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Che cos’è la buona fede in un contratto?

14 Settembre 2021 | Autore:
Che cos’è la buona fede in un contratto?

Quanto pesa la correttezza tra le parti dal punto di vista giuridico e formale? Esempi di malafede e di come evitare la violazione di quest’obbligo.

Si sente dire spesso che una volta, quando ci si prendeva un impegno, c’erano delle occasioni in cui non era necessario nemmeno metterlo nero su bianco e farci una firma in basso: bastava una stretta di mano guardandosi negli occhi. Erano altri tempi: oggi, in mancanza di un contratto con tanto di lettera piccola da leggere per bene, risulta più difficile fidarsi in qualsiasi contesto: nei rapporti tra consumatore e venditore, tra datore di lavoro e dipendente, ecc. E quando si fa riferimento agli accordi scritti, si parla di «buona fede», come se fosse una virtù da imporre e non un valore intrinseco che ognuno dovrebbe avere.

Che cos’è la buona fede in un contratto? Che cosa si intende e a quale scopo la legge la prevede? Vediamo.

Il concetto di buona fede contrattuale

Si potrebbe dire che la buona fede in ambito contrattuale segue la stessa logica della buona fede nei rapporti umani: si tratta della reciproca lealtà e della correttezza alle quali bisogna ispirarsi nei propri comportamenti. Solo che, in questo contesto, i vincoli di lealtà e di correttezza non sono un optional ma un obbligo per chi sottoscrive un contratto di qualsiasi tipo.

Detto in un altro modo: le parti sono tenute ad osservare una condotta in grado di preservare i reciproci interessi, indipendentemente da ciò che è scritto nel contratto o dai doveri extracontrattuali. Nei limiti del possibile, si cerca di proteggere il bene dell’altro: questo è.

Di conseguenza, la buona fede in un rapporto contrattuale è un comportamento che integra le regole scritte.

Contratto e buona fede: cosa dice la normativa?

Per quanto possa sembrare paradossale, la buona fede non va data per stabilita ma ci sono delle norme nel nostro ordinamento che la impongono in ambito contrattuale. Come a dire: dovresti perseguire il mio bene, oltre al tuo interesse, ma meglio che lo si metta per iscritto.

Ecco che allora scende in campo il Codice civile per stabilire che le parti devono osservare un comportamento basato sulla buona fede:

  • durante la fase della trattativa;
  • in pendenza di condizione risolutiva o sospensiva;
  • nell’eccezione di inadempimento;
  • durante l’esecuzione del contratto.

Inoltre, vengono distinti i concetti di buona fede contrattuale e buona fede soggettiva. Mentre la prima riguarda, come abbiamo visto, il dovere di correttezza e di reciproca lealtà di condotta nei rapporti tra i soggetti, quella soggettiva si riferisce alla mancata consapevolezza di danneggiare una situazione giuridica altrui.

Violazione della buona fede contrattuale: cosa si rischia?

La Cassazione ha stabilito che l’obbligo della buona fede durante la trattativa e la formazione del contratto ha un valore di clausola generale ed impone alle parti il dovere di operare con lealtà e di astenersi da comportamenti maliziosi o reticenti [1]. Significa che la violazione di questo obbligo ha rilevanza nel caso in cui si arrivi ad una rottura ingiustificata della trattativa e conferisce all’accordo concluso un carattere pregiudizievole nei confronti di chi risulta vittima di una condotta in malafede. In pratica, la violazione del vincolo di correttezza e buona fede può essere motivo più che sufficiente per annullare un contratto o per chiudere anzitempo una trattativa.

Per fare qualche esempio in proposito, la violazione dell’obbligo di buona fede può manifestarsi quando due persone avviano una trattativa per l’acquisto di un immobile. Ci sono già stati diversi incontri ed il negoziato sembra arrivato a buon punto. Fino a quando il venditore, però, senza un ragionevole motivo, interrompe la trattativa. In un caso come questo, il potenziale acquirente può chiedere il risarcimento del danno, poiché confidava nella conclusione positiva dell’affare sulla base del rapporto di buona fede osservato fino a quel momento dalle parti.

Un altro esempio è quello che riguarda, ad esempio, il rapporto tra proprietario dell’immobile e inquilino. La buona fede impone che, nel momento in cui l’affittuario vuole trasferirsi in un altro appartamento, lo lasci vuoto il prima possibile per non rendere complicato al padrone di casa di riprenderselo. Altrimenti, l’inquilino – mancando al principio di buona fede – sarà tenuto a risarcire il danno al proprietario in base al ritardo con cui è riuscito a rientrare in possesso della casa.

Possono essere, invece, degli esempi su come dimostrare la buona fede quando non viene rispettato alla lettera un contratto:

  • il venditore che, trovando degli errori sui dati catastali dell’immobile oggetto di un’operazione immobiliare, provvede di sua iniziativa a correggerli anche dopo aver concluso l’affare. Si tratta dell’esecuzione di una prestazione non prevista;
  • chi non rispetta un regolamento o una prescrizione per superare un ostacolo che può rendere banale la sua prestazione lavorativa;
  • chi esegue la sua prestazione in un luogo diverso da quello pattuito ma ugualmente accettabile;
  • chi avvisa la controparte di un errore in una prestazione o nella consegna di un bene;
  • l’avvocato che fa capire al cliente quanto sia poco conveniente per la sua causa agire nel modo in cui il cliente stesso gli ha chiesto di muoversi.

note

[1] Cass. sent. n. 23873/2013 del 21.10.2013.


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