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Lavoratore in smart working: rimborsi spese e buoni pasto

7 Giugno 2021
Lavoratore in smart working: rimborsi spese e buoni pasto

Lavoro agile: quali diritti ha il lavoratore dipendente in smart working? Cosa prevedono i contratti collettivi nazionali?

È aperto il dibattito sui rimborsi spese e buoni pasto per il lavoratore in smart working. Questo perché, ad oggi, non vi è una precisa regolamentazione normativa e tutto è rimesso alla contrattazione collettiva. 

Di certo, chi lavora in smart working beneficia di alcuni indiscutibili vantaggi, non solo in termini monetari ma anche di migliore conciliazione vita-lavoro. 

Il vantaggio principale deriva dal risparmio sui costi relativi al vestiario e al trasporto per il tragitto casa-lavoro (risparmio anche in termini di tempo). Dall’altro lato, però, il lavoratore agile può subire un incremento di spese per le utenze domestiche (luce, gas, connessione a Internet), strumenti lavorativi (monitor per pc, sedia ergonomica, telecamera per le videoconferenze) e per la predisposizione di una postazione di lavoro all’interno dell’abitazione, con apposite dotazioni e complementi d’arredo.

Senza contare che chi ha sempre fruito della mensa aziendale o dei buoni pasto, in modalità smart working deve provvedere da solo al vitto. 

Ecco perché si pone il problema di definire quale sia la disciplina dei rimborsi spese e buoni pasto per il lavoratore in smart working. Ecco allora cosa dice la legge.

A chi fa smart working spettano rimborsi spese?

Sino ad oggi, il lavoro agile è sempre stato assegnato su base volontaria (salvo le costrizioni derivanti dalla fase emergenziale del Covid-19). Pertanto, la legge non prevede alcun diritto del dipendente al rimborso per le spese da questi sostenute in occasione dello smart working. 

Peraltro, si tenga conto che, a differenza del telelavoro, nello smart working è il dipendente a scegliere il luogo ove lavorare, che ben potrebbe anche non essere la propria abitazione. Non esiste quindi una «postazione fissa». 

Insomma, posta l’autonomia che ha il lavoratore nella scelta del “se”, del “dove” e del “come”, per lo smart working non sono dovuti rimborsi spese.

I contributi che eventualmente l’azienda può riconoscere ai dipendenti che lavorano da casa sono quindi solo su base volontaria: una scelta autonoma del datore di lavoro. Il quale – è bene comunque sottolinearlo – a fronte di tale modalità operativa riceve un indiscutibile vantaggio in termini di risparmio dei costi sulla forza lavoro (energia elettrica, riscaldamento, strumenti di lavoro, rischio infortuni, ecc.).

Tuttavia, per venire incontro alle esigenze di chi, nel periodo della crisi sanitaria e del conseguente lockdown, è stato “forzatamente” collocato in smart working, alcuni Contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl) hanno previsto forme di contributi economici finalizzati a coprire i costi derivanti dalle utenze e dalla connettività oppure dalla necessità di acquisto di particolare strumentazione di lavoro. 

Ferma l’inesistenza di un obbligo giuridico si tratta dunque di previsioni rimesse alla libera autonomia contrattuale delle parti ma che, un volta concordate a livello sindacale, diventano obbligatorie per tutti i lavoratori, anche per quelli non iscritti al sindacato. 

A chi fa smart working spettano i buoni pasto?

Anche per i buoni pasto, la questione va risolta negli stessi termini: non esiste alcun diritto per il lavoratore agile di ottenere i buoni mensa o, come qualcuno li chiama, i ticket restaurant (dal nome di una delle più note aziende che opera nel settore). Solo i Ccnl possono prevedere un obbligo per il datore di lavoro di erogare i buoni pasto agli smart worker.

È comunque da segnalare un’interessante sentenza del tribunale di Venezia [1] (la prima del genere). Questa, nonostante la legge 81/2017 stabilisca che il lavoratore in smart working deve avere «un trattamento economico e normativo non inferiore a quello del lavoratore che svolge la medesima mansione esclusivamente in azienda», era arrivata a negare il diritto per il lavoratore agile ad ottenere i buoni pasto. E ciò perché – come già aveva affermato la Cassazione [2] e di recente ribadito dall’Agenzia delle Entrate [3] – è da escludere la natura di elemento della retribuzione del buono pasto; si tratta piuttosto di una «agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale». Risultato: il mancato riconoscimento del buono pasto nelle giornate di lavoro da remoto non è una violazione del principio di parità di trattamento del lavoratore agile.

L’assenza di un obbligo normativo non esclude comunque la possibilità che un contratto collettivo o individuale di lavoro possa prevedere il diritto del lavoratore agile ai buoni pasto. 


note

[1] Trib. Venezia, sent. n. 3463/2020.

[2] Cass. sent. n. 31137/2019.

[3] Ag. Entrate risposta ad interpello n. 123 del 22 febbraio 2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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