà procedere con l’esecuzione forzata, a mezzo dell’ufficiale giudiziario. Tipico esempio è costituito dal pignoramento dei beni del debitore che non abbia voluto adempiere all’obbligo di pagamento delle somme di denaro.

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