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Accompagnamento per malati psichici

8 Giugno 2021
Accompagnamento per malati psichici

Indennità di accompagnamento per disturbo bipolare e altre malattie mentali: a chi spetta?

Non basta avere un’invalidità del 100% e una pensione di inabilità per ottenere l’assegno di accompagnamento. Anche una malattia psichica come il disturbo bipolare non assicura l’assegno che l’Inps riconosce a chi non è in grado di badare a sé stesso.

Una recente sentenza della Cassazione [1] si occupa di spiegare a chi spetta l’accompagnamento per malati psichici. Come vedremo a breve, il riconoscimento di tale beneficio spetta solo per le patologie più gravi, quelle cioè che impediscono di svolgere i compiti di primaria importanza della vita quotidiana come lavarsi e vestirsi. 

La questione che va però definita in anticipo, proprio per non dar corso a facili equivoci, è chiarire la profonda differenza che sussiste tra «invalidità civile» e «indennità di accompagnamento»: la prima, infatti, non comporta necessariamente il riconoscimento della seconda. Ma procediamo con ordine.

Chi ha l’invalidità civile ha diritto all’accompagnamento?

L’invalidità civile è regolata della legge n. 118 del 1971 e spetta a chi ha una ridotta capacità lavorativa secondo tabelle prefissate dalla legge.

L’accompagnamento, invece, è disciplinato dalla legge n. 18 del 1980 e spetta a chi, oltre all’invalidità vera e propria, ha anche una «incapacità a deambulare o a compiere gli atti quotidiani della vita».

Da quanto appena visto si comprende che l’accompagnamento richiede sempre qualcosa in più della semplice invalidità che consiste nell’impossibilità a provvedere da soli ai propri bisogni primari. 

Requisiti per l’indennità di accompagnamento

Proprio a fronte di ciò, l’Inps riconosce l’indennità di accompagnamento solo a chi dimostra di versare in una delle due seguenti condizioni:

  • impossibilità a camminare da solo, ossia senza l’aiuto permanente di un accompagnatore. Non basta il semplice fatto di aver bisogno di un bastone se questo consente comunque di muoversi da soli;
  • incapacità a compiere gli atti quotidiani della vita senza continua assistenza. In particolare, il soggetto non deve essere in grado di provvedere alla propria igiene personale, di soddisfare i propri bisogni fisiologici, vestirsi e svestirsi, assumere i pasti, effettuare in sufficiente autonomia tutto quanto attiene alle necessità minime essenziali della quotidianità. 

Cosa si intende con «atti quotidiani della vita»?

Secondo una circolare del ministero del Tesoro [2], per «atti quotidiani della vita» – la cui impossibilità di compimento dà diritto all’indennità di accompagnamento – deve intendersi l’insieme di azioni elementari che espleta quotidianamente un soggetto normale della stessa età e che rendono il minorato incapace di compierle, bisognevole di assistenza. 

Non si tratta delle funzioni lavorative, ma di quelle tese al soddisfacimento di quel minimo di esigenze medie di vita rapportabili ad un individuo normale di età corrispondente come ad esempio: vestizione, nutrizione, igiene personale, espletamento dei bisogni fisiologici, effettuazione degli acquisti e compere, preparazione dei cibi, spostamento nell’ambiente domestico o per il raggiungimento del luogo di lavoro, capacità di accudire alle faccende domestiche, conoscenza del valore del denaro, orientamento temporo-spaziale, possibilità di attuare condizioni di autosoccorso e di chiedere soccorso, lettura, messa in funzione della radio e della televisione, guida dell’automobile per necessità quotidiane legate a funzioni vitali, ecc. 

Si comprende quindi che il soggetto completamente inabile al lavoro non necessariamente ha diritto all’accompagnamento se, pur a fronte dell’incapacità a svolgere un’attività lavorativa, è comunque in grado di badare a sé stesso nei compiti quotidiani.

Accompagnamento per malati psichici

Anche le patologie psichiche, come quelle fisiche, possono comportare il diritto all’indennità di accompagnamento. Esse devono comportare, come anticipato sopra, l’impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore o di compiere gli atti quotidiani della vita senza un’assistenza continua. Il semplice disturbo bipolare, ad esempio, non è sufficiente.

Secondo la Cassazione [3], l’indennità di accompagnamento spetta anche al malato psichico che sia in grado di camminare, mangiare e lavarsi da solo, ma non ha la capacità di organizzarsi autonomamente per la sopravvivenza. Potrebbe essere il caso di chi è anoressico quando la patologia raggiunge i gradi più gravi.

Sempre secondo la Cassazione [4], l’anoressia va inquadrata tra i «gravi disturbi psichici» (“psicosi ossessiva” o “sindrome delirante cronica”) tabellate tra il 71 e l’80%; essa pertanto, a rigore, darebbe diritto solo a un’invalidità parziale. Tuttavia, laddove vi sia una totale compromissione delle condizioni fisiche, la malata può ottenere il riconoscimento dell’indennità di accompagnamento. 

Accompagnamento per interdetti per malattie psichiche

Il fatto di avere la pensione di inabilità e di essere stati interdetti, e perciò seguiti da un tutore, non dà automaticamente diritto all’accompagnamento [1] se il richiedente è comunque in grado di attendere agli atti essenziali della vita quotidiana. Non basta quindi il semplice fatto che ci sia necessità di una persona eventualmente delegata a supervisionare talune attività – tra cui l’assunzione quotidiana di farmaci – limitata a un tempo minimo giornaliero.

Questi dettagli sono ritenuti fondamentali, poiché «il presupposto legale dell’indennità di accompagnamento consiste non già nella mera difficoltà di compiere gli atti della vita quotidiana, bensì nell’impossibilità di por mano ad essi» per tutto l’arco della giornata e non solo in determinati momenti.

Bisogna tenere sempre presente che scopo dell’assegno di accompagnamento è di alleviare le sofferenze dei nuclei familiari con soggetti affetti da gravi infermità, i quali necessitano di un continuo controllo, al tempo stesso consentendo a quegli stessi soggetti di permanere all’interno della famiglia.

A queste considerazioni i Giudici della Cassazione ribattono ricordando che «i presupposti utili a beneficiare dell’indennità di accompagnamento consistono nell’impossibilità – e non nella mera difficoltà – di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore e nell’impossibilità di compiere gli atti della vita quotidiana».

In questa vicenda, si è appurato che il soggetto preso in considerazione «è in grado di provvedere alla propria igiene personale, di soddisfare i propri bisogni fisiologici, vestirsi e svestirsi, assumere i pasti, effettuare in sufficiente autonomia tutto quanto attiene alle necessità minime essenziali della quotidianità», mentre «l’eventuale aiuto da parte di un familiare o di una persona delegata a supervisionare la corretta assunzione della terapia farmacologica (attesa la totale capacità del soggetto di provvedervi in autonomia), somministrata con cadenza non giornaliera bensì al bisogno, non comporta di certo un impegno di tempo continuativo, là dove l’accompagnamento presuppone la necessità di far ricorso all’aiuto di terze persone nella giornata ogni qual volta il soggetto debba compiere una determinata attività quotidiana senza la cui assistenza essa non sia materialmente attuabile».

Approfondimenti

Per ulteriori approfondimenti, leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 15620/21 del 4.06.2021.

[2] Min. Tesoro circolare n. 14/92 pro. 0485 del 28.09.1992.

[3] Cass. sent. n. 667/2002.

[4] Cass. sent. n. 6500/02.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – L, ordinanza 24 febbraio – 4 giugno 2021, n. 15620

Presidente Doronzo – Relatore De Felice

Rilevato che:

la Corte d’appello di Salerno, in sede di rinvio, previo espletamento di nuova CTU medico legale, ha confermato la sentenza del Tribunale di Nocera Inferiore, negando a O.G. , titolare di pensione di inabilità, il beneficio dell’indennità di accompagnamento;

la Corte territoriale ha accertato che il ricorrente, affetto da patologia di natura psichiatrica, era comunque in grado di attendere agli atti essenziali della vita quotidiana, e che l’impegno giornaliero che si richiedeva alla persona eventualmente delegata a supervisionare talune attività, tra cui l’assunzione quotidiana di farmaci, si limitava a un tempo minimo giornaliero;

la decisione ha ribadito che il presupposto legale dell’indennità di accompagnamento consiste non già nella mera difficoltà di compiere gli atti della vita quotidiana, bensì nell’impossibilità di por mano agli stessi;

la cassazione della sentenza è domandata da Giuseppe O. , nella qualità di tutore di O.G. , sulla base di un unico motivo;

l’Inps ha depositato controricorso;

il Ministero dell’Economia e Finanza è rimasto intimato;

è stata depositata proposta ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Considerato che:

con un unico motivo, formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorrente contesta la violazione o falsa applicazione della L. n. 18 del 1980, art. 1 e della L. n. 508 del 1998, art. 1;

parte ricorrente censura la sentenza impugnata per aver erroneamente valutato le conseguenze derivanti dalla grave patologia psichica da cui è affetto O.G. , ritenendo comprovata la capacità di questi di attendere alle attività quotidiane della vita sulla base del solo indicatore relativo alla possibilità di assunzione dei farmaci giornalieri senza ausilio;

contesta alla Corte territoriale di non aver tenuto conto della ratio solidaristica, di matrice assistenziale, sottesa all’istituto dell’accompagnamento, diretto ad alleviare le sofferenze dei nuclei familiari con soggetti affetti da gravi infermità, i quali necessitano di un continuo controllo, al tempo stesso consentendo ai medesimi di permanere all’interno della famiglia;

il motivo è inammissibile;

nel caso che ci occupa, la valutazione del giudice del merito, resa sulla base delle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, ha tenuto conto di quanto affermato da questa Suprema Corte circa i presupposti utili a beneficiare dell’indennità di accompagnamento, consistenti nell’impossibilità di deambulare senza l’aiuto di un accompagnatore e nell’impossibilità di compiere gli atti della vita quotidiana, non ritenendo sufficiente la mera difficoltà nel realizzarli;

la Corte territoriale ha accertato che O.G. è in grado di provvedere alla propria igiene personale, di soddisfare i propri bisogni fisiologici, vestirsi e svestirsi, assumere i pasti, effettuare in sufficiente autonomia tutto quanto attiene alle necessità minime essenziali della quotidianità; che l’eventuale aiuto da parte del familiare o di persona delegata a supervisionare la corretta assunzione della terapia farmacologica (attesa la totale capacità di O. di provvedervi in autonomia), somministrata con cadenza non giornaliera bensì al bisogno, non comporta di certo un impegno di tempo continuativo, là dove l’accompagnamento presuppone la necessità di far ricorso all’aiuto di terzi nella giornata ogni qual volta il soggetto debba compiere una determinata attività quotidiana senza la cui assistenza essa non sia materialmente attuabile;

anche con riguardo al tipo di patologia psichica da cui è affetto il ricorrente, la Corte territoriale ha accertato, sempre sulla scorta delle risultanze peritali, che essa non sia di gravità tale da far ritenere necessario l’accompagnamento, non possedendo le caratteristiche della psicosi cronica che si manifesta con allucinazioni e delirio, per la quale è stato giudicato ammissibile il beneficio in questione;

si tratta di un giudizio compiutamente formulato, logicamente e tecnicamente corretto, nonché in linea con le norme di legge nell’interpretazione offertane da questa Corte, sicché nessuna violazione delle stesse è, nel caso in questione, riscontrabile;

in realtà, le prospettazioni del ricorrente deducono solo apparentemente una violazione di legge, là dove mirano, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito; esse si infrangono, perciò, di fronte al principio secondo cui, nelle controversie in materia di prestazioni previdenziali e assistenziali derivanti da malattie dell’assicurato, l’apprezzamento del giudice di merito basato sui risultati dell’indagine peritale, nonché la valutazione in ordine alla obiettiva esistenza delle infermità, alla loro natura ed entità, costituisce un tipico accertamento di fatto, sindacabile in sede di legittimità solo per vizio di motivazione (Cass. n. 18931 del 2019, Cass. n. 1652 del 2012, Cass. n. 569 del 2011, Cass. n. 9988 del 2009), ed ora deducibile unicamente nei ristretti parametri indicati dall’art. 360 c.p.c., n. 5, nell’interpretazione datane dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. Un. 8053 del 2014);

al di fuori da tale ambito, le censure costituiscono un mero dissenso diagnostico non attinente ai vizi del processo logico che sorregge la decisione e si traducono in un’inammissibile richiesta di rivalutazione del merito del convincimento del giudice;

va, pertanto, nel caso in esame, data attuazione al costante orientamento di questa Corte, che reputa “…inammissibile il ricorso per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di norme di legge mirando, in realtà, alla rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito” (cfr. ex multis, Cass. n. 18931 del 2019, Cass. n. 18721 del 2018, Cass. n. 8758 del 2017);

in definitiva, il ricorso va dichiarato inammissibile;

non si provvede alle spese del presente giudizio per la sussistenza della dichiarazione di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c., avente ad oggetto l’esenzione dal pagamento delle spese, competenze e onorari nei giudizi per prestazioni previdenziali in capo al soggetto che versi nelle condizioni reddituali per poterne beneficiare (D.L. n. 269 del 2003, art. 42, comma 11 conv. con modifiche nella L. n. 326 del 2003), il cui scopo è quello di non scoraggiare la proposizione di domande giudiziali attinenti alla materia della previdenza/assistenza (Cass. n. 15659 del 2019);

in considerazione dell’inammissibilità del ricorso, sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17 dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

 


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