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Mobbing: c’è diritto al ripristino del rapporto di lavoro?

11 Giugno 2021 | Autore:
Mobbing: c’è diritto al ripristino del rapporto di lavoro?

Le dimissioni del dipendente vittima di vessazioni sono valide? Quando si può chiedere l’azione di reintegrazione sul lavoro?

La legge consente al lavoratore che abbia subito un ingiusto licenziamento non solo di essere risarcito per il pregiudizio patito, ma anche di essere reintegrato nel proprio posto di lavoro. Insomma: l’azione di reintegro consente di annullare del tutto l’ingiustizia subita dal dipendente. Questa tutela è garantita anche al lavoratore vittima di ingiuste vessazioni? In caso di mobbing, c’è diritto al ripristino del rapporto di lavoro?

Secondo una recente sentenza della Corte di Cassazione, il dipendente che dimostra di essere stato vittima di mobbing ha diritto al risarcimento dei danni, ma non alla restituzione del posto che ha perso oppure che ha volontariamente lasciato per sfuggire alle vessazioni. Insomma: la tutela fornita dall’azione di reintegrazione non spetta al lavoratore vittima di mobbing.

Secondo i Supremi giudici, nemmeno può parlarsi di invalidità delle dimissioni rassegnate, a meno che non si dimostri, mediante perizia medica, un evidente stato di incapacità naturale dovuto ai tormenti subiti sul posto di lavoro. Quindi, c’è diritto al ripristino del rapporto di lavoro in caso di mobbing? Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: troverai le risposte che cerchi.

Mobbing: cos’è?

Il mobbing consiste nei reiterati comportamenti ostili perpetrati nei riguardi del dipendente. A seconda dell’autore della condotta illecita, si distinguono due tipologie di mobbing:

  • mobbing verticale (o bossing), se le vessazioni provengono dal datore di lavoro;
  • mobbing orizzontale, quando le molestie giungono dai colleghi.

In entrambi i casi, la vittima subisce dei soprusi che hanno dei risvolti negativi sia sulla sua carriera che sulla sua salute.

Quando c’è mobbing?

Secondo l’insegnamento della Corte di Cassazione [1], affinché si integri un’ipotesi di mobbing occorre la sussistenza contestuale dei seguenti elementi:

  • molteplicità dei comportamenti ostili;
  • ripetitività delle vessazioni per un congruo periodo di tempo (è stato ritenuto congruo un periodo pari a circa sei mesi);
  • lesione della salute e della dignità del dipendente (si pensi al disturbo di adattamento, alla depressione, ecc.);
  • tra le condotte del datore e il danno subito dalla vittima ci deve essere un rapporto di causa-effetto;
  • l’intento persecutorio che collega tutti i comportamenti illeciti.

Reintegrazione nel posto di lavoro: cos’è?

Il lavoratore che subisce un ingiusto danno da parte del datore può chiedere non solo il risarcimento ma anche la reintegrazione nel posto di lavoro. Cos’è?

La reintegrazione costituisce la più efficace forma di tutela prevista dalla legge a favore del lavoratore illegittimamente licenziato e consiste nell’obbligo, in capo al datore di lavoro, di riammettere il dipendente nel medesimo posto che occupava prima del licenziamento.

Per legge [2], la tutela reintegratoria è applicabile nelle ipotesi di:

  • nullità del licenziamento, perché discriminatorio oppure comminato in costanza di matrimonio o in violazione delle tutele previste in materia di maternità o paternità oppure negli altri casi previsti dalla legge;
  • licenziamento inefficace perché intimato in forma orale;
  • licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo illegittimo per insussistenza del fatto contestato o perché il fatto rientra in una delle condotte punibili con sanzione conservativa sulla base del Ccnl applicabile;
  • licenziamento per giustificato motivo oggettivo, se il fatto è manifestamente infondato.

Il giudice, annullando il licenziamento, ordina la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e condanna il datore di lavoro al pagamento del risarcimento del danno.

Mobbing: c’è diritto al ripristino del lavoro?

Come visto nel precedente paragrafo, la tutela reintegratoria non è prevista nelle ipotesi di mobbing, a meno che in questo caso non si voglia far rientrare il licenziamento manifestamente infondato oppure fatto oralmente.

Se, però, il dipendente si licenzia perché vittima di mobbing da parte del datore, non potrà chiedere la reintegrazione nel posto di lavoro ma, al massimo, il risarcimento dei danni.

Nemmeno può chiedere il ripristino del rapporto di lavoro per invalidità delle dimissioni. Tanto è stato stabilito da una recente sentenza della Suprema Corte [3], secondo cui mobbing e pregiudizio psico-fisico non bastano a rendere invalide le dimissioni del lavoratore. Approfondiamo questo tema nel prossimo paragrafo.

Mobbing: le dimissioni sono valide?

Ricorreva in Cassazione un dipendente che, a causa del mobbing subito sul posto di lavoro, si vedeva costretto a rassegnare le dimissioni. Il ricorrente chiedeva pertanto non solo il risarcimento dei danni subiti ma anche il ripristino del rapporto di lavoro per invalidità delle dimissioni, le quali sarebbero state date in un momento di fragilità psicologica del dipendente tale da non renderlo del tutto consapevole delle proprie azioni.

Secondo la Corte d’Appello, sono valide le rassegnate dimissioni, non essendo ravvisabile, nell’ipotesi concreta, una vera incapacità naturale. Allo stesso tempo, però, è giusto riconoscere il pregiudizio psico-fisico subito dal lavoratore e ricollegabile al mobbing della società datrice di lavoro, con conseguente diritto al risarcimento.

Dello stesso tenore anche la Corte di Cassazione cui si era rivolto l’ex dipendente per ottenere il ripristino del rapporto di lavoro: secondo i supremi giudici, il mobbing subito in azienda e il conseguente pregiudizio psico-fisico sono meritevoli di risarcimento ma non bastano a ipotizzare una condizione di incapacità naturale tale da invalidare le dimissioni con cui si è chiuso il rapporto di lavoro.

Insomma: al dipendente vittima di mobbing che si licenzia per sfuggire alle vessazioni non spetta il ripristino del posto di lavoro.


note

[1] Cass., sent. n. 2142/17 del 27.01.2017.

[2] Art. 18, l. n. 300/70.

[3] Cass., ord. n. 16153 del 9 giugno 2021.

Autore immagine: canva.com/

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, ordinanza 18 novembre 2020 – 9 giugno2021, n. 16153

Presidente Berrino – Relatore De Marinis

Rilevato

che, con sentenza del 7 ottobre 2016, la Corte d’Appello di Roma, in parziale riforma della decisione resa dal Tribunale di Frosinone che, sulla domanda proposta da V.E. nei confronti di G.S. S.p.A. (ora S.S.C. Società Sviluppo Commerciale S.r.l.), DIA Distribuzioni S.p.A. e Allianz S.p.A. di risarcimento dei danni conseguenti al pregiudizio psicofisico sofferto in relazione al quale era venuto a trovarsi in uno stato di incapacità naturale implicante l’invalidità delle dimissioni rassegnate ed il ripristino del rapporto con la G.S. S.p.A, si era pronunziato per il rigetto di quest’ultimo capo, limitandosi alla condanna di G.S. S.p.A., DIA Distribuzioni S.p.A. e Riunione Adriatica di Sicurtà S.p.A. in solido al pagamento in favore del V. di un importo complessivo di Euro 17.334,74 a titolo di invalidità temporanea e parziale e danno biologico nella misura del 7,5% oltre interessi legali, ribadiva a carico di S.S.C. S.r.l. e di DIA distribuzioni S.p.A. la condanna in solido per un importo pari a 92.940,74 ma, in accoglimento dell’appello incidentale dell’Allianz S.p.A. rigettava la domanda di garanzia proposta dalla S.S.C. S.r.l. nei confronti della predetta Società di assicurazioni condannando il V. alla restituzione delle somme ricevute dalla stessa Società;

che la decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto infondata l’eccezione di inammissibilità ex art. 434 c.p.c., comma 1, sollevata dalla S.S.C. S.r.l. e, quanto al merito, valide le rassegnate dimissioni per non essere ravvisabile, alla stregua dell’espletata CTU, la denunciata incapacità naturale, ma sussistente, sulla base della stessa CTU, la lamentata invalidità lavorativa, dovuto (per essere il pregiudizio psicofisico ricollegabile al mobbing imputato alla S.S.C. S.r.l.) il risarcimento del danno quantificato in coerenza con l’esito della CTU medesima e fondata l’eccezione sollevata dall’Allianz S.p.A. di decadenza dell’operatività della garanzia assicurativa per decorso del termine di un anno entro il quale la stessa andava attivata;

– che per la cassazione di tale decisione ricorre il V. , affidando l’impugnazione a due motivi, cui resiste, con controricorso, la sola S.S.C. S.r.l. essendo, tanto la DIA Distribuzioni quanto l’Allianz S.p.A., rimaste intimate;

– che la Società controricorrente ha poi depositato memoria.

Considerato

– che, con il primo motivo, il ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 2 e 32 Cost., artt. 2059 e 1226 c.c. in una con il vizio di motivazione, lamenta a carico della Corte territoriale l’erroneità con specifico riguardo alla mancata considerazione del criterio della personalizzazione del danno non patrimoniale e comunque la carenza di motivazione in ordine ai criteri di liquidazione del danno stesso;

– che, con il secondo motivo, denunciando il vizio di motivazione, il ricorrente imputa alla Corte territoriale di non essersi pronunziata sul motivo d’appello relativo alla non conformità alla tariffa professionale vigente della quantificazione delle spese di lite da parte del primo giudice; che il primo motivo deve ritenersi infondato atteso che le censure ivi mosse non attengono all’aver la Corte territoriale disatteso il riferimento alle tabelle del Tribunale di Milano cui questa Corte ha riconosciuto la valenza di parametro di conformità della valutazione equitativa del danno non patrimoniale alle disposizioni di cui agli artt. 1226 e 2056 c.c. (cfr., da ultimo, Cass. n. 20895/2015, n. 9950/2017 e n. 11754/2018) ma si risolvono nel desumere dal tenore della motivazione il mancato ricorso al criterio della “personalizzazione” del danno non patrimoniale. Tale criterio è nella specie da escludersi. Si deve considerare che tale procedimento è diretto a valorizzare, insieme alle conseguenze ordinarie già previste e compensate dalla liquidazione forfetizzata assicurata dalle previsioni tabellari nelle quali, alla luce dell’orientamento accolto da questa Corte a sezioni unite con la nota sentenza n. 26972/2008, risultano incluse le voci del danno biologico, morale ed esistenziale, sicché in questo quadro la loro autonoma considerazione si risolve in una inammissibile duplicazione risarcitoria specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che da quelle si distinguano, siccome legate all’irripetibile singolarità dell’esperienza di vita individuale nella specie considerata (caratterizzata da aspetti legati alle dinamiche emotive della vita interiore, o all’uso del corpo e alla valorizzazione dei relativi aspetti funzionali) e meritevoli in quanto tali di una differente, più ricca e, dunque, individualizzata, considerazione in termini monetari, rispetto a quanto suole compiersi in assenza di dette peculiarità (cfr. Cass. n. 21939/2017). In effetti, il criterio ben può consistere, risultando congruo ai fini della considerazione delle voci di danno morale ed esistenziale, in un aumento equitativo delle quantificazione del danno biologico attraverso i meccanismi di oscillazione tabellare quando, come si deve ritenere nella specie, nulla a riguardo avendo il ricorrente specificato in termini che vadano oltre la descrizione della sintomatologia della sindrome da cui è affetto, non rilevino specificità tali da consigliare o imporre lo scostamento da tali valori standard di “personalizzazione” del danno forfettariamente individuato, ovvero quando la specifica vicenda non rientri nell’ambito dell’ordinario e pur differenziato atteggiarsi delle varie possibili situazioni in astratto idonee ad orientare la liquidazione stessa tra il minimo ed il massimo del parametro tabellare, ma se ne discosti per la presenza di circostanze di cui il parametro stesso, evidentemente costruito in base alla considerazione dell’oscillazione ipotizzabile nell’ambito delle diverse situazioni ordinarie configurabili secondo l’id quod plerumque accidit, non possa aver tenuto conto (cfr. Cass. n. 3505/2016, ma altresì le successive n. 21939/2017, n. 2788/2019, n. 25690/2019);

– che, di contro, il secondo motivo si rivela inammissibile, al di là della genericità della formulata censura, non dando conto in questa sede il ricorrente dei motivi su cui aveva fondato l’impugnazione proposta in grado di appello e della loro rilevanza, in considerazione del rigetto da parte del primo giudice di un capo non secondario della domanda e dell’esiguità dell’importo dal medesimo liquidato a titolo di risarcimento del danno (17.000 Euro circa).

– che il ricorso va dunque rigettato;

– che le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 7.500,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per i ricorsi, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13, se dovuto.


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