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Diffamazione in buona fede: è reato?

10 Giugno 2021
Diffamazione in buona fede: è reato?

Per la diffamazione è necessario che ci sia il dolo: il responsabile deve cioè agire in malafede. 

La diffamazione in buona fede è reato? Detto in termini tecnici: è necessario il dolo o è sufficiente la semplice colpa? Detto invece in termini più comuni: si può essere responsabili per diffamazione se non si agisce con l’intento di mettere in cattiva luce la vittima? 

Mettiamo il caso di una persona che, volendo parlare male di un’altra in una chat con un amico, invii per sbaglio il messaggio a un gruppo di persone, così mettendola involontariamente alla berlina. Oppure si pensi all’ipotesi di un amministratore di condominio che, rivelando ai condomini che uno di loro è sottoposto a pignoramento immobiliare, agisca non già con lo scopo di infangarne la reputazione, ma di mettere a conoscenza gli altri dell’impossibilità di recuperare le quote condominiali non versate. 

Nei due esempi che abbiamo appena visto, l’atto della diffamazione è involontario: l’agente si muove non già con lo scopo di denigrare ma di comunicare con una sola persona (nel primo caso) e di informare (nel secondo).

Ebbene, come chiarito più volte dalla giurisprudenza, presupposto del reato di diffamazione è il cosiddetto «dolo generico» ossia una “malafede attenuata”. Non è cioè necessaria l’intenzione di ledere la reputazione di una terza persona. Ma è necessario semplicemente che il responsabile si sia reso conto del discredito che con il suo operato poteva comportare all’altrui reputazione. Quindi, deve raffigurarsi il danno alla vittima. 

Ragion per cui non commette diffamazione chi crede di parlare con una sola persona (atteso che la diffamazione si perfeziona solo in presenza di due o più persone e in assenza della vittima) o chi ritiene di dover dare un’informazione necessaria per la tutela degli altrui diritti.

Quindi, non commette diffamazione chi rivela il fallimento di un imprenditore non già per portare a lui discredito ma per mettere in guardia gli altri dal concludere affari commerciali con lui, affari che potrebbero non essere rispettati. 

Non commette diffamazione chi, interloquendo con una persona e rivelando a questa fatti e vicende scabrose della vita altrui, non sappia di essere sentito da altre persone dietro una parete o che la conversazione è oggetto di registrazione video/audio.

Non commette diffamazione chi parla male di un conoscente con un amico non sapendo che quest’ultimo andrà a rivelare il fatto agli altri, rendendo così il fatto di pubblico dominio.

Non commette diffamazione l’amministratore di condominio che scrive su un cartello affisso nell’androne che un proprietario è pignorato se non c’è alcuna volontà dispregiativa od offensiva nella comunicazione, ma il cui intento è di portare a conoscenza tutti gli altri proprietari di una situazione di rischio nella riscossione delle quote e per la gestione delle spese comuni. 

Insomma, la diffamazione involontaria, fatta per sbaglio ossia senza dolo, non costituisce reato. 

Rientra invece nella diffamazione il comportamento di un giornalista che pubblichi una notizia sul conto di una persona, che possa comportarne discredito (ad esempio, l’accostamento a famiglie malavitose), senza aver prima accertato con cura le proprie fonti e senza aver effettuato alcuna verifica giornalistica. 

Questo, del resto, è quanto più volte chiarito dalla giurisprudenza secondo cui: «ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico del reato di diffamazione è sufficiente il dolo generico, ovvero la consapevolezza di offendere l’onore e la reputazione di altro soggetto».  

I tecnici del diritto, in questi casi, parlano di dolo generico come condizione per il reato di diffamazione. Esso consiste nella consapevolezza di pronunciare o di scrivere una frase lesiva dell’altrui reputazione, ma anche nella volontà che la frase denigratoria venga a conoscenza di più persone (pertanto, è necessario che l’autore della diffamazione comunichi con almeno due persone o con una sola persona, ma con tali modalità, che detta notizia sicuramente venga a conoscenza di altri ed egli si rappresenti e voglia tale evento)» [2].  


note

[1] Trib. Campobasso, sent. n. 30455/2019.

[2] Trib. Pescara, sent. n. 4/2019.

Autore immagine: depositphotos.com


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3 Commenti

  1. Diffamazione in buona fede? Non ne avevo mai sentito parlare…Fatto sta che prima di parlare male di qualcuno bisognerebbe contare fino a 1miliardo. Perché si è tanto bravi a parlare degli altri, mentre quando qualcosa riguarda sé stessi, ci si scandalizza subito se c’è stato un passaparola

  2. Bisogna fare attenzione alla potenza delle parole perché possono portarti in alto e buttarti sotto terra in un nano secondo. E questo può avvenire alle tue spalle da parte di chi meno te lo aspetti, sia per invidia, sia per competizione, sia per pura cattiveria… Quindi, un conto è criticare ma se bisogna farlo bisogna rivolgersi direttamente all’interessato e non quando questi ne è all’oscuro…

  3. Un conto è parlare di qualcosa che è sotto gli occhi di tutti ed è facilmente verificabile, ma anche in questo caso bisogna fare attenzione a quel che si dice e a come lo si dice, per evitare di scadere in facili pettegolezzi o insinuazioni… Poi, c’è chi si permette di criticare l’operato altrui senza aver piena cognizione dei fatti e ingenerando negli altri una cattiva visione della persona diffamata. Mettere in cattiva luce il professionista può comportargli gravi conseguenze non solo sull’onore e sulla reputazione, ma anche sul suo benessere psicologico e sui sui contatti professionali causando un danno sul piano patrimoniale e non solo un danno morale

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