Diritto e Fisco | Editoriale

Il nuovo fallimento del consumatore: l’Italia come gli USA

27 gennaio 2012 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 27 gennaio 2012



Anche le persone fisiche, come le imprese, possono “fallire”: a breve l’approvazione della riforma che disciplina la procedura di fallimento dei consumatori.

Quasi una perfetta trasposizione della disciplina statunitense quella che sta per approvare il Governo Monti e che è stata battezzata come “il fallimento del consumatore”. Una riforma che mira a risolvere uno degli aspetti più frustranti del processo civile italiano: il recupero dei crediti.

Come già avevo scritto qui, il nostro mercato è ostacolato, prima di tutto, dalla variabile “rischio”. Se il debitore non paga spontaneamente il proprio creditore, l’unica arma per quest’ultimo (salvo ricorrere ai servigi di un malvivente, cosa che, a parte l’ironia della battuta, sarebbe di certo più efficace) è un processo tanto lungo quanto inutile. Dopo anni di rinvii, infatti, la condanna del giudice civile ha, per il nullatenente, una sola e lievissima conseguenza: un accesso dell’ufficiale giudiziario che, constatata l’assenza di beni da pignorare, redige verbale negativo. Con ulteriore beffa per il creditore il quale, oltre a non recuperare il dovuto, ha anche speso soldi e tempo.

Gli Stati Uniti, invece, inguaribili fan del mercato e della tutela del credito, hanno previsto, diversi lustri fa, un sistema che consente ai creditori di recuperare almeno una parte del credito.

Oltreoceano, quando un privato cittadino non può più pagare le rate, i suoi creditori o egli stesso possono chiedere al giudice la dichiarazione di “bancarotta”.

Si tratta di una sorta di fallimento “personale”, gestito dal tribunale, simile a quello previsto in Italia per le imprese.

Le possibili strade sono due: o l’autorità giudiziaria provvede a vendere i beni del fallito e a distribuire il ricavato tra i creditori; oppure il giudice blocca qualsiasi esecuzione forzata sui beni del debitore, per un periodo prestabilito (dai tre ai cinque anni), durante il quale egli non potrà accedere al credito, ma dovrà rimborsare quanto dovuto ai creditori.

Questo sistema sta per essere approvato anche in Italia. La “famiglia” e non più solo l’azienda sarà soggetta alla procedura di fallimento. Un vantaggio sia per il creditore, che in questo modo non subirà il rischio di prestare denaro senza alcuna certezza di recupero; sia per l’economia nazionale (come già si era spiegato qua); sia per il cittadino, che così potrà risolvere la propria crisi finanziaria, senza trascinarsi in eterno i debiti (accollandoli, spesso, anche sulle generazioni successive).

Ecco come funzionerà il nuovo meccanismo.

Il consumatore, che sia in una situazione di definitiva incapacità di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni, potrà presentare in tribunale una domanda [1] con cui richiede alternativamente:

a) la liquidazione del proprio patrimonio. In tal caso, tutti i suoi beni verranno venduti attraverso la supervisione del tribunale, in modo da garantire ai creditori il soddisfacimento in misura percentuale, con preferenza di quelli muniti di privilegio, pegno o ipoteca [2].

b) proporre, con l’aiuto di un “organismo di composizione della crisi” (un ente pubblico o privato, registrato presso il Ministero della Giustizia), un piano di rientro che preveda la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti attraverso qualsiasi forma, anche mediante cessione di crediti futuri.

Questo progetto viene poi omologato dal tribunale, che fissa tempi e modi di pagamento dei creditori.

Onde evitare che il cittadino furbo utilizzi sistematicamente questo sistema per cancellare i propri debiti, alla procedura non potrà essere ammesso colui che già vi ha fatto ricorso una volta negli ultimi cinque anni.

La richiesta andrà presentata in tribunale, con l’elenco dei creditori, l’indicazione delle somme dovute, dei beni e degli eventuali atti di disposizione compiuti negli ultimi cinque anni, la dichiarazione dei redditi degli ultimi tre anni, l’elenco delle spese necessarie al sostentamento del debitore e della sua famiglia.

Pur senza istituire un registro simile a quello Crif anche per gli inadempimenti tra privati (come suggerito in un precedente articolo), il nuovo sistema comunque consentirà maggiore controllo e gestione dei soggetti più “propensi” all’insolvenza.

 

note

[1] La richiesta andrà presentata in tribunale, con l’elenco dei creditori, l’indicazione delle somme dovute, dei beni e degli eventuali atti di disposizione compiuti negli ultimi cinque anni, la dichiarazione dei redditi degli ultimi tre anni, l’elenco delle spese necessarie al sostentamento del debitore e della sua famiglia.

[2] Si potrà prevedere che i creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca non vengano soddisfatti integralmente, “purché ne sia previsto il pagamento in misura non inferiore a quella realizzabile, in ragione della collocazione preferenziale, sul ricavato in caso di liquidazione, avuto riguardo al valore di mercato attribuibile ai beni o ai diritti sui quali sussiste la causa di prelazione, come attestato dagli organismi di composizione della crisi”.

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