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Buono pasto: orario minimo

6 Giugno 2021
Buono pasto: orario minimo

Spettano i buoni pasto se il turno è in orari in cui non si mangia?

Qual è l’orario minimo di lavoro per aver diritto ai buoni pasto? Il DM n. 122 del 2017 stabilisce che i buoni possono essere utilizzati dai lavoratori subordinati sia a tempo pieno che part-time, anche qualora l’orario di lavoro non preveda una pausa per il pranzo.

Il buono pasto rappresenta una prestazione sostitutiva del servizio di mensa; tuttavia, come vedremo a breve, è del tutto svincolato dall’effettivo svolgimento del pasto.

Fermo restando che non ha diritto al buono pasto il lavoratore assente o malato, vediamo allora qual è l’orario minimo per il buono pasto.

Buoni pasto: come funzionano?

Partiamo subito col dire che non esiste un diritto ai buoni pasto. Essi spettano solo se previsti dal Ccnl (ossia il Contratto collettivo nazionale di lavoro, secondo la specifica categoria) o dal contratto di lavoro individuale.

È proprio in tale documento che vengono individuate tutte le condizioni e le modalità per rivendicare il diritto al servizio sostitutivo della mensa.

I buoni pasto prescindono dall’effettivo svolgimento di un pranzo o di una cena. Sicché, spettano anche a chi fa orario continuato. In particolare sono utilizzati, durante la giornata lavorativa anche se domenicale o festiva, esclusivamente dai prestatori di lavoro subordinato, a tempo pieno e parziale, anche qualora l’orario di lavoro non preveda una pausa per il pasto, nonché dai soggetti che hanno instaurato con il cliente un rapporto di collaborazione anche non subordinato.

Il buono pasto rappresenta una prestazione sostitutiva del servizio di mensa, di regola non incidente su altri elementi retributivi, ed è costituito da un documento che può essere in forma cartacea o elettronica.

È possibile cumulare 8 buoni pasto nell’ambito della stessa spesa. Non possono però essere ceduti o venduti ad altri lavoratori, né possono essere convertiti in denaro con il punto vendita.

Non è possibile frazionare l’uso del buono pasto in più occasioni: in altri termini, i buoni sono utilizzabili solo per l’intero valore facciale.

In teoria, non è possibile spendere i buoni pasto nei giorni in cui il dipendente non va a lavorare (anche se tale circostanza non viene quasi mai controllata). Quindi, il buono pasto non spetta neanche nei giorni di assenza o di missione, salvo diversa previsione nel Contratto collettivo nazionale o in quello individuale.

Buoni pasto: orario minimo

Non esiste un orario minimo per aver diritto al buono pasto: tutto dipende da ciò che prevede il Ccnl (Contratto collettivo nazionale). Come abbiamo però anticipato in apertura non c’è alcuna incompatibilità tra il part-time e i buoni pasto, sicché anche chi lavora mezza giornata e avrebbe la possibilità di tornare a casa per pranzare o cenare può accampare il diritto al servizio sostitutivo della mensa.

Alcuni Ccnl prevedono come orario minimo per i buoni pasto 8 ore, altri invece 6 ore e così via dicendo.

Insomma, per sapere se si ha diritto ai buoni pasto sarà bene leggere il Ccnl che regola la propria categoria e altresì il contratto individuale di lavoro; quest’ultimo può solo prevedere una disciplina più favorevole rispetto al Ccnl.

Lavoratore in smart working: ha diritto ai buoni pasto?

Anche il lavoratore in smart working può avere diritto ai buoni pasto se il Ccnl lo prevede. In ogni caso, con la risposta all’interpello n. 123/2021, l’Inps ha dato l’ok anche all’esenzione per i buoni pasto in favore dei lavoratori in smart working, così aprendo le porte a tale agevolazione anche per il lavoro agile.

Spettano i buoni pasto se il turno è in orari in cui non si mangia?

Secondo la Cassazione [1], il lavoratore ha diritto ai buoni pasto sostitutivi del servizio mensa anche se il turno è in orari in cui non si mangia.

Nel caso di specie, è stato riconosciuto sussistente il diritto ai buoni pasto ad un dipendente adibito a turni orari 13/20 e 20/07. Secondo i giudici, ciò che conta è il diritto a usufruire della pausa di lavoro, a prescindere dal fatto che la stessa avvenga in fasce orarie normalmente destinate alla consumazione del pasto o in fasce per le quali il pasto possa essere consumato prima dell’inizio del turno.

Del resto, il buono pasto è un’agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze del servizio con le esigenze quotidiane del dipendente, al fine di garantirne il benessere fisico necessario per proseguire l’attività lavorativa quando l’orario giornaliero corrisponda a quello contrattualmente previsto per la fruizione del beneficio.

Pertanto – ha chiarito la Corte con riferimento al rapporto di lavoro nel pubblico impiego privatizzato – «il diritto al buono pasto è condizionato all’effettuazione della pausa pranzo che, a sua volta, presuppone solo che il lavoratore, osservando un orario di lavoro giornaliero di almeno sei ore, abbia diritto ad un intervallo non lavorato».


note

[1] Cass. ord. n. 15629 del 4.06.2021.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 23 marzo – 4 giugno 2021, n. 15629

Presidente Doronzo – Relatore De Felice

Rilevato che:

la Corte d’appello di Messina, a conferma della sentenza del Tribunale della stessa città, ha riconosciuto in capo a B.G. , turnista dipendente dell’Azienda Ospedaliera […], il diritto a beneficiare dei buoni pasto sostitutivi del servizio mensa per ogni turno lavorativo eccedente le sei ore, sul presupposto dell’impossibilità di fruire del servizio in ragione dell’articolazione temporale dei turni orari assegnati al dipendente;

l’Azienda Ospedaliera […] ricorre per la cassazione della sentenza sulla base di un unico motivo, illustrato da successiva memoria;

B.G. ha depositato controricorso tardivo, nonché memoria illustrativa in prossimità dell’adunanza camerale;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Considerato che:

dall’inammissibilità del controricorso per violazione del termine perentorio di venti giorni previsto dall’art. 370 c.p.c., consegue l’inammissibilità della memoria difensiva che, pertanto, non può essere presa in considerazione;

questa Corte ha stabilito che nell’ambito del procedimento camerale di cui all’art. 380-bis.1 c.p.c., introdotto dal D.L. n. 168 del 2016, art. 1-bis, conv. con modif. dalla L. n. 196 del 2016, e con riferimento ai giudizi introdotti con ricorso depositato successivamente all’entrata in vigore della predetta legge di conversione, l’inammissibilità del controricorso tardivo rende inammissibili anche le memorie depositate dalla parte intimata ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c.;

sebbene la riforma del processo sopra richiamata abbia invertito il rapporto tra regola ed eccezione con riferimento alla trattazione camerale e a quella in udienza pubblica, secondo l’orientamento espresso da questa Corte trova comunque applicazione la preclusione dell’art. 370 c.p.c., in base alla quale la parte inosservante delle regole del rito non può che subire le conseguenze pregiudizievoli di tale comportamento;

da ciò consegue che venuta a mancare l’udienza di discussione – ove poteva avvenire il parziale recupero delle difese orali – nei giudizi camerali nessuna attività difensiva deve ritenersi più consentita (Cass. n. 23921 del 2020);

venendo ora all’esame del ricorso, con l’unico motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, parte ricorrente deduce “Violazione e falsa applicazione del CCNL Comparto sanità 7 aprile 1999, art. 29, comma 2, modificato e integrato in data 20.9.2001 e del D.Lgs. n. 66 del 2003, art. 8”;

contesta il diritto al buono pasto, sostitutivo del servizio mensa, in capo al dipendente adibito a turni in fascia oraria normalmente non destinata alla consumazione del pasto, a causa dell’assenza di una norma del contratto collettivo integrativo che ponga espressamente detto obbligo in capo all’amministrazione;

il motivo è infondato;

questa Corte si è già pronunciata in fattispecie sovrapponibile, confermando la decisione di merito che, ai fini del riconoscimento del buono pasto ad un dipendente adibito a turni orari 13/20 e 20/07, aveva considerato coessenziale alle “particolari condizioni di lavoro” di cui al contratto collettivo integrativo del comparto Sanità 20 settembre 2001, art. 29, il diritto a usufruire della pausa di lavoro, a prescindere dal fatto che la stessa avvenisse in fasce orarie normalmente destinate alla consumazione del pasto o in fasce per le quali il pasto potesse essere consumato prima dell’inizio del turno;

con tale principio si è affermato che “In tema di pubblico impiego privatizzato, l’attribuzione del buono pasto, in quanto agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze del servizio con le esigenze quotidiane del dipendente, al fine di garantirne il benessere fisico necessario per proseguire l’attività lavorativa quando l’orario giornaliero corrisponda a quello contrattualmente previsto per la fruizione del beneficio, è condizionata all’effettuazione della pausa pranzo che, a sua volta, presuppone, come regola generale, solo che il lavoratore, osservando un orario di lavoro giornaliero di almeno sei ore, abbia diritto ad un intervallo non lavorato” (Cass. n. 5547 del 2021);

in definitiva, il ricorso va rigettato; non si provvede alle spese del presente giudizio in favore di B.G. per tardività del controricorso da cui consegue l’inammissibilità della memoria difensiva;

in considerazione del rigetto del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

 


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