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L’ingiuria è reato?

10 Giugno 2021
L’ingiuria è reato?

Esiste ancora l’ingiuria o è stata depenalizzata? L’abrogazione dell’articolo 594 del Codice penale: come punire le offese.

C’è chi spesso si chiede se l’ingiuria è reato. L’ingiuria – ossia l’offesa pronunciata direttamente nei confronti della vittima, e quindi in sua presenza – è stata abrogata. O meglio, è stata depenalizzata dal decreto legislativo n. 7 del 2016. 

Questo non significa che l’ingiuria sia divenuta legale: essa continua ad essere un comportamento vietato dalla nostra legge e, come tale, sanzionato anche pesantemente. Ma non è reato. Vediamo allora quali sono le conseguenze della depenalizzazione dell’ingiuria e cosa rischia chi offende l’altrui reputazione.

Cos’è l’ingiuria?

Spesso, si confondono i concetti di ingiuria, diffamazione e calunnia. Si tratta invece di tre illeciti completamente diversi.

L’ingiuria è l’offesa rivolta alla vittima. Ne risponde «chiunque offende l’onore o il decoro di una persona presente». 

L’ingiuria richiede quindi due comportamenti: 

  • l’offesa;
  • la presenza della vittima a cui deve essere indirizzata direttamente la frase offensiva. 

È il caso di chi dice una parolaccia ad un’altra persona nel corso di un litigio o l’offenda in modo particolarmente forte, anche con un semplice gesto della mano o del braccio. Lo sputare a terra in direzione di un soggetto, con lo scopo di offenderlo, è considerato ingiuria. 

L’ingiuria non è necessariamente verbale. Si macchia di ingiuria anche chi, in una chat, rivolgendosi alla vittima, la offende pubblicamente o quando lo stesso comportamento viene realizzato con una lettera privata indirizzata alla parte offesa.

Attenzione a non confondere l’ingiuria con la minaccia che, invece, non consiste nel generare un’offesa alla reputazione ma un timore nella vittima per la propria o l’altrui incolumità (ad esempio «Stai attento a quando cammini da solo per strada»).

La diffamazione è, invece, l’offesa nei confronti di una persona ma pronunciata in sua assenza, dinanzi ad almeno due persone. È il caso di chi parla male di qualcuno e lo fa con l’intenzione di offenderlo. 

Infine, c’è la calunnia che è il comportamento di chi querela o denuncia una persona dinanzi alla pubblica autorità (ad esempio, carabinieri o polizia) pur sapendo bene che questa è innocente. La calunnia quindi presuppone la malafede. Non commette calunnia chi propone una querela interpretando in modo errato la legge oppure non riuscendo poi a dimostrare i fatti narrati nella querela stessa. Il fatto quindi di essere stati dichiarati innocenti a seguito di un processo penale non implica in automatico la possibilità di sporgere una querela per calunnia.

L’ingiuria è reato?

Di tutti i comportamenti che abbiamo visto sopra, solo l’ingiuria non è reato. Lo sono invece la minaccia, la diffamazione e la calunnia.

L’ingiuria resta comunque un comportamento vietato, ma si tratta di un illecito civile. 

L’ingiuria, originariamente prevista come reato dall’art. 594 del Codice penale, non è stata quindi completamente abrogata ma semplicemente “trasformata” in illecito civile a seguito dell’adozione del d.lgs. n. 7/2016. 

Le conseguenze pratiche sono di tutto rilievo. Difatti, in caso di ingiuria:

  • non si può più sporgere querela;
  • non ci si deve più rivolgere a polizia o carabinieri ma al giudice civile;
  • non c’è più un processo penale ma uno civile;
  • non è più sufficiente la dichiarazione della vittima come prova;
  • non è più lo Stato a portare avanti il processo ma la vittima;
  • il responsabile non subisce più una sanzione penale ma una civile;
  • la sanzione per l’ingiuria non lascia macchie nel casellario giudiziario;
  • la vittima deve anticipare le spese processuali.

In ogni caso, il responsabile dell’ingiuria viene ugualmente punito con una sanzione pecuniaria e con il risarcimento del danno che però deve versare solo se la vittima avvia il processo.

Come viene punita l’ingiuria?

L’ingiuria non viene più punita con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a 516 euro come nel precedente sistema che la catalogava tra i reati. Oggi, l’ingiuria viene punita con:

  1. una sanzione pecuniaria civile da 100 euro a 8.000 euro, somma questa che deve essere pagata allo Stato solo all’esito del processo civile che accerta l’illecito;
  2. un risarcimento del danno, che decide il giudice caso per caso sulla base di una serie di variabili come:
    • l’entità dell’offesa;
    • il contesto in cui è stata proferita l’offesa (ad esempio, se c’è stata provocazione o meno);
    • la durata dell’offesa;
    • la presenza di altre persone ad ascoltare l’offesa;
    • il tipo di lavoro della vittima e, quindi, la lesione della sua reputazione. 

Il danno deve essere dimostrato: non è presunto nel fatto stesso dell’illecito. Bisogna cioè dimostrare di aver subito una lesione. Pertanto, oggi, ha senso agire contro un’ingiuria solo se si ha la possibilità di fornire la prova non solo del fatto in sé – ossia dell’ingiuria – ma anche del successivo danno che si è patito a seguito di esso.

Come si dimostra l’ingiuria?

Per dimostrare l’ingiuria bisogna ricorrere alle prove tipiche del processo civile: la prova testimoniale, la prova documentale (ad esempio, uno screenshot), le registrazioni video ed audio, la confessione del responsabile.

In questo, la prova dell’ingiuria è divenuta molto più difficile con la sua depenalizzazione. Nel processo penale, infatti, bastava la dichiarazione della vittima per arrivare a una sentenza di condanna.

Come agire in caso di ingiuria?

Chi subisce un’ingiuria e intende tutelarsi deve:

  • incaricare un avvocato conferendogli mandato;
  • notificare un atto di citazione al responsabile, sempre per il tramite dell’avvocato;
  • anticipare le spese processuali costituite dall’onorario dell’avvocato e dal contributo unificato (la tassa di avvio del processo civile);
  • dimostrare il fatto illecito, cioè l’ingiuria;
  • dimostrare il danno;
  • attendere la sentenza;
  • notificare la sentenza al responsabile e richiedere il pagamento della condanna;
  • in caso di mancato pagamento spontaneo, agire con il pignoramento nei confronti del responsabile.


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