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Sanzione disciplinare ingiusta: come contestarla?

6 Agosto 2014 | Autore:
Sanzione disciplinare ingiusta: come contestarla?

Multe, sospensioni dal lavoro, ammonizioni: ecco a chi deve rivolgersi il dipendente che vuole impugnare la sanzione disciplinare.

 

Il dipendente ha il diritto di impugnare la sanzione disciplinare irrogata dal datore di lavoro quando ritiene che questa sia ingiusta perché, per esempio, si basa su fatti non veri o è sproporzionata rispetto alla violazione commessa.

Oltre al licenziamento, le sanzioni disciplinari sono (in ordine di gravità):

rimprovero verbale;

ammonizione scritta;

multa (per legge l’importo della multa non può essere superiore a quattro ore della retribuzione base; inoltre, singoli CCNL possono prevedere un importo massimo ancora più basso);

sospensione dal lavoro e dalla retribuzione (la sospensione non può essere superiore a dieci giorni; anche in questo caso i singoli CCNL possono prevedere un limite massimo inferiore).

L’irrogazione della sanzione richiede un procedimento complesso in cui il datore di lavoro deve rispettare una serie di fasi e regole, pena la nullità della sanzione stessa.

Il dipendente che riceve un provvedimento di irrogazione della sanzione disciplinare può ritenerla ingiusta e illegittima e contestarla tanto nella forma quanto nel contenuto.

Egli ha tre strade per impugnare il provvedimento disciplinare [1]:

1) ricorrere al collegio di conciliazione e arbitrato presso la Direzione Provinciale del lavoro.

Il lavoratore deve presentare, entro venti giorni dalla data di irrogazione della sanzione, un’istanza all’ufficio provinciale del lavoro in cui chiede la costituzione di un collegio arbitrale che deciderà sulla controversia.

Il collegio è composto da tre arbitri: uno scelto dal lavoratore, uno dal datore di lavoro e l’altro scelto di comune accordo tra le parti (o, in difetto di accordo, nominato dal direttore dell’ufficio).

Attenzione: se il datore di lavoro, entro dieci giorni dall’invito rivoltogli dall’ufficio, non nomina il proprio arbitro, la sanzione disciplinare impugnata non ha effetto.

Se, invece, il datore di lavoro adisce l’autorità giudiziaria, la sanzione resta sospesa fino all’esito del processo.

La decisione degli arbitri ha la forma del lodo arbitrale irrituale e ha dunque valore negoziale. Esso non è impugnabile dinanzi all’autorità giudiziaria per contestare il merito ma solo per far valere eventuali vizi della volontà degli arbitri (errore, violenza o dolo).

Una volta scelta la strada del collegio arbitrale, il lavoratore può adire l’autorità giudiziaria ma solo fino a quando non si completa la procedura arbitrale (cioè fino a quando tutti gli arbitri nominati accettano l’incarico).

2) Ricorrere al giudice instaurando una vera e propria causa.

Il lavoratore può impugnare la sanzione disciplinare con un vero e proprio ricorso dinanzi al giudice del lavoro. In questo caso non ci sono termini stringenti; l’impugnazione deve avvenire nel termine di prescrizione ordinaria di dieci anni.

Si tenga comunque conto del fatto che, una volta decorsi due anni dalla data di irrogazione della sanzione, quest’ultima non può più essere considerata, per nessun effetto, dal datore di lavoro.

Ciò vuol dire che a distanza di due anni la sanzione non potrebbe essere per esempio utilizzata come pretesto per un licenziamento disciplinare. Ne deriva che può essere “inutile” impugnare la sanzione a distanza di anni; se si vuole contestare per evitare il rischio di ulteriori provvedimenti disciplinari ingiusti è bene impugnare la sanzione subito.

3) Sfruttare le procedure conciliative previste dal CCNL applicato.

I contratti collettivi spesso prevedono procedure simili a quella arbitrale sopra descritta. In questi casi il lavoratore può farvi ricorso seguendo le modalità previste dal contratto.


note

[1] Art. 7 L. n. 300/1970.

Autore immagine: 123rf.com


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