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La persona che denuncia è attendibile? Fa prova la sua dichiarazione

4 Maggio 2014
La persona che denuncia è attendibile? Fa prova la sua dichiarazione

Basta la deposizione della parte offesa dal reato per provare la responsabilità dell’imputato.

L’un contro l’altro armati: quando le parti in causa si danno battaglia, le dichiarazioni dell’una pesano quanto quelle dell’altra se non sono supportate da valide prove. Ma questo non riguarda, a volte, il processo penale. Infatti, così come ha ricordato una recente sentenza della Cassazione [1], la testimonianza della vittima del reato (cioè la persona offesa), se ritenuta attendibile dal giudice, costituisce una vera e propria fonte di prova. Il magistrato, in ogni caso, è tenuto a motivare le ragioni in base alle quali ha ritenuto veritiere le sue dichiarazioni.

La ragione di tale differenza di peso sta nell’intuibile considerazione che, diversamente ragionando, non si potrebbe punire tutta una serie di reati che si consumano, necessariamente, a “tu per tu”, lontano da qualsiasi testimone. È il caso, per esempio, della concussione, del racket e, infine, della violenza sessuale. Ed è proprio a un caso di stupro che si riferisce la sentenza in commento.

Certo, è preferibile che le dichiarazioni della vittima siano confermate da ulteriori riscontri – meglio ancora se documentali – come, ad esempio, certificati medici (attestanti, magari, le lesioni subìte dalla vittima a causa della violenza sessuale, tali da escludere un rapporto consenziente).

Fino a che punto, però, la testimonianza della persona offesa (specie nel caso di delitti contro la libertà sessuale) può essere ritenuta credibile, specie nei casi in cui essa sia l’unica prova del crimine? La nostra legge riconosce alla persona offesa dal reato una piena capacità di testimoniare, equiparando la forza delle sue dichiarazioni a quella di qualsiasi altro testimone.

Pertanto, nel caso in cui la vittima sia anche l’unico testimone del reato, la sua semplice deposizione può essere utilizzata dal giudice per giungere alla sentenza finale di colpevolezza del reo.

In ogni caso, il magistrato dovrà dare conto – nella motivazione della sentenza – delle ragioni per cui ha ritenuto credibili e fondate le deposizioni della vittima. Tale motivazione dovrà essere dettagliata e rigorosa [2]. Insomma, il controllo sulla psicologia della persona offesa-testimone va fatto con oculatezza, specie se essa è l’unico soggetto che può riferire circa il reato.

Altro e correlato problema, comunque, è quello della sostanziale assenza, nel nostro ordinamento, di una effettiva tutela del testimone “vittima” del reato. Anche, in materia di reati contro la criminalità organizzata, le misure generali di protezione dei testimoni sono lacunose e prive di efficacia (leggi “I testimoni di giustizia: lo Stato non fabbrica eroi”).

La vittima del reato che testimonia all’interno del dibattimento è soggetta a pressioni o sollecitazioni, al fine di ottenere una più o meno completa ritrattazione. Insomma, non poche volte, alle sofferenze patite per il reato, ne seguono di ulteriori e, a volte, più penose, nel periodo antecedente l’audizione o anche in sede di incidente probatorio.


note

[1] Cass. sent. n. 17862/14 del 29.04.2014.

[2] Cass. n. 6930/1990.

Autore immagine: 123rf.com


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