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Il numero di telefono è un dato sensibile?

2 Giugno 2021
Il numero di telefono è un dato sensibile?

È reato diffondere il numero di telefono o di cellulare di un’altra persona senza il suo consenso?

È facile venire in possesso del numero di telefono di una persona senza che questa abbia mai dato il proprio consenso: si pensi all’inserimento di un’utenza in un gruppo di WhatsApp o in un pubblico registro come quelli degli ordini professionali; si pensi anche al più ricorrente passaparola tramite il quale, con estrema leggerezza, si inoltra a terzi il numero di cellulare di un conoscente per le più svariate ragioni. Ma il numero di telefono è un dato sensibile e a chiarire questo concetto è stata più volte la Cassazione. 

Cerchiamo di approfondire questo aspetto e le implicazioni pratiche che esso comporta.

Il numero di telefono è un dato riservato?

Secondo una storica pronuncia della Cassazione penale del 2011 [1] in tema di tutela penale della privacy, tra i dati sensibili – per come definiti dall’art. 4 del decreto legislativo n. 196/2003 – rientra anche il numero di utenza telefonica, sia essa fissa o del cellulare. Questo significa che il numero di telefono è coperto da privacy ed il relativo titolare può esigere che resti segreto, che non venga diffuso, comunicato o pubblicato senza il proprio consenso. Inoltre, chi è in possesso del numero di telefono altrui è responsabile per l’uso che egli stesso o terzi, a cui lo abbia comunicato, ne facciano. 

Il numero di telefono è coperto da privacy?

Questo concetto – che potrebbe apparire, in prima battuta, tecnico e riservato solo ai giuristi – ha invece numerose implicazioni pratiche. Tanto per fare qualche esempio ricavabile dalla vita di tutti i giorni, ecco alcune condotte vietate in forza del fatto che il numero di telefono è un dato sensibile:

  • non si può inoltrare a terzi il numero di telefono di una persona senza il consenso di quest’ultima;
  • non si può inserire il numero di cellulare di una persona in una chat come WhatsApp senza prima acquisire la sua autorizzazione;
  • non si può pubblicare, su un forum, un sito, un social network o qualsiasi altro spazio su Internet, il numero di telefono di una persona;
  • non si può utilizzare il numero di telefono di una persona per fini pubblicitari solo perché questo è reso pubblico su un albo professionale (ad esempio, l’albo degli avvocati); il trattamento infatti può essere effettuato solo per le finalità per le quali esiste l’albo (e quindi le comunicazioni ufficiali agli iscritti);
  • non si può girare il numero di cellulare di una persona a un’altra senza che il diretto interessato abbia acconsentito.

Cosa rischia chi divulga il numero di telefono altrui?

Secondo la pronuncia della Cassazione qui in commento, commette il reato di trattamento illecito di dati personali chi, venuto in possesso del numero di cellulare di un altro soggetto, lo diffonde senza il consenso di quest’ultimo (nella specie, il numero era stato condiviso in una chat pubblica). Pertanto, è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e sei mesi. Il numero di cellulare, infatti, è privato e, quindi, è un dato sensibile.

Pertanto, il privato cittadino che sia, anche solo occasionalmente, venuto a conoscenza di un dato sensibile come il numero di cellulare altrui, rientra tra i titolari del trattamento ed è quindi responsabile di ogni indebita diffusione. 

Oltre al reato, ci può essere anche la richiesta di risarcimento. Difatti, la diffusione in ambito generalizzato di un numero di utenza telefonica – per sua intrinseca natura riservato – è certamente produttiva di un danno, in quanto una diffusione ad ampio raggio, indipendentemente dal tempo più o meno breve di stazionamento del messaggio sulla chat-line, consente a chiunque di prendere cognizione di numeri telefonici riservati. 


note

[1] Cass. pen. sen. n. 21839 del 2011.

Autore immagine: depositphotos.com

Cassazione penale sez. III, 17/02/2011, (ud. 17/02/2011, dep. 01/06/2011), n.21839

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

Con sentenza dell’11 maggio 2010 la Corte di Appello di Milano confermava la sentenza emessa in sede di giudizio abbreviato dal Tribunale di Milano in data 4 febbraio 2009 con la quale R. L., imputato del reato di cui alla L. n. 196 del 2003, art. 167 sulla privacy (fatto commesso in (OMISSIS)), era stato ritenuto colpevole del detto reato e condannato, concesse le circostanze attenuanti generiche e con la diminuzione per il rito, alla pena – condizionalmente sospesa – di mesi quattro di reclusione.

Con la detta sentenza la Corte Territoriale dopo aver ricostruito i passaggi essenziali della vicenda, disattendeva il preliminare motivo di appello concernente una asserita inutilizzabilità “patologica” delle dichiarazioni rese dal R. alla P.G. nel corso delle indagini preliminari, in violazione dell’art. 63 c.p.p. in quanto rilasciate in assenza di difensore nonostante lo stesso fosse indagato, argomentando che, trattandosi di dichiarazioni spontanee rese nonostante gli avvertimenti avuti dalla P.G., tali dichiarazioni si sottraevano al regime vincolistico di cui all’art. 63 c.p.p..

Respingeva, in quanto infondate, le altre doglianze volte ad una assoluzione per insussistenza del fatto poggiante vuoi sull’assenza di prova sul fatto-reato, vuoi, anche, sull’assenza del danno (si trattava della diffusione attraverso una chat-line pubblica, dell’utenza personale cellulare della persona offesa con la quale l’imputato stava dialogando on line), vuoi, ancora, sulla genericità del riferimento al destinatario (non individuabile aprioristicamente) della norma incriminatrice, vuoi, infine, sulla sostanziale genericità del capo di imputazione ripetitivo della formula legislativa.

Avverso la detta sentenza l’imputato propone ricorso,con il quale denuncia violazione e falsa applicazione della norma penale (L. n. 196 del 2003, art. 167 deducendo, anzitutto, l’erroneità della sentenza in punto di identificazione nell’imputato, dell’autore del fatto in quanto ritenuto erroneamente destinatario della norma incriminatrice ed ancora in punto di individuazione del danno – nella specie non solo insussistente – ma inconfigurabile.

Deduce, anche, carenza di motivazione con specifico riferimento al mancato esame delle censure mosse con i motivi di appello.

Il ricorso è infondato.

Si osserva in via preliminare che – a differenza dell’appello – il presente ricorso è circoscritto a ben precise censure riguardanti rispettivamente l’individuazione del destinatario della norma incriminatrice da ricavarsi in base alle definizioni contenute nella L. n. 196 del 2003, art. 4 emanata a tutela della privacy e la qualificazione della condotta dalla quale esulerebbe il comportamento non produttivo di danno al singolo o comunque produttivo del danno c.d. “minimale”.

Entro i suddetti confini il difensore del ricorrente muove una censura di ampio respiro rivolta, in via generale, alla carenza della motivazione rispetto ai motivi di appello.

Così inquadrato il contenuto e la portata del ricorso in esame, appare anche opportuno rievocare in via di estrema sintesi il fatto che ha dato luogo alla presente vicenda giudiziaria, apparendo tale operazione propedeutica ad un corretto inquadramento della fattispecie che la difesa del ricorrente afferma non essere configurabile.

Nel corso di un colloquio virtuale su una chat line il R., utilizzando quale nickname la sigla “(OMISSIS)”, si inseriva in un canale chat privato gestito dal B., intrattenendo con lo stesso una conversazione virtuale poi degenerata (seguita, in particolare, da una telefonata di insulti rivolti dal R. al B.) e diffondendo sulla chat pubblica il numero dell’utenza cellulare del B., del quale era venuto in possesso durante quel colloquio.

Così riepilogati i fatti, la prima questione prospettata dalla difesa, relativa al limitato raggio di azione della L. n. 196 del 2003, art. 167, non appare fondata: il difensore pone in correlazione, al fine di dimostrare come il contenuto della norma incriminatrice non abbia portata erga omnes, detto articolo, con l’art. 4 che nell’indicare le varie definizioni, alla lettera f) indica tra “il titolare” deputato ad assumere decisioni in ordine alle finalità, modalità del trattamento dei dati e agli strumenti attuativi, espressamente “la persona fisica, la persona giuridica, la pubblica amministrazione e qualsiasi altro ente, associazione od organismo preposto “al detto compito: tale definizione, secondo la tesi difensiva, consente di escludere dal novero dei destinatari della norma punitiva (rappresentata poi dall’art. 167 citato) il privato cittadino che occasionalmente sia venuto in possesso di un dato c.d. “sensibile” appartenente ad altro soggetto, dandogli diffusione indebita.

Ad una semplice lettura della norma punitiva, l’incipit “chiunque” già esclude in radice una interpretazione in senso restrittivo riferita ai destinatari: ma, anche a voler ricollegare – come mostra di fare la difesa del ricorrente – l’art. 167 all’art. 4, è evidente che, laddove si parla di persona fisica, ci si intende riferire al soggetto privato in sè considerato, e non solo a quello che svolga un compito, per così dire, istituzionale, di depositario della tenuta dei dati sensibili e delle loro modalità di utilizzazione all’esterno: una interpretazione siffatta finirebbe con l’esonerare in modo irragionevole dall’area penale tutti i soggetti privati, così permettendo quella massiccia diffusione di dati personali che il legislatore, invece, tende ad evitare.

Può quindi affermarsi senza tema di smentita che l’assoggettamento alla norma in tema di divieto di diffusione di dati sensibili riguardi tutti indistintamente i soggetti entrati in possesso di dati, i quali saranno tenuti a rispettare sacralmente la privacy di altri soggetti con i primi entrati in contatto, al fine di assicurare un corretto trattamento di quei dati senza arbitri o pericolose intrusioni.

Nè la punibilità – in caso di indebita diffusione dei dati – può dirsi esclusa se il soggetto detentore del dato abbia ciò acquisito in via casuale, in quanto la norma non punisce di certo il recepimento del dato, quanto la sua indebita diffusione.

Nel caso di specie è proprio questo che è accaduto: il R., venuto in possesso, peraltro non casualmente come sostenuto dal suo difensore per come è dato leggere dalla sentenza impugnata, di un dato sensibile (numero di utenza cellulare) per essergli stato fornito dal suo interlocutore del momento (il B.), si è determinato a diffonderlo su altri canali con ciò compromettendo la riservatezza del dato che la norma intende salvaguardare.

Correttamente la Corte ha individuato il R. quale destinatario della norma e soprattutto, ancor più correttamente, la Corte ha ritenuto che quella indebita diffusione del dato costituisca uno dei modi di intendere la nozione di trattamento codificata dalla norma incriminatrice: invero il concetto di trattamento va inteso in senso ampio per come di già lo afferma il legislatore laddove elenca tutta una serie di condotte sintomatiche, non circoscritto quindi ad una raccolta di dati, ma anche – e soprattutto – alla diffusione indebita senza il consenso dell’interessato, del dato acquisito, non importa se casualmente o meno (circostanza che, nel caso di specie, la Corte ha comunque escluso).

Quanto poi al concetto del danno del quale la condotta denunciata sarebbe – ad avviso del ricorrente – priva, si tratta di una opinione nient’affatto condivisibile e nemmeno giustificata dalla realtà dei fatti per come afferma la Corte territoriale, sia pure in modo implicito. Invero la diffusione in ambito generalizzato di un numero di utenza cellulare – per sua intrinseca natura, riservato, tanto è vero che solitamente negli elenchi telefonici pubblici distribuiti dalla TIM (ma anche in altri elenchi in possesso di soggetti che li tengono a disposizione dei terzi) figura solo il numero telefonico pubblicabile e mai quello di un’utenza cellulare a meno che il suo titolare non vi abbia consentito – è certamente produttiva di danno:

elemento, quest’ultimo, preso in considerazione dal legislatore che lo ricollega all’elemento soggettivo del reato intenso quale dolo specifico (“alfine di recare ad altri un danno ” recita la prima parte dell’art. 167 Danno che la Corte territoriale – diversamente da quanto opinato dalla difesa del ricorrente – ha individuato proprio nella diffusione non consentita, specie perchè preceduta da un intento ritorsivo, in risposta ad una diffida rivolta dal B. al R. affinchè si astenesse da indebite intromissioni pubblicitarie: comportamento che colora ancor meglio sia l’elemento soggettivo che quello oggettivo del Quanto all’elemento danno, è del tutto evidente che non si versa in quella ipotesi di “minimo vulnus all’identità personale del soggetto passivo ed alla sua privacy” in presenza del quale la condotta materiale di tipo diffusivo sarebbe scriminata (in termini Cass. Sez. 3A 28.5.2004 n. 30134, Barone, Rv. 229472), in quanto una diffusione ad ampio raggio, indipendentemente dal tempo più o meno breve di stazionamento del messaggio sulla chat line (tempo, nel caso in esame, non quantificabile per come ricordato dalla Corte territoriale), consente a chiunque di prendere cognizione di numeri telefonici riservati.

Ed anzi, l’esigenza che tale evenienza non accadesse traspare ancor più chiaramente riverberandosi quindi sulla esistenza del danno, nella misura in cui si legge che il B. si era recisamente lamentato di intrusioni pubblicitarie sulla sua chat line: segno evidente che detta persona tenesse ad una particolare riservatezza nelle comunicazioni con terzi e che, quindi, una diffusione allargata avrebbe potuto generare altri contatti indesiderati lesivi della privacy. Le considerazioni di cui sopra appaiono sufficienti per giudicare infondata anche la doglianza – peraltro formulata in termini fin troppo generici e quasi ai limiti della inammissibilità -rivolta verso l’assetto motivazionale della sentenza ritenuto inadeguato e carente rispetto alle doglianze difensive: la Corte territoriale, nel premettere quali fossero le doglianze contenute nell’atto di appello, le ha esaminate partitamente, dando risposta a ciascuno dei quesiti proposti in modo coerente e logico anche se sintetico.

Oltretutto, come costantemente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, il ricorrente non può limitarsi alla indicazione di atti od elementi del processo non correttamente o adeguatamente interpretati dal giudicante, essendo invece preciso onere – pena l’inammissibilità della impugnazione – individuare quegli elementi o dati probatori che risultano inconciliabili con la ricostruzione svolta nella sentenza e soprattutto indicare indicare le ragioni per le quali l’atto asseritamente non esaminato comprometta la coerenza logica della motivazione (v. da ultimo, Cass. Sez. 6, 2.12.2010 n. 45036, Damiano, rv. 249035).

Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali delle spese processuali.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 17 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 1 giugno 2011


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1 Commento

  1. Molta gente diffonde il numero altrui con estrema leggerezza e non pensa al danno che da quel comportamento può arrecare al titolare del numero telefonico. C’è chi può anche diventare vittima di stalking perché un soggetto viene a conoscenza del tuo numero telefonico e viene contattato insistentemente da terzi sconosciuti. La soluzione iniziale e meno seccante è il blocco del numero. Se questi poi vanno a cercarti sui social o ti importunano anche perché sanno dove abiti o quali posti frequenti, allora bisogna querelare…

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