Avvocati: cambiano i requisiti per accertare la professione

10 Giugno 2021 | Autore:
Avvocati: cambiano i requisiti per accertare la professione

Rimosso dal Consiglio di Stato il vincolo che imponeva almeno cinque incarichi all’anno. L’Ue aveva minacciato la procedura d’infrazione.

Il Consiglio di Stato cambia la norma per accertare la professione di avvocato. D’ora in poi, non ci sarà bisogno di dimostrare di avere trattato almeno cinque affari all’anno, come richiesto finora per «certificare» che si svolge la professione in maniera abituale, continuativa e prevalente. Secondo una recentissima delibera dell’organo di giustizia amministrativa, ora basterà avere congiuntamente:

  • partita Iva;
  • un locale adibito a studio;
  • una Pec comunicata all’Ordine degli avvocati;
  • un’utenza telefonica dedicata all’attività legale;
  • una polizza assicurativa a copertura dei rischi del mestiere;
  • il dovuto e costante aggiornamento.

Viene meno, quindi, una regola non condivisa da tutti nella professione forense, cioè quella che richiedeva lo svolgimento di almeno cinque affari durante l’anno per poter dimostrare che si stava esercitando abitualmente il mestiere dell’avvocato. Si tratta di un vincolo che risale al 2016, quando venne approvato il decreto di attuazione della legge di riforma della professione [1]. Il provvedimento aggiungeva ai requisiti sopra citati i cinque affari all’anno.

Una decisione, quella prevista dal decreto, che aveva fatto storcere il naso non solo ad alcuni addetti ai lavori ma anche alla Commissione europea, secondo cui la norma era talmente rigida da aprire una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia. Per tutta risposta, il ministero della Giustizia propose di ridurre il limite minimo degli affari trattati da cinque a quattro, idea che, però, non andò in porto: probabilmente, quello che Bruxelles intendeva è che la regola era assurda nella sua natura, non tanto nel numero di casi trattati durante l’anno.

Tant’è, aveva scritto l’Ue, che il vincolo «non è giustificato dall’obiettivo invocato dalle autorità italiane, ossia garantire l’effettivo e corretto esercizio della professione, e non può comunque essere considerato proporzionato all’obiettivo perseguito. Un avvocato – insisteva il Governo comunitario – può infatti decidere di sospendere o di limitare sensibilmente l’esercizio della professione per un determinato periodo di tempo per vari motivi, ad esempio in caso di malattia o per prestare assistenza a un familiare senza che tale decisione debba incidere sulla sua competenza di avvocato abilitato all’esercizio della professione». In sintesi: secondo Bruxelles, «non sembra esservi alcun nesso tra l’obbligo di trattare almeno cinque affari per ciascun anno e la garanzia del corretto esercizio della professione di avvocato».

Argomentazioni che non sembrano avere convinto il Consiglio nazionale forense – contrario all’eliminazione del vincolo – ma che hanno, invece, portato il Consiglio di Stato alla rimozione del requisito.


note

[1] Decreto n. 47/2016 di attuazione della legge n. 247/2012 di riforma della professione forense.


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