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Le Guide Se vinco la causa ma il debitore non paga: quale tutela?

Le Guide Pubblicato il 23 aprile 2014

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> Le Guide Pubblicato il 23 aprile 2014

Pignoramenti, esecuzioni forzate, ipoteche, dichiarazioni di fallimento: ecco tutte le carte che ha il creditore per ottenere il pagamento di quanto gli è dovuto.

Quando si intraprende una causa, la vera incognita non è tanto la vittoria, quanto piuttosto la possibilità di ottenere, nei fatti, quello che il giudice ci ha riconosciuto. Il che, se si tratta di denaro, rende tale impresa ancora più aleatoria.

Come dico sempre, il problema è trasformare la “carta bollata” della sentenza in “carta filigranata”. E, a dire il vero, le nostre leggi non ci aiutano affatto. Sicché quel comune adagio, secondo cui è più facile scappare che inseguire, è pienamente calzante.

Lo Stato tutela chi non vuole pagare? Non di certo; anche se la pratica sembra avvalorare questo sospetto.

E allora, è bene sin dall’inizio sapere quali strumenti ha il creditore, con in mano una sentenza di condanna, per ottenere il dovuto.

Innanzitutto fughiamo il primo dubbio. Se la parte soccombente (chi, cioè, ha perso la causa) fa appello, ciò non sospende l’esecutività della sentenza di primo grado. Infatti, anche in pendenza di una impugnazione, la condanna continua ad essere vincolante e obbliga il debitore a pagare. L’unica eccezione è nel caso in cui il giudice di appello (sia esso il Tribunale per i provvedimenti del giudice di pace, o la corte d’appello quelli invece del tribunale), alla prima udienza, “sospenda l’esecutività” della sentenza impugnata. Ma per ottenere ciò, oltre ad una esplicita pronuncia, devono ricorrere una serie di presupposti non sempre presenti.

Non è, dunque, l’appello che deve far temere, quando piuttosto la solvibilità del debitore, ossia la possibilità economica di quest’ultimo, almeno sotto l’aspetto formale, di pagare.

Carta canta” dice un detto popolare: il che vuol dire, nel nostro caso, che se ufficialmente la controparte non ha nulla di intestato, e campa con il minimo vitale, sarà praticamente impossibile recuperare il dovuto.

Pertanto, una buona norma di prudenza imporrebbe di verificare, già prima di intraprendere una causa, se il nostro avversario è un nullatenente – e come tale non aggredibile con qualsiasi tipo di esecuzione forzata – oppure “ha qualcosa da perdere”. E, in ogni caso, anche in quest’ultima ipotesi nulla ci assicura che se ne possa spogliare in corso di giudizio.

Ecco allora alcuni suggerimenti pratici da tenere a mente per poter gestire al meglio le possibilità di un recupero del credito.

Distingueremo, a tal fine, i due più consueti casi in cui la controparte sia un privato o una società.

Se la controparte è un privato e la somma da recuperare è modesta

Paradossalmente, ci sono meno possibilità di recuperare un importo basso che uno elevato. Infatti, per crediti fino a 2/5 mila euro, le uniche forme di esecuzione forzata convenienti per il creditore, da un punto di vista economico, sono il pignoramento dei beni mobili oppure quello dei crediti presso terzi: due procedure che, sebbene rapide e a basso costo, sono estremamente aleatorie e incerte.

Esse, infatti, sono subordinate alla possibilità:

  • – nel caso di pignoramento di beni mobili: 1) che il debitore possegga, presso la propria residenza, oggetti di valore; 2) e che vi sia qualcuno disposto ad acquistarli ad un’asta pubblica (di cui, normalmente, non viene mai data pubblicità);
  • – nel caso di pignoramento dei crediti presso terzi: 1) che il debitore sia un titolare di pensione o di reddito di lavoro autonomo, 2) oppure abbia un conto corrente intestato e, in tal caso, che il creditore sappia presso quale banca.

Se non vi sono tali presupposti, il pignoramento avrà esito negativo e il creditore avrà perso soldi e tempo.

In verità, il pignoramento dei mobili impone la “visita” dell’ufficiale giudiziario a casa del debitore. Egli dovrà cercare e pignorare i beni la cui vendita è più facile e immediata (per esempio, gli oggetti di valore), con alcuni limiti di beni non pignorabili come la fede, le cose sacre, i letti, il tavolo da pranzo, il frigorifero, la stufa, ecc. (leggi l’articolo: “Il pignoramento dei beni mobili del debitore: cosa non può prendere l’ufficiale giudiziario”).

Ebbene, al di là del fatto che a nessuno fa piacere ricevere un ufficiale giudiziario a casa, vi è però la possibilità di avere, tramite questa procedura, maggiori informazioni dal debitore. Infatti, a seguito di una recente riforma, l’ufficiale che non trovi presso il debitore beni mobili pignorabili, chiede formalmente a quest’ultimo se sia in possesso di altri beni o redditi. La risposta viene verbalizzata e di essa ne prenderà cognizione il creditore che, eventualmente, potrà decidere di spostare il pignoramento verso mete più appetibili.

Eventualmente, si può procedere a incaricare un’agenzia investigativa per sapere dove il debitore ha un conto corrente in attivo o dove questi lavora. Il che, però, aumenterà di certo le spese da sostenere.

Se la controparte è un privato e la somma da recuperare è di importo elevato

In tal caso, il creditore potrebbe decidere di pignorare eventuali immobili del debitore e chiedere al tribunale di venderli all’asta. Si tratta di una procedura assai lunga e costosa, ma che potrebbe dare i suoi frutti, posto che, di norma, il mercato immobiliare (specie quello delle “occasioni”) ha sempre un suo traino.

Se la controparte debitrice è sposata

Potreste verificare se il vostro debitore è in regime di comunione dei beni con l’eventuale coniuge. In tal caso, se non siete riusciti a trovare alcun bene da pignorare intestato al debitore, potete aggredire il 50% del valore dei beni del marito o della moglie.

Se la controparte è una società

Oltre alle soluzioni appena esposte, nei confronti delle società c’è sempre la possibilità di chiedere una dichiarazione di fallimento. In verità, bisogna sempre consultarsi prima con il proprio legale poiché le recenti riforme hanno ridotto enormemente il numero di soggetti che possono essere sottoposti a tali procedure concorsuali.

Certamente si tratta di una soluzione radicale ed estrema che porta alla “estinzione” della ditta e, quindi, anche alla possibilità di fare marcia indietro o di trovare successivi accordi.

Per crediti di lavoro dipendente, la via del fallimento potrebbe essere utile se non altro per ottenere l’intervento del fondo di garanzia dell’Inps (almeno per quanto riguarda il TFR e le ultime tre mensilità).

Invece, in tutti gli altri casi, il rischio dell’apertura di un fallimento è di peggiorare il problema. Infatti, la procedura fallimentare è quanto di più lungo e complesso possano conoscere le procedure dei nostri tribunali. Inoltre, se il debitore ha uno patrimonio modesto e svariati debiti, le possibilità di ottenere un pagamento sono ancora più remote.

Certo, potrebbe essere che il semplice deposito dell’istanza di fallimento riesca a sbloccare la situazione, costringendo il debitore a pagare “con le buone”. Ma se ciò non dovesse verificarsi e l’azienda venisse dichiarata (come si dice in gergo tecnico) “decotta”, allora si aprirebbe un vero e proprio calvario di attese.

Per quanto tempo?

Alla fine di tutto ciò, viene spontaneo chiedersi per quanto tempo si possa utilizzare la sentenza di condanna e se la stessa abbia un “termine di scadenza”.

Il termine di “scadenza” (cosiddetta “prescrizione”) delle sentenze è di 10 anni. Tuttavia, se nel corso di tale termine di pongono in essere atti interruttivi della prescrizione – lettere di diffida, solleciti di pagamento e quant’altro – il termine torna a decorrere da capo. Pertanto, la sentenza potrebbe valere anche “all’infinito” e addirittura contro gli eredi del debitore. Ma questa è un’altra storia…

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Autore immagine: 123rf.com


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4 Commenti

  1. Se avv
    Incassa debito da debitore a fine causa di cassazione e nn paga il cliente in attesa della vittoria? Quali mezzi ha il privato x farsi valere nei confronti del proprio avv.difensore?

  2. HO UN DEBITO INCAGLIATO CON UNA BANCA, LA BANCA MI HA FATTO PERDERE UN FINANZIAMENTO 186,000€ REGIONALE CON BANDO ASSEGNATO, MI ANNO DATO 100,000€ MA POSTI SUL CONTO AZIENDALE , O FATTO GLI APPARTI MEZZI PROPRI PER 96,000€ MA NON SONO VALSI PERCHÉ USCITI DAL CONTO AZIENDALE , COME POSSO DIFENDERMI , 2 NON O MEZZI PER TENTARE CAUSA POSSO ACCORDARMI CON L’AVVOCATO CHE IN CASO DI VINCITA GLI PAGO ANCHE UNA % IN PIU GRAZIE PER LA RISPOSTA

  3. Salve, sto aspettando che la cassazione si pronunci su una causa di lavoro dalla quale dovrei incassare circa 90/100 mila euro da un’azienda.
    Alla luce di una sentenza della cassazione, la possibilità di incassare quanto dovutomi, sarà più semplice rispetto ai vari pignoramenti (o similari) già attivati per il primo e il secondo grado (che ben poco hanno reso)?

  4. Ho perso una causa in Corte d’Appello. Il pagamento dei debitori e’ in solido. Essendo noi due (mio marito ed io) e gli altri quattro, si divide per sesti o secondo i millesimi? Io e mio marito siamo intenzionati a pagare, ma se gli altri non pagano e il creditore indica noi per avere i soldi, quando li riprenderemo dagli altri quattro? Si tratta di una cifra notevole, grazie

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