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Quando scomparire da Google?

2 Giugno 2021 | Autore:
Quando scomparire da Google?

Se le informazioni associate dal motore di ricerca al proprio nome ledono l’immagine e il diritto all’identità, si può chiedere la loro cancellazione? 

Chi vuole sapere rapidamente qualcosa su un soggetto lo cerca su Google. Basta digitare nome e cognome ed arrivano subito i risultati di tutte le pagine Internet che parlano di lui. Il problema è che, talvolta, quelle informazioni sono inesatte o superate dal tempo. Così l’identità di quella persona viene distorta. La sua vera immagine non è affatto quella che appare sul web. Questo può provocare gravi danni. Così molti si chiedono: quando scomparire da Google? 

Da qualche anno, è possibile chiedere alla società stessa la cancellazione dei dati pregiudizievoli, o almeno la loro “deindicizzazione”, in maniera che non compaiano più tra i risultati di ricerca. Il motivo più frequentemente indicato nelle domande che chiedono questi rimedi è il diritto all’oblio: le informazioni che circolano in Rete sono troppo vecchie e non più attuali. Ma anche quando si tratta di notizie “fresche” il diritto all’immagine può essere seriamente compromesso e allora non c’è bisogno di attendere parecchi anni o, addirittura, decenni per chiedere di essere rimossi dagli archivi informatici. 

Una nuova sentenza della Cassazione [1] ha stabilito che si può – anzi, si deve – scomparire da Google quando i risultati di ricerca contengono parole chiave che associano il soggetto a qualità deteriori, come l’appartenenza alla mafia o alla ‘ndrangheta.

Nel caso deciso, si trattava di un personaggio che durante un’inchiesta era stato associato a queste organizzazioni criminali, ma in realtà non era stato nemmeno incriminato. Però, su Internet, l’informazione pregiudizievole era rimasta. Chi cercava il suo nome poteva ritenerlo affiliato a un’associazione di stampo mafioso. Così la Suprema Corte ha obbligato Google a far scomparire quei risultati, deindicizzandoli dal motore di ricerca.  

Il diritto all’oblio 

La memoria di Internet non ha limiti di tempo ed è possibile, cercando informazioni su una persona, imbattersi in notizie molto vecchie sul suo conto. Ogni individuo vanta il diritto all’oblio, che consiste nel non rimanere esposti per sempre ad una rappresentazione della propria identità non più attuale ed ormai superata dall’evoluzione degli eventi e della propria personalità.  

Se manca un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti e, dunque, al perdurante mantenimento di quelle informazioni, si può chiedere ed ottenere la loro rimozione dalla Rete, per evitare un pregiudizio alla dignità, alla riservatezza e alla reputazione della persona coinvolta. 

Tecnicamente, si provvede in due modi: eseguendo la cancellazione dal sito che aveva pubblicato la notizia oppure operando la deindicizzazione dai motori di ricerca, a partire da Google, delle pagine che contengono quei riferimenti obsoleti. In questo caso, l’informazione continuerà a rimanere memorizzata nei siti di appartenenza, ma, una volta operata la deindicizzazione potrà essere cercata soltanto accedendo direttamente ad essi: Google non la restituirà più tra i suoi risultati. 

Il diritto all’immagine 

Il diritto all’immagine è tutelato in via immediata e diretta, perciò non richiede che siano trascorsi gli anni necessari per invocare il diritto all’oblio. Esso è espressione del più ampio diritto all’identità personale, tutelato dall’art. 2 della Costituzione. La Cassazione insegna che la persona umana va tutelata «non astrattamente, bensì nell’individualità delle sue qualità soggettive e sociali» [2].  

Quando l’interessato rileva la presenza su Internet di informazioni errate o distorte sul suo conto, che possono pregiudicarne la reputazione, può chiedere a Google la deindicizzazione del contenuto. Se la società non provvede tempestivamente o si rifiuta, è possibile ricorrere al Garante per la protezione dei dati personali, lamentando la violazione del proprio diritto all’immagine e indicando gli indirizzi web delle pagine ritenute pregiudizievoli. 

Il Garante, per decidere sulla richiesta di deindicizzazione, adotta il criterio dell’interesse pubblico: esso sussiste quando il personaggio coinvolto è noto alle cronache (ad esempio, un esponente politico o un artista famoso) e i fatti attribuiti hanno rilievo nazionale. Quanto maggiore è l’interesse pubblico, tanto più alte sono le probabilità che l’informazione, pur pregiudizievole del diritto all’immagine, venga mantenuta in Rete, se non è palesemente falsa.

Viceversa, quando si tratta di un privato cittadino senza cariche pubbliche, la deindicizzazione potrà essere ottenuta senza particolari difficoltà. Insomma, l’interesse pubblico è sempre collegato al grado di notorietà del soggetto, che a seconda dei casi potrà essere un personaggio di spicco in ambito politico, economico, giudiziario, sociale, culturale, sportivo, storico, ecc.  

Contro la pronuncia di diniego alla deindicizzazione del Garante privacy è possibile ricorrere al tribunale competente per territorio. Si instaurerà una vera e propria causa civile, nella quale potranno essere chiamati Google ed i siti responsabili dell’inserimento delle informazioni pregiudizievoli. Il giudice, per decidere, opererà una comparazione tra il diritto all’informazione, da un lato, e quello alla riservatezza, dall’altro, in modo da stabilire quale di questi due interessi debba prevalere nel caso concreto. 

Come stabilire se una notizia deve scomparire da Google 

La Corte di Cassazione, nella nuova sentenza a cui abbiamo accennato [1], ha indicato quali sono i criteri da seguire in questo bilanciamento degli opposti interessi del diritto all’informazione (che comprende anche quello di Google alla completezza dei dati forniti agli utenti) e alla reputazione e riservatezza delle persone coinvolte: 

  • in assenza di un interesse pubblico attuale al mantenimento della notizia, deve prevalere l’aspirazione del soggetto interessato al controllo dei propri dati personali, ottenendo, in alternativa, la cancellazione o la deindicizzazione; 
  • se l’interesse pubblico alla diffusione delle informazioni è ancora «specifico e attuale», i dati del soggetto potranno essere mantenuti in Rete e la loro pubblicazione non sarà rimossa o deindicizzata; 
  • se le informazioni hanno interesse scientifico o storico, rimarranno reperibili sul web, ma il privato potrà proporre una «istanza di contestualizzazione, volta all’aggiornamento del dato», ad esempio per far comparire con il dovuto risalto rettifiche e repliche; 
  • quando  la notizia è «inequivocabilmente falsa» (le cosiddette fake news), «la cancellazione dall’archivio informatico potrà essere inevitabile». 

Tieni presente che Google “ragiona” in termini di associazioni automatiche tra parole chiave: questi accostamenti comprendono i riferimenti ad alcuni termini comunemente utilizzati per definire quella persona negli articoli già pubblicati, che parlano di lui definendolo, ad esempio, come ladro, assassino, mafioso, corrotto, ecc. Sono proprio tali accostamenti ad essere pregiudizievoli, come nel caso deciso dalla Cassazione cui accennavamo, dove l’interessato era stato accostato a tali categorie criminali, pur non facendone parte. 

Deindicizzazione e cancellazione: differenze 

La cancellazione di un dato comporta la sua rimozione dagli archivi informatici del sito che lo contiene. Di conseguenza, quell’informazione non sarà più reperibile cercandola con Google, perché non è più presente nei contenuti informativi ai quali l’algoritmo attinge.

La deindicizzazione, invece, opera al livello del motore di ricerca: l’informazione rimane presente sul sito, ma non è più reperibile, perché Google non la rileva più, operando degli accorgimenti tecnici che la escludono, e dunque non la restituisce nella selezione dei risultati delle ricerche fatte dagli utenti. 

Quindi, l’effetto pratico delle due soluzioni è equivalente, anche se la cancellazione agisce ad un livello più profondo ed impedisce che quelle informazioni possano essere prelevate accedendo direttamente al sito di interesse, ad esempio una determinata testata giornalistica che aveva pubblicato quella notizia. Nella maggior parte dei casi, l’esclusione dall’elenco dei risultati di Google è sufficiente a scongiurare pregiudizi all’immagine ed alla riservatezza personale.  

Quando si può scomparire da Google? 

Facendo la sintesi di quanto abbiamo detto, si può scomparire da Google quando i risultati di ricerca forniti da questo motore artificiale contengono informazioni tali da ledere il diritto all’oblio o quello all’immagine e all’identità personale, fornendo una rappresentazione della personalità del soggetto che non è veritiera, oppure è offensiva o comunque non aggiornata. Perciò, è possibile ottenere la deindicizzazione: 

  • delle informazioni false o inesatte, anche se recenti; 
  • delle informazioni vere, ma ormai obsolete e superate. 

Approfondimenti

 Per approfondire leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 15160 del 31.05.2021.

[2] Cass. S.U. sent. n. 3677/2009.


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