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Aggravante metodo mafioso: Cassazione

7 Giugno 2021
Aggravante metodo mafioso: Cassazione

Reati: assoggettamento della vittima e metodo mafioso, la condotta intimidatrice ai danni della vittima. 

L’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso ricorre se l’azione è funzionale a creare nella vittima condizione di assoggettamento

Ricorre la circostanza aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso, di cui all’art. 416-bis.1 c.p., quando l’azione incriminata, posta in essere evocando la contiguità ad una associazione mafiosa, sia funzionale a creare nella vittima una condizione di assoggettamento, come riflesso del prospettato pericolo di trovarsi a fronteggiare le istanze prevaricatrici di un gruppo criminale mafioso, piuttosto che di un criminale comune.

(Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabile l’aggravante in relazione alle minacce profferite in udienza da un soggetto imputato per il reato di associazione mafiosa, per il grave turbamento indotto nella persona offesa dal timore di fronteggiare possibili azioni punitive dei complici e dei parenti dell’imputato).

Cassazione penale sez. V, 26/01/2021, n.14867

Aggravante metodo mafioso: basta un’azione che evochi la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso

L’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso non presuppone necessariamente l’esistenza di un’associazione riconducibile all’art.416-bis c.p., essendo sufficiente, ai fini della sua configurabilità, il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso. La stessa è pertanto configurabile con riferimento tanto ai reati -fine commessi nell’ambito di un’associazione criminale comune, quanto nel caso di reati posti in essere anche da soggetti estranei al contesto associativo.

Cassazione penale sez. V, 27/10/2020, n.32533

Configurabilità dell’aggravante del cosiddetto “metodo mafioso”

Ai fini della configurabilità dell’aggravante del cosiddetto “metodo mafioso” (art. 416-bis.1 c.p., prima ipotesi), non è necessaria la prova dell’esistenza dell’associazione criminosa, essendo, invece, sufficiente l’aver ingenerato nella vittima la consapevolezza che l’agente appartenga a tale associazione; tanto è vero che l’aggravante è configurabile anche a carico di soggetto che non faccia parte di un’associazione di tipo mafioso, che però ponga in essere, nella commissione del fatto a lui addebitato, un comportamento minaccioso tale da richiamare alla mente e alla sensibilità del soggetto passivo quello comunemente ritenuto proprio di chi appartenga a un sodalizio del genere anzidetto.

Al riguardo, per la sussistenza dell’aggravante, è sufficiente che l’associazione, in quanto evocata dall’agente, pur rimanendo sullo sfondo, spinga la vittima a piegarsi, solo in apparenza “spontaneamente”, al volere dell’aggressore e ad abbandonare ogni velleità di resistenza o difesa per timore di ritorsioni o, comunque, di più gravi conseguenze. Infatti, l’avere ingenerato nella persona offesa la consapevolezza che l’agente appartenga a un’associazione mafiosa – sia questa esistente o meno – o che agisca su suo mandato, è alla base del peculiare stato di soggezione, omertà e vulnerabilità, che facilitano l’esecuzione del reato, rendendone più difficoltosa la repressione, e che lasciano la vittima inerme di fronte alla forza prevaricatrice e sopraffattrice dell’associazione medesima.

(La Corte ha peraltro inteso precisare che, ai fini della configurazione dell’aggravante, non è comunque necessario che l’autore del reato riesca poi effettivamente a coartare la volontà della persona offesa, giacché la capacità soverchiante della condotta aggressiva evocativa del sodalizio criminoso deve essere valutata ex ante come astrattamente idonea a incidere maggiormente sulla libertà di autodeterminazione della vittima).

Cassazione penale sez. II, 14/07/2020, n.27427

Tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari

In tema di applicazione di misure cautelari personali, la presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della custodia in carcere per determinate fattispecie incriminatrici, prevista dagli artt. 275, comma 3, e 51, comma 3-bis, c.p.p., deve intendersi riferita anche ai delitti tentati in caso di contestazione della circostanza aggravante di cui all’art. 7 d.l. 13 maggio 1991, n. 152, conv. in l. 12 luglio 1991, n. 203 (ora art. 416-bis.1, comma 1, c.p.), atteso che il generico riferimento ai “delitti” in tal guisa aggravati, indipendentemente dallo specifico titolo di reato, è comprensivo di ogni fattispecie delittuosa, sia consumata che tentata. (Fattispecie in tema di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, in cui la Corte ha precisato che si deve, invece, escludere l’operatività delle presunzioni ex art. 275, comma 3, c.p.p. per i delitti tentati in relazione alle ipotesi di reato indicate in modo specifico dal legislatore).

Cassazione penale sez. II, 03/07/2020, n.22096

Circostanza aggravante del metodo mafioso e custodia cautelare anche nel caso di delitto tentato

In tema di applicazione di misure cautelari personali, la presunzione relativa di sussistenza delle esigenze cautelari e di adeguatezza della custodia in carcere per determinate fattispecie incriminatrici, prevista dagli artt. 275, comma 3, e 51, comma 3-bis, c.p.p., deve intendersi riferita anche ai delitti tentati in caso di contestazione della circostanza aggravante di cui all’art. 7 della l. 12 luglio 1991, n. 203 (ora art. 416-bis.1, comma 1, c.p.), atteso che il generico riferimento ai «delitti» in tal guisa aggravati, indipendentemente dallo specifico titolo di reato, è comprensivo di ogni fattispecie delittuosa, sia consumata che tentata.

(Fattispecie in tema di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso, in cui la Corte ha precisato che si deve, invece, escludere l’operatività delle presunzioni ex art. 275, comma 3, c.p.p. per i delitti tentati in relazione alle ipotesi di reato indicate in modo specifico dal legislatore).

Cassazione penale sez. II, 02/07/2020, n.26096

Aggravante del metodo mafioso per  chi, pur senza fare uso di una esplicita minaccia, pretende il pagamento di somme di denaro 

In tema di estorsione cd. “ambientale”, integra la circostanza aggravante del metodo mafioso di cui al D.L. 13 maggio 1991, n. 152, art. 7, conv. nella L. 12 luglio 1991, n. 203 (ora art. 416 -bis c.p., comma 1), la condotta di chi, pur senza fare uso di una esplicita minaccia, pretenda dalla persona offesa il pagamento di somme di denaro per assicurarle protezione, in un territorio notoriamente soggetto all’influsso di consorterie mafiose, senza che sia necessario che la vittima conosca l’estorsore e la sua appartenenza ad un clan determinato.

D’altronde, è consentito al giudice, pur nell’autonomia del reato – mezzo rispetto ai reati -fine, dedurre la prova dell’esistenza del sodalizio criminoso dalla commissione dei delitti rientranti nel programma comune e dalle loro modalità esecutive, posto che attraverso di essi si manifesta in concreto l’operatività dell’associazione medesima.

Cassazione penale sez. II, 24/06/2020, n.21323

Per la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso rilevano le modalità delle minacce e la credibilità delle stesse 

La ratio della disposizione di cui al D.L. n. 152 del 1991, art. 7 non è soltanto quella di punire con pena più grave coloro che commettono reati utilizzando metodi mafiosi o con il fine di agevolare le associazioni mafiose, ma essenzialmente quella di contrastare in maniera più decisa, stante la loro maggiore pericolosità e determinazione criminosa, l’atteggiamento di coloro che, siano essi partecipi o meno in reati associativi, si comportino da mafiosi, oppure ostentino in maniera evidente e provocatoria una condotta idonea ad esercitare sui soggetti passivi, quella particolare coartazione o quella conseguente intimidazione, propria delle organizzazioni della specie considerata.

Cassazione penale sez. VI, 03/03/2020, n.13720

In tema di aggravante del metodo mafioso e integrazione della recidiva specifica

Ai fini dell’integrazione della recidiva specifica ex art. 99, comma 2, n. 1, c.p., nel caso di imputato di delitto non colposo aggravato ai sensi dell’art. 7 d.l. 13 maggio 1991 n. 152, conv. in l. 12 luglio 1991, n. 203 (ora art. 416-bis.1 c.p.), già condannato per il delitto di cui all’art. 416-bis c.p., la contestata aggravante del metodo mafioso si lega, in termini di continuità ed omogeneità delittuosa, alla condanna precedentemente riportata, atteso che nella individuazione dei “reati della stessa indole” ex art. 101 c.p. deve farsi riferimento, aldilà dell’identità dei titoli di reato e della loro riferibilità alla lesione di analoghi beni giuridici, alla concreta natura dei fatti ed ai motivi che li hanno determinati, al fine di ravvisare specifici indici identitari.

Cassazione penale sez. II, 16/01/2020, n.9744

Presupposti per l’aggravante del metodo mafioso

L’aggravante del metodo mafioso non presuppone necessariamente l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso, essendo sufficiente, ai fini della sua configurazione, il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso, quali, in particolare, la presenza di un “guardaspalle” durante un’intervista, la simultanea aggressione al giornalista e all’operatore che la stavano effettuando, la perpetrazione in pieno giorno dell’aggressione, rivendicando la potestà di controllare il territorio e di cacciare chi non è gradito, l’evocazione dell’intervento di terzi che avrebbero danneggiato l’auto dei giornalisti ed il contesto omertoso nel quale l’azione era avvenuta.

L’aggravante di cui all’art. 416-bis.1 c.p., nella forma “soggettiva” dell’aver commesso il fatto al fine specifico di agevolare l’attività di una associazione mafiosa, implica necessariamente la prova dell’esistenza reale e non semplicemente supposta di essa. Al contrario, ove l’aggravante sia commessa nella forma “oggettiva” dell’utilizzazione del metodo mafioso (“avvalendosi delle condizioni previste dall’art. 416-bis c.p.), non presuppone necessariamente l’esistenza di un’associazione ex art. 416-bis c.p., essendo sufficiente, ai fini della sua configurazione, il ricorso a modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice tipica dell’agire mafioso: essa è pertanto configurabile finanche con riferimento ai reati-fine commessi nell’ambito di un’associazione criminale comune, nonché nel caso di reati posti in essere da soggetti estranei al reato associativo, essendo necessario e sufficiente che l’associazione appaia sullo sfondo, perché evocata dall’agente, sicché la vittima sia spinta ad adeguarsi al volere dell’aggressore o ad abbandonare ogni velleità di difesa per timore di più gravi conseguenze.

(Nella specie, relativa ai reati di lesioni e di violenza privata, commessi dall’imputato nei confronti di un giornalista che tentava di intervistarlo, l’aggravante del metodo mafioso è stata ritenuta correttamente ravvisata in sede di merito, a prescindere dalla riscontrata esistenza di una associazione mafiosa – in quel momento non ancora accertata giudizialmente, almeno in via definitiva-, valorizzando l’effettivo avvalimento da parte dell’imputato delle condizioni di cui all’art. 416-bis c.p., in tal senso essendosi individuati gli indici fattuali del metodo mafioso: nella presenza, durante l’intera intervista, di un “guardaspalle”, nella simultanea aggressione al giornalista ed al suo operatore, nella perpetrazione dell’aggressione in pieno giorno dinanzi ad una palestra, rivendicando la potestà di controllare il territorio e dunque di “cacciare” chi non fosse gradito, nell’evocazione dell’intervento di soggetti terzi, che avrebbero danneggiato o fatto sparire l’auto dei giornalisti, e nel contesto omertoso della vicenda).

Cassazione penale sez. V, 13/11/2019, n.6764

Estorsione con metodo mafioso aggravato da più persone riunite: presenza  simultanea di almeno due persone

Nel delitto di estorsione commesso utilizzando il metodo mafioso, l’aggravante delle più persone riunite è configurabile solo quando sia riscontrata la simultanea presenza di non meno di due persone nel luogo e nel momento della realizzazione della violenza o della minaccia, in quanto solo in tal modo si verificano, in conformità alla “ratio” della norma, quegli effetti fisici e psichici di maggior pressione sulla vittima che ne riducono la forza di reazione e giustificano l’applicazione dell’aumento della pena.

(In motivazione, la Corte ha altresì escluso che possa bastare per la configurabilità dell’aggravante la consapevolezza, da parte della vittima, del fatto che dietro l’azione intimidatoria vi sia una cosca mafiosa).

Cassazione penale sez. II, 23/10/2019, n.671

L’aggravante dell’utilizzazione del metodo mafioso prescinde dalla prova dell’effettiva esistenza di un’associazione mafiosa

L’aggravante di cui all’articolo 416-bis.1 del codice penale, nella forma “oggettiva” dell’utilizzazione del metodo mafioso (“avvalendosi delle condizioni previste dall’articolo 416-bis del C.p.”), prescinde dalla prova dell’effettiva esistenza di un’associazione mafiosa la cui forza sia evocata, direttamente o implicitamente, o, comunque, dalla prova che ne faccia parte ogni singolo concorrente nel reato. Essa, pertanto, ben può essere esclusa per reati commessi da affiliati di una banda mafiosa là dove gli stessi, nel portare a termine la condotta, non facciano alcun riferimento alla loro associazione, così come, per converso, può essere posta a carico di chi dell’associazione non faccia parte o a carico del soggetto che commetta il reato con “metodo mafioso”, ossia evocando la forza intimidatrice tipica di una associazione mafiosa e la stessa sia percepita come tale dalla vittima, pur se non risulti o sia del tutto esclusa l’esistenza dell’associazione mafiosa Ciò perché l’aggravante si fonda sulle modalità della condotta che evochino la forza intimidatrice dell’agire mafioso ed è a tal fine sufficiente l’avere ingenerato nella vittima la consapevolezza che l’agente appartenga a tale associazione.

Cassazione penale sez. VI, 22/10/2019, n.18125

La configurabilità dell’aggravante prevista dall’art. 7, d.l. 13 maggio 1991, n. 152 (conv. in l.12 luglio 1991, n. 203), non richiede necessariamente la sussistenza di una compagine mafiosa o camorristica di riferimento non solo quando è contestato l’utilizzo del metodo mafioso, ma anche quando è addebitata la finalità agevolativa, anche se, in questa seconda evenienza, occorre che lo scopo sia quello di contribuire all’attività di un’associazione operante in un contesto di matrice mafiosa, in una logica di contrapposizione tra gruppi ispirati da finalità di controllo del territorio con le modalità tipiche previste dall’art. 416-bis c.p.

Cassazione penale sez. II, 17/05/2019, n.27548

Cass. Pen., n. 41772 del 2017

Cass. Pen., n. 18019 del 2018

Cass. Pen., sez. 02, del 02/10/2013, n. 322

Cass. Pen., sez. 02, del 03/02/2000, n. 3061

Cass. Pen., sez. 02, del 13/03/2014, n. 17879

Cass. Pen., sez. 01, del 04/11/2011, n. 5881

Cass. Pen., sez. 01, del 13/04/2010, n. 16883

Cass. Pen., sez. 02, del 25/03/2015, n. 16053

Sui requisiti per l’applicazione dell’aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso

Ricorre la circostanza aggravante dell’utilizzo del metodo mafioso, di cui all’art. 416-bis.1 c.p., quando l’azione incriminata, posta in essere evocando la contiguità ad una associazione mafiosa, sia funzionale a creare nella vittima una condizione di assoggettamento, come riflesso del prospettato pericolo di trovarsi a fronteggiare le istanze prevaricatrici di un gruppo criminale mafioso, piuttosto che di un criminale comune.

(Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto configurabile l’aggravante nella minaccia rivolta all’avente titolo a rinunciare all’assegnazione di un’abitazione popolare, attuata prospettando che essa serviva alla figlia di un esponente apicale di un sodalizio mafioso).

Cassazione penale sez. II, 09/09/2019, n.39424

La contestazione dell’aggravante dell’utilizzazione del “metodo mafioso”, prevista dall’art. 7, d.l. 13 maggio 1991, n. 152 (conv. in l. 12 luglio 1991, n. 203), non presuppone necessariamente un’associazione di tipo mafioso costituita, essendo sufficiente che la violenza o la minaccia assumano veste tipicamente mafiosa. (Fattispecie relativa a rapina ai danni di un furgone portavalori in cui l’aggravante è stata ravvisata nel tratto paramilitare usato per la commissione del delitto, nella attenta pianificazione dello stesso, nelle modalità brutali di realizzazione, nell’impiego di uomini e mezzi, nell’uso di armi con esplosione di colpi e nel compimento dell’atto in pochi minuti, comprovanti una professionalità criminale propria di chi appartiene a gruppi organizzati o di chi da tali gruppi, operanti nel luogo di commissione del reato, sia stato autorizzato).

Cassazione penale sez. II, 02/07/2019, n.36431

Sui presupposti dell’applicabilità dell’aggravante dell’uso del metodo mafioso

In tema di associazione mafiosa, l’aggravante di cui all’art. 416-bis, comma 6, c.p., ricorre quando gli associati pongono in essere una condotta volta a penetrare in un determinato settore della vita economica, influendo sulle regole della concorrenza finanziando le attività con il prezzo, il prodotto o i profitti di delitti, in modo da prevalere, nel territorio di insediamento, sulle altre che offrono analoghi beni o servizi.

Cassazione penale sez. VI, 27/06/2019, n.4115

Il messaggio intimidatorio silente può configurare l’aggravante del metodo mafioso

È’ configurabile la circostanza aggravante del metodo mafioso anche in presenza dell’utilizzo di un messaggio intimidatorio “silente”, cioè privo di una esplicita richiesta, qualora l’associazione abbia raggiunto una forza intimidatrice tale da rendere superfluo l’avvertimento mafioso, sia pure implicito, ovvero il ricorso a specifici comportamenti di violenza o minaccia. (Fattispecie di ritenuta configurabilità dell’aggravante con riferimento al reato di corruzione elettorale).

Cassazione penale sez. III, 18/06/2019, n.44298



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