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Trust: breve e pratica guida per capire come funziona

29 aprile 2014


Trust: breve e pratica guida per capire come funziona

> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 aprile 2014



Consigli pratici sul trust: ecco qualche esempio di come funziona e per quali scopi viene utilizzato.

Il trust è ormai uno strumento utilizzato per “salvaguardare” i propri beni immobili dai rischi di un eventuale default o da un eccessivo indebitamento della famiglia. Si tratta di uno strumento di derivazione anglosassone che ha, di recente, fatto ingresso nel nostro ordinamento.

La definizione di trust potrebbe spaventare, apparendo forse un po’ complessa. Ma lo schema è estremamente facile. Cercheremo quindi di darvi qualche semplice indicazione.

Cos’è il trust?

Il trust è la situazione giuridica che si verifica in ogni caso in cui un soggetto (indicato come disponente, traduzione dell’inglese settlor) trasferisce la proprietà di determinati suoi beni a un altro soggetto (detto trustee, termine che non si traduce) affinché questi raggiunga un certo scopo – indicato dal disponente – mediante lo svolgimento di un’attività, giuridica o materiale, relativa ai beni che gli vengono affidati (immobili, partecipazioni, denaro, strumenti finanziari). In buona sostanza, lo schema è il seguente: Tizio cede la proprietà di un proprio bene a Caio affinché questi esegua i compiti impartitigli da Tizio. Il che potrebbe far figurare Caio come una sorta di prestanome (anche se tale, propriamente, non è).

Un esempio: il genitore anziano di un figlio disabile può affidare un determinato patrimonio al trustee affinché il reddito di questi beni sia destinato al pagamento delle spese di assistenza, cura, svago e istruzione del figlio.

A cosa serve il trust?

Il trust è utile non solo per risolvere problemi personali o familiari, ma anche quelli d’impresa.

Un esempio: è il caso di chi tenta di organizzare un efficiente passaggio generazionale dell’azienda e, più in generale, del patrimonio dell’imprenditore; per impedire che l’azienda di famiglia finisca sotto il controllo di un figlio non adatto al compito; ancora, per agevolare l’imprenditore nella sua attività, come può essere per i trust deputati a gestire patti di sindacato, quelli istituiti a garanzia di pagamenti o di cauzioni oppure finalizzati a supportare il buon esito di procedure concorsuali e così via.

Restano, è vero, i casi “patologici”: ad esempio, c’è chi ancora cerca di utilizzare il trust come un sofisticato escamotage per dribblare le regole ereditarie o per sfuggire ai creditori, il Fisco in primis. Soprattutto nei casi di “posizionamento” del trust all’estero in Stati a fiscalità privilegiata. Ma queste operazioni sono sempre più nel mirino della Guardia di finanza e non vengono sponsorizzate da consulenti seri e professionali.

Qualche consiglio pratico

Proprio per questo, occorre fare un paio di fondamentali considerazioni. Anzitutto, se è vero che il trust è di ormai ampia utilizzazione, è anche vero che si tratta comunque di una questione assai complessa: e quindi la regola secondo cui qualsiasi questione professionale non può essere affrontata con superficialità o dilettantismo vale qui a maggior ragione.

L’altra essenziale avvertenza è che, come già detto, il trust è fortemente caratterizzato dal fatto che il trustee diventa effettivo proprietario dei beni che gli sono affidati dal disponente e deve attuare il programma che il disponente gli ha indicato.

Da ciò deriva che non può aversi un trust se sono stabilite regole che permettano al disponente di smontare la struttura a suo piacimento oppure se egli conserva sui beni del trust un insieme di poteri tali da ridurre il trustee al ruolo di mero esecutore materiale o di prestanome.

Anche la qualità del trustee non è irrilevante perché, se in alcuni casi è normale che sia uno stretto familiare del disponente o dei beneficiari, in molti casi la “tenuta” del trust è fortemente correlata all’indipendenza del trustee rispetto agli altri soggetti del trust e dal fatto che abbia caratteristiche di soggetto professionale, dotato di autonomia di giudizio.

In altri termini, dalla non indipendenza del trustee o dalla invasività del disponente potrebbe derivare che è stato istituito non un trust ma un semplice rapporto di mandato: con la conseguenza che i beni del trust, seppur intestati al trustee, ancora in effetti appartengono al disponente. In questo caso i creditori del disponente possono aggredire i beni del trust per soddisfare le loro ragioni, ciò che invece non accade se il trust è “vero”.

L’Italia non ha una propria legge sul trust. Il legislatore si è occupato soltanto di questioni fiscali. Quindi per organizzare un trust bisogna ricorrere alla legge di uno Stato che l’abbia disciplinato. I professionisti italiani sono soliti ricorrere alla legge sul trust dell’isola di Jersey.

note

Autore immagine: 123rf.com

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