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Il conto corrente all’estero va dichiarato?

7 Giugno 2021
Il conto corrente all’estero va dichiarato?

Conto corrente in una banca straniera: si pagano le tasse anche in Italia? Quali sanzioni se non viene dichiarato?

Chi apre un conto corrente all’estero, sia che la banca si trovi all’interno dell’Unione Europea che all’esterno, ha specifici obblighi dichiarativi: deve cioè riportare tale informazione all’interno del Quadro RW della propria dichiarazione dei redditi e, nello stesso tempo, deve corrispondere allo Stato italiano una particolare imposta, l’Ivafe.

Il mancato rispetto di tali obblighi costituisce un illecito di tipo amministrativo, con sanzioni di carattere pecuniario, che non si estendono però all’ambito penale. A fornire una guida sull’argomento e a spiegare se il conto corrente all’estero va dichiarato è stata più volte la giurisprudenza e, da ultimo, la Cassazione [1]. 

Il tema è delicato. Le offerte provenienti dall’estero di conti a basso costo, a volte con tassi di interessi attivi più alti rispetto a quelli italiani, ma soprattutto invisibili ai creditori e quindi difficilmente pignorabili, si fanno sempre più numerose. Non sono pochi gli investitori o i semplici risparmiatori che affidano i propri risparmi alle banche straniere e lì depositano i propri soldi. 

A fronte di questa maggiore elasticità e spregiudicatezza dei correntisti italiani – solo un paio di generazioni fa riluttanti a lasciare il vecchio e caro materasso – bisogna anche sapere cosa prevede la nostra legge in merito e se il conto corrente all’estero va dichiarato. Ecco allora una guida pratica sull’argomento.

La legge sul conto corrente all’estero

La materia in esame è disciplinata dal D. L. 28 giugno 1990, n. 167, convertito dalla legge 4 agosto 1990, n. 227, che, nel regolare la rilevazione ai fini fiscali di trasferimenti da e per l’estero di denaro, titoli e valori, prevede una serie di obblighi dichiarativi a carico dei contribuenti italiani con finalità di «monitoraggio fiscale», allo scopo di controllare che, attraverso transazioni finanziarie da e per l’estero, soggetti tenuti al pagamento delle tasse in Italia possano sottrarre le proprie ricchezze al controllo erariale.

La disciplina è stata a seguito modificata da vari provvedimenti legislativi e, in gran parte, riscritta dalla legge 6 agosto 2013, n. 97 (con variazioni che tuttavia non rilevano per i fatti di causa perché successive).

È legale aprire un conto corrente all’estero?

La tematica della liberalizzazione dei movimenti di capitale e il controllo degli stessi da parte dell’Agenzia delle Entrate italiana nei confronti dei cittadini italiani (di coloro cioè che hanno residenza fiscale in Italia ma che trasferiscono o detengono attività finanziarie all’estero) può sembrare particolarmente complessa, quando invece non lo è. 

Allo stato attuale, è perfettamente legale aprire un conto corrente all’estero. Non esiste dunque alcun vincolo o limitazione da parte di residenti italiani alla detenzione o al trasferimento di capitali all’estero, sia che si tratti di Paesi comunitari che non. 

È quindi possibile aprire un conto corrente in Svizzera, in Spagna, in Germania, nel Regno Unito e così via. 

Come vedremo a breve, chi apre un conto corrente all’estero e quindi detiene il denaro in una banca straniera ha solo l’obbligo di comunicare ciò al Fisco italiano. Qui di seguito vedremo in che modo.

Bisogna dichiarare un conto corrente all’estero?

Il conto corrente all’estero va dichiarato. La legge – ossia il D.L. n. 167/1990 sul «monitoraggio fiscale» – prevede che la detenzione di investimenti o attività finanziarie all’estero (e quindi anche conti correnti) da parte di persone fisiche residenti, sia indicata nella dichiarazione dei redditi da inviare annualmente all’Agenzia delle Entrate. Le attività estere di natura finanziaria sono quelle attività da cui derivano redditi di capitale o redditi diversi di natura finanziaria di fonte estera, come ad esempio gli interessi da depositi bancari. 

Pertanto, il correntista dovrà compilare il Quadro RW della dichiarazione dei redditi indicando il conto corrente detenuto all’estero. 

Nello stesso Quadro RW, il contribuente dovrà altresì determinare l’Ivafe (imposta sulle attività finanziarie detenute all’estero), equivalente all’imposta di bollo dovuta sui prodotti finanziari italiani.

Sul conto corrente all’estero si pagano le tasse?

Come anticipato sopra, l’indicazione del conto corrente all’estero con la compilazione del Quadro RW implica anche il versamento, allo Stato italiano, di un’imposta: l’Ivafe ossia l’Imposta sul Valore delle Attività Finanziarie detenute all’Estero (equivalente all’imposta di bollo dovuta sui prodotti finanziari italiani, con l’aliquota dello 0,20%). 

Per i conti correnti e i libretti di risparmio detenuti all’estero, l’imposta è stabilita nella misura fissa di 34,20 euro per ciascun conto corrente o libretto di risparmio detenuto all’estero. 

L’Ivafe non è dovuta quando il valore medio di giacenza annuo risultante dagli estratti conto e dai libretti non è superiore a 5.000 euro. A tal fine, occorre considerare tutti i conti o libretti detenuti all’estero dal contribuente presso lo stesso intermediario, a nulla rilevando il periodo di detenzione del rapporto durante l’anno. Se il contribuente possiede rapporti cointestati, al fine della determinazione del limite di 5.000 euro, si tiene conto degli importi a lui riferibili pro quota.

L’obbligo di monitoraggio fiscale non sussiste per i depositi e conti correnti bancari esteri il cui valore massimo complessivo raggiunto nel corso del periodo d’imposta non sia superiore a 15mila euro (resta tuttavia fermo l’obbligo di compilazione del quadro RW laddove sia dovuta l’Ivafe, ovvero per i conti di valore superiore a 5mila euro).  

Cos’è l’Ivafe e come si calcola

L’imposta si applica solo ai prodotti finanziari nonché ai conti correnti e ai libretti di risparmio detenuti all’estero indipendentemente dalle modalità di alimentazione (accrediti di stipendi, di pensione o di compensi).

La detenzione all’estero si verifica quando la persona fisica custodisce o deposita l’attività finanziaria presso un intermediario non residente o mediante intestazione a fiduciaria non residente oppure quando la detiene all’estero in una cassetta di sicurezza. Pertanto, per le attività finanziarie amministrate da una società fiduciaria residente o un intermediario residente, l’imposta non è dovuta anche se sono detenute all’estero.

Dall’Ivafe si detrae, fino a concorrenza del suo ammontare, un credito d’imposta pari all’ammontare dell’eventuale imposta patrimoniale versata nello Stato in cui i prodotti finanziari, i conti correnti e i libretti di risparmio sono detenuti. Il credito non può in ogni caso superare l’imposta dovuta in Italia.

Il valore dei prodotti finanziari è costituito generalmente dal valore di mercato, rilevato al termine di ciascun anno solare nel luogo in cui essi sono detenuti, anche utilizzando la documentazione dell’intermediario estero di riferimento per i singoli prodotti (o dell’impresa di assicurazione estera).

L’Ivafe è generalmente stabilita in misura proporzionale, al 2 per mille del valore dei prodotti finanziari.

Tuttavia, per i conti correnti e i libretti di risparmio detenuti all’estero (Paesi UE o extra UE senza distinzione), l’imposta è di € 34,20 per le persone fisiche e € 100 per i soggetti diversi, da applicare con riferimento a ciascun conto o libretto detenuto all’estero dal contribuente. Quando il valore medio di giacenza annuo risultante dagli estratti e dai libretti è complessivamente non superiore a € 5.000, l’imposta in misura fissa non è dovuta.

In relazione alla determinazione del valore medio:

  • occorre considerare tutti i conti o libretti detenuti all’estero dal contribuente presso il medesimo intermediario (è irrilevante il periodo di detenzione del rapporto durante il periodo d’imposta);
  • se il contribuente possiede rapporti cointestati, si tiene conto degli ammontari riferibili pro-quota al medesimo;
  • se il conto corrente ha una giacenza media annuale di valore negativo, non concorre a formare il valore medio di giacenza per l’esenzione.

Per dichiarare il valore delle attività finanziarie detenute all’estero deve essere compilato il quadro RW del Mod. Redditi PF. A tal fine, deve essere indicato il controvalore in € degli importi in valuta calcolato in base all’apposito provvedimento emesso per l’indicazione nel quadro RW della dichiarazione dei redditi (v. n. 16085).

Nel caso in cui operi l’esenzione dell’imposta fissa collegata alla soglia di € 5.000 (v. n. 77045), i dati relativi ai conti correnti e ai libretti di risparmio detenuti nei predetti Paesi non devono essere indicati nella dichiarazione dei redditi, fermo l’eventuale obbligo di compilazione del modulo RW.

Cosa rischia chi non dichiara il conto corrente all’estero?

La mancata compilazione del Quadro RW, e quindi l’omessa dichiarazione del conto corrente all’estero, non comporta sanzioni penali per la dichiarazione fraudolenta ma solo sanzioni amministrative (tributarie) di tipo pecuniario. A tanto è arrivata di recente la Cassazione [1] dopo un’attenta analisi della disciplina normativa. La legge stessa non prevede alcun reato in ipotesi del genere.

L’obbligo di compilazione del quadro RW è finalizzato infatti al pagamento dell’Ivafe, il cui omesso versamento non rileva tuttavia penalmente, ma solo in via amministrativa.

Di conseguenza, in sede di dichiarazione dei redditi, l’omessa compilazione da parte del contribuente del suddetto quadro RW non comporta la consumazione del delitto di dichiarazione infedele, e, non configurando reato, non può pertanto essere presupposto del riciclaggio.

Dunque, per il mancato adempimento sono previste esclusivamente sanzioni pecuniarie di natura amministrativa ovvero, in casi speciali, misure di confisca per equivalente sempre di natura amministrativa (legge n. 167 del 1990, art. 5, e succ. modifiche), alle quali si sono affiancate, ma solo a partire dal 2014, ulteriori sanzioni pecuniarie amministrative per il mancato pagamento dell’Ivafe.

Secondo la Cassazione, la somma di denaro detenuta da un contribuente italiano su un conto corrente di una banca estera (così come uno strumento finanziario o un bene immobile) non è considerata, di per sé sola, parte del reddito imponibile del contribuente italiano, restando tassabili in Italia alle condizioni prescritte dalla legge, esclusivamente le rendite, come gli interessi conseguiti da un investimento finanziario o le rendite immobiliari, che il bene detenuto all’estero dovesse eventualmente produrre; rendite che, peraltro, vanno dichiarate in quadri della dichiarazione dei redditi diversi dal quadro RW.

Con la conseguenza che non possa sostenersi che in siffatte situazioni resti applicabile l’art. 4 D. Lgs 74/2000, in quanto integra gli estremi del reato previsto da tale articolo esclusivamente la condotta di chi, al fine di evadere le imposte dei redditi o sul valore aggiunto, presenta una dichiarazione infedele relativa a quelle imposte.


note

[1] Cass. sent. n. 19849/21 del 19.05.2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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