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Distacco per ricongiungimento familiare: anche frazionato

22 aprile 2014 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 aprile 2014



Il periodo dei tre anni di distacco può avvenire anche in modo frazionato; le poco convincenti tesi delle amministrazioni con cui giustificano il diniego all’istanza presentata dai lavoratori.

 

La legge [1] dà diritto al genitore lavoratore dipendente presso una pubblica amministrazione, con un figlio di età inferiore a 3 anni di chiedere l’assegnazione ad altra sede di servizio ubicata nella stessa Provincia o Regione nella quale l’altro genitore esercita la propria attività lavorativa. In pratica, le condizioni per ottenere il cosiddetto “distacco per ricongiungimento del nucleo familiare” sono quattro:

1. un figlio che non abbia ancora compiuto tre anni (conta l’età alla data di presentazione della domanda. Per cui, se il minore supera i tre anni anche qualche giorno dopo tale momento, la richiesta si considera comunque valida);

2. l’altro coniuge deve essere dislocato in un’altra città;

3. l’assenso dell’amministrazione di provenienza e di destinazione;

4. un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva.

Per maggiori dettagli, leggi le nostre due guide ai seguenti link: “Assegnazione temporanea della lavoratrice madre alle dipendenze della P.A.” e “Ricongiungimento familiare e art. 42 bis legge 151/2001”.

La durata del distacco – dice la legge – può essere per massimo tre anni e l’assegnazione può essere disposta “anche in modo frazionato”. Ma cosa si intende con tale ultima locuzione?

Con una sentenza di qualche giorno fa, il Consiglio di Stato [1] ha cercato di fornire una soluzione.

L’espressione “in modo frazionato”, osserva la sentenza in commento, indica che il beneficio può essere suddiviso (a richiesta del soggetto interessato) in periodi non immediatamente consecutivi fra loro, che poi andranno sommati fino al raggiungimento della durata complessiva di 3 anni. Un’assegnazione, quindi, frazionata e spezzettata nel tempo, ma di durata totale pari a un triennio.

Purtroppo, il fatto che, nell’arco dei primi 3 anni di vita del bambino, la madre possa usufruire anche del periodo di astensione obbligatoria dal lavoro (3 mesi dal parto) oltre che degli altri periodi di astensione facoltativa, fa sì che molte amministrazioni, ingiustificatamente, neghino il beneficio del ricongiungimento, proprio ritenendo che la madre possa comunque appellarsi ai predetti periodi di astensione. Si tratta, però, a parere di chi scrive, di un abuso, che non tiene conto delle finalità completamente diverse dei due strumenti: l’uno volto al ricongiungimento della famiglia, l’altro per sopperire alle esigenze di cura della prole; l’uno guarda ai rapporti tra i figli ed entrambi i genitori, l’altro invece alla salute e alla crescita in sé dei bambini.

È anche vero che l’istituto del ricongiungimento familiare è stato utilizzato e abusato. Ma è anche vero che la norma esiste e, così come posta, per quanto non garantisca un diritto soggettivo alla lavoratrice, ma un semplice interesse legittimo, impone comunque all’amministrazione datrice di fornire – nel rispetto della legge – una valida (e non pretestuosa) motivazione. In assenza della quale, ogni diniego non può essere considerato valido.

 

Ed è anche su questo ulteriore punto che la sentenza in commento del Consiglio di Stato si sofferma. I giudici hanno precisato che il beneficio in questione non costituisce un diritto incondizionato del dipendente, ma è rimesso ad una valutazione relativamente discrezionale dell’amministrazione.

Infatti la legge specifica che il beneficio può essere concesso solo se vi sia:

1. un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva

2. il previo assenso delle amministrazioni di provenienza e destinazione.

Il Collegio, a tale riguardo, sottolinea che non si tratta di una unica condizione, ma di 2 condizioni distinte. La prima è che nella sede di destinazione vi sia un posto vacante e disponibile di corrispondente posizione retributiva; questa condizione è tassativa nel senso che in caso contrario il beneficio non può essere concesso. La seconda condizione è che vi sia l’assenso delle amministrazioni di provenienza e di destinazione: vale a dire che, pur quando ricorra il requisito della vacanza e disponibilità del posto, il beneficio può essere tuttavia negato in considerazione delle esigenze di servizio della struttura di provenienza e di quella di destinazione.

Sulla questione della discrezionalità, ho già avuto modo di sostenere, in alcuni tribunali, la mia interpretazione che, peraltro, ha trovato accoglimento presso il giudice del lavoro di Vibo Valentia (sia in sede di provvedimento d’urgenza, che di reclamo). A riguardo, rinvio al precedente articolo: “Ricongiungimento familiare e art. 42 bis legge 151/2001”.

note

[1] Art. 42 bis d.P.R. n. 151/2001.

[2] Cons. St. sent. n. 1677/14 dell’8.04.2014.

Autore immagine: 123rf.com

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