Case: cresce la Tasi

30 aprile 2014


Case: cresce la Tasi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 30 aprile 2014



Prendono forma le decisioni delle città, che si traducono in un frequente rischio di aumenti sia per le abitazioni principali sia per gli altri immobili.

Dovevamo evitare l’Imu e, invece, siamo caduti in una tassazione che rischia non solo di ripristinare la stessa imposta sugli immobili prima cancellata, ma addirittura di superare quella precedente. È appunto il caso della Tasi sull’abitazione principale che raggiunge lo stesso peso dell’Imu quando va bene (con l’eccezione paradossale delle abitazioni di valore più elevato, per le quali la Tasi è sempre più leggera dell’Imu) e lo supera quando va male. Un’imposta sui “servizi indivisibili” (illuminazione, manutenzione, anagrafe e così via) che, come abbiamo visto in precedenza, non fa eccezione tra padrone di casa e inquilino in quanto – a differenza delle precedenti Imu e Ici – viene pagata da locatore e locatario (leggi l’articolo: “Nuova tassa quest’anno per chi è in affitto: la TASI la paga anche l’inquilino).

Avevamo già messo in guardia dal rischio che la nuova TASI fosse più pesante dell’Imu (leggi l’articolo “Ecco perché la TASI peserà più dell’IMU”). E, a quanto pare, i timori erano fondati.

Basta infatti dare una scorsa alle decisioni che in queste settimane stanno prendendo forma nelle città per osservare almeno tre fenomeni.

Primo: l’aliquota Tasi standard dell’1 per mille, su cui erano stati condotti tutti i calcoli ufficiali a fine 2013, per l’abitazione principale non fa capolino quasi in nessuna città, perché tutte spingono i parametri verso i massimi.

Secondo: le detrazioni, che a differenza di quanto accadeva con l’Imu sono facoltative e flessibili, in molti casi non bastano a parare il colpo, con il risultato che per una quota consistente di abitazioni principali la Tasi sarà più pesante della vecchia imposta municipale.

Terzo: spesso le risorse per queste detrazioni arrivano da incrementi di aliquota su seconde case, imprese e negozi, con il risultato di far pagare aumenti ulteriori (del 7,5% nella maggioranza dei casi) a queste categorie, che hanno già sopportato in due anni il passaggio dai 9,2 miliardi dell’Ici ai 20 miliardi abbondanti dell’Imu 2013.

Un esempio a Milano: per un piccolo appartamento in periferia da 450 euro di rendita (valore catastale 72mila euro) la Tasi chiede 180 euro, il doppio dell’Imu versati nel 2012 per l’Imu.

Il confronto con le vecchie tasse finisce in sicuro pareggio solo nei Comuni che hanno messo l’aliquota aggiuntiva sulle prime case accompagnandola con un sistema ampio e graduale di detrazioni (accade a Bologna, Firenze e Torino), ma ci sono anche sindaci che almeno per ora hanno deciso di ignorare l’opzione-sconti: accade per esempio a Ravenna e Forlì, mentre Cagliari ha cambiato idea.

note

Autore immagine: 123rf.com

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