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Patto di prova: per la validità le mansioni devono essere determinabili

22 Aprile 2014
Patto di prova: per la validità le mansioni devono essere determinabili

Patto in prova con vincoli meno rigorosi: possibilità di indicare le mansioni anche in modo generico, richiamando il contratto collettivo e senza necessità di adibizione alle specifiche attività indicate nel patto.

Con un’ordinanza di qualche giorno fa [1] il Tribunale di Milano ha precisato alcune importanti questioni relative alla validità del patto di prova stipulato al momento dell’assunzione del lavoratore.

Come tutti ormai sanno, il patto di prova ha lo scopo di consentire, sia al datore di lavoro che al lavoratore, di valutare l’eventuale convenienza del rapporto di lavoro. Pertanto, durante il periodo di prova, ciascuna delle due parti può sempre liberamente recedere dal rapporto, senza bisogno di una motivazione e senza neanche il consueto preavviso.

Naturalmente, perché ciò sia possibile, il patto deve essere valido. E, per essere valido, deve essere scritto, deve essere anteriore o contestuale all’assunzione e, infine – a detta della giurisprudenza – deve individuare (nel contratto di assunzione) quali saranno le mansioni oggetto della prova.

In pratica, il datore deve identificare esattamente i compiti sui quali il lavoratore viene valutato.

Il problema che è sorto in giurisprudenza è quanto dettagliata debba essere tale individuazione.

Alcuni giudici richiedono una specifica indicazione scritta delle mansioni, non accontentandosi né del generico job title, né del riferimento alle declaratorie e ai profili del contratto collettivo.

Invece, l’ordinanza del Tribunale di Milano qui in commento si discosta da questo indirizzo, stabilendo che le mansioni non devono essere indicate in dettaglio, ma è sufficiente che, in base alla formula adoperata nel documento contrattuale, esse siano determinabili. Ciò a maggior ragione se si tratti di lavoro intellettuale e non meramente esecutivo.

Sarebbe addirittura sufficiente, stando a quanto ritiene il Tribunale meneghino, il riferimento al sistema classificatorio contenuto nel contratto collettivo applicato. Quindi il patto che richiami espressamente il contratto collettivo, la categoria di inquadramento e la sintetica enunciazione delle mansioni (nella fattispecie “venditrice esperta”) è perfettamente valido. Soprattutto se (e questa è forse la parte più interessante del provvedimento) il lavoratore ha una specifica conoscenza del settore di attività in cui opera il datore di lavoro, avendo già lavorato, ad esempio, per una società concorrente.

L’ordinanza in commento affronta, infine, il problema (collegato) dell’effettivo svolgimento delle mansioni indicate nella lettera di assunzione.

Se la giurisprudenza maggioritaria ritiene che il datore di lavoro può recedere liberamente dal patto a condizione che la prova si sia svolta sulle mansioni indicate e non su altre, il Tribunale adotta una linea più “morbida”: l’eventuale svolgimento nel periodo di prova anche di altre attività, accessorie e strumentalmente connesse al ruolo indicato in contratto, non inficia l’esperimento e non impedisce il recesso libero del datore. Il lavoratore quindi ben può essere “provato” anche su mansioni correlate o funzionalmente collegate a quelle di assunzione.


note

[1] Trib. Milano, ord. del 15.04.2014.

Autore immagine: 123rf.com


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