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Offese: quando la critica diventa ingiuria?

29 Luglio 2014


Offese: quando la critica diventa ingiuria?

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Luglio 2014



Una guida pratica per stabilire quando l’offesa è lecita e quando, invece, sconfina nel reato penale.

Quando una frase offensiva rientra nella normale critica e quando, invece, eccede nell’ingiuria gratuita? Se, nella prassi comune, il confine può essere soggettivo e rimesso alla sensibilità delle persone, per il diritto esiste una linea netta di distinzione oltre la quale scatta l’illecito penale. Ovviamente, trattandosi di questioni da valutare caso per caso, la legge non definisce dei criteri fissi, ma lascia al giudice il compito di interpretare quando applicare l’esimente del diritto di critica e quando, invece, stabilire la condanna per ingiuria.

Di recente, la Cassazione [1] ha definito un criterio guida che, seppur spiegato con una formula apparentemente generica, lascia intendere molto chiaramente fin dove si possono spingere i dissensi. Secondo la Suprema Corte, per rimanere nel lecito, e poter quindi applicare il cosiddetto diritto di critica, è necessario che l’espressione utilizzata consista in un dissenso motivato, manifestato in termini misurati e necessari. Se, invece, si trascende in un attacco personale, con espressioni volte solo a ledere la dignità morale, professionale ed intellettuale dell’avversario o del contraddittore, allora scatta la sanzione penale per il delitto contro l’onore.

Se si usa il dubitativo “forse”?

Per evitare la condanna non vale utilizzare formule dubitative come “forse” (per esempio: “sei elettrizzato: forse sei preda di qualche dose di cocaina”). Secondo la Cassazione, l’uso dell’avverbio “forse” non sminuisce la portata dell’offesa e induce ad attribuire, comunque, all’accusato gli aggettivi ingiuriosi rivoltigli [2].

E con riferimento ai politici?

Forse consapevole del clima di forte “contraddittorio” nei confronti della politica, la Cassazione ha dimostrato di essere di maglie più larghe quando l’offesa è rivolta a un parlamentare. In passato, infatti, i giudici hanno precisato che [3] l’esercizio del diritto di critica politica può rendere non punibili espressioni anche aspre e giudizi di per sé ingiuriosi, con disapprovazione più pungenti ed incisivi rispetto a quelli comunemente adoperati nei rapporti interpersonali fra privati cittadini.

Tuttavia, resta reato la falsa attribuzione di una condotta scorretta, utilizzata come “scusa” per la critica nei confronti del personaggio stesso. Né si può palesemente travalicare i limiti della convivenza civile, mediante offese gratuite, come tali prive della finalità di pubblico interesse, e con l’uso di argomenti che, lungi dal criticare i programmi e le azioni dell’avversario, mirino soltanto ad insultarlo o ad evocarne una pretesa indegnità personale [4].

Se la critica è aspra ma il fatto è vero?

Interessante è il caso deciso dalla Suprema Corte che ha visto un ragazzo chiamare “razzista” un pubblico ufficiale per aver illegittimamente limitato la libertà di due stranieri, trattenuti in modo ingiusto, oltre le normali procedure, dagli agenti. In questi casi – hanno detto i giudici – si tratta piuttosto di un legittimo esercizio del diritto di critica esercitato per difendere del “deboli” in occasione di un trattamento ingiustificato [5].

Va peraltro considerato che, in assenza di prove contrarie, la versione di un fatto data da un semplice cittadino “pesa” esattamente come quella di un pubblico ufficiale.

note

[1] Cass. sent. n. 16971/2014 del 16.04.2014.

[2] Cass. sent. n. 29758/2010.

[3] Cass. sent. n. 14459/2011.

[4] Cass. sent. n. 4325/2010.

[5] Cass. sent. n. 29338/2010.

Autore immagine: 123rf.com


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1 Commento

  1. Su i Social si scambiano spesso insulti gratuiti tipo “sei un coglione” e simili. Vale la pena denunciare i rei e come?
    Grazie.

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