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Come fare una denuncia per violazione della privacy?

17 Settembre 2021 | Autore:
Come fare una denuncia per violazione della privacy?

Trattamento dei dati personali: cos’è e quando c’è reato? Tutti i principali delitti che riguardano la lesione del diritto alla riservatezza.

La riservatezza è un bene giuridico di primaria importanza, tanto che la legge la tutela anche con sanzioni penali. In altre parole, la violazione della privacy può comportare il carcere per chi si è macchiato della condotta illecita. Come vedremo, la lesione della riservatezza può avvenire in diversi modi: dall’installazione di telecamere nell’abitazione altrui alle intercettazioni illecite, passando per il trattamento non autorizzato dei dati personali. Sono molteplici le condotte che possono essere sanzionate. Con questo articolo vedremo come fare una denuncia per violazione della privacy.

Va subito premesso che non costituisce reato ogni violazione della privacy, ma solamente quella che, per la legge, è ritenuta talmente grave da meritare la sanzione detentiva. Per questa ragione è importante conoscere quali sono le principali lesioni alla riservatezza che, per la loro importanza, sono perseguite penalmente. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme come fare denuncia per violazione della privacy.

Privacy: cos’è?

La privacy è il diritto alla riservatezza delle informazioni personali e, più in generale, della propria vita privata.

In senso più ampio, il diritto alla privacy tutela i dati personali e ogni aspetto della vita privata affinché ognuno sia libero di esprimere le proprie aspirazioni e di sviluppare la propria personalità.

Dati personali: cosa sono?

La privacy tutela in modo particolare i dati personali. Secondo la legge [1], per dato personale deve intendersi qualsiasi informazione idonea ad identificare oppure a rendere identificabile una persona fisica.

Ad esempio, sono dati personali i dati anagrafici (nome, cognome, ecc.), un numero di matricola univoco (ad esempio, quello della patente o della tessera sanitaria), l’indirizzo del domicilio, il numero di telefono, l’indirizzo e-mail, i dati sanitari oppure gli elementi caratteristici dell’identità fisica (altezza, peso, ecc.), fisiologica, genetica, psichica, economica, culturale o sociale.

Insomma, sono dati personali tutti quelli che consentono, direttamente o indirettamente, di risalire a una persona.

Quando c’è violazione della privacy?

Sono molte le condotte che possono causare una violazione della privacy: sbirciare l’e-mail o i messaggi destinati ad altri; origliare alla porta; registrare di nascosto una conversazione oppure effettuare una videoripresa in luogo privato senza autorizzazione. Non tutte queste violazioni, però, costituiscono reato.

In senso stretto, si parla di violazione della privacy quando non sono rispettate le norme sul trattamento dei dati personali. In altre parole, il caso tipico di violazione della privacy consiste nella divulgazione indebita di dati personali altrui. Approfondiamo questo aspetto.

Trattamento dei dati personali: cos’è?

Per trattamento dei dati personali deve intendersi ogni operazione, compiuta con o senza metodi automatizzati, che riguarda le informazioni inerenti a una persona, cioè i suoi dati personali.

In buona sostanza, qualsiasi intervento su un dato personale (dalla raccolta alla registrazione, dalla conservazione alla modifica, passando per l’estrazione, la consultazione, l’uso, la diffusione o qualsiasi altra forma di messa a disposizione, il raffronto o l’interconnessione, la limitazione, la cancellazione o la distruzione) è idoneo a rientrare nella nozione di trattamento.

In pratica, per trattamento deve intendersi qualsiasi tipo di operazione che abbia a che fare con i dati personali: ad esempio, l’azienda sanitaria che invia la documentazione medica di un paziente ad un’altra struttura ospedaliera compie un trattamento dei dati personali.

Trattamento illecito dei dati: quando è reato?

Il trattamento illecito dei dati personali è una tipica ipotesi di violazione della privacy, per di più costituente reato al ricorrere di alcune condizioni.

Secondo la legge [2], chiunque, al fine di trarre per sé o per altri profitto ovvero di arrecare danno all’interessato, è punito con la reclusione da sei mesi a un anno e sei mesi.

Affinché si integri la fattispecie è necessario che ricorra il dolo specifico, cioè la volontà di trattare illecitamente i dati personali al fine di trarne un guadagno economico oppure di danneggiare la vittima.

Il danno può consistere tanto in un pregiudizio di natura patrimoniale quanto non patrimoniale subito dal soggetto i cui dati sono trattati. Il nocumento può quindi consistere anche nella sola sofferenza interiore ingiustificata della vittima, pur senza ricadute economiche.

È necessario, inoltre, che siano violate le disposizioni che individuano il corretto trattamento di taluni dati personali, e cioè: quelli relativi al traffico, all’ubicazione e alle comunicazioni indesiderate.

Un esempio di illecito trattamento dei dati personali costituente reato è quello del dipendente della compagnia telefonica che, essendo in possesso dei dati del traffico telefonico e Internet degli utenti, decida di cederli a soggetti terzi in cambio di denaro.

Il trattamento illecito di alcuni dati ritenuti particolarmente importanti (come ad esempio i dati sensibili relativi alla salute oppure quelli giudiziari) comporta l’applicazione di una pena aggravata che va da uno a tre anni.

Quando ricorre una di queste ipotesi di trattamento illecito di dati, il pubblico ministero, oltre che cominciare le indagini, è tenuto a riferirne immediatamente al Garante della privacy, il quale a propria volta trasmette al magistrato, con una relazione motivata, la documentazione raccolta nello svolgimento dell’attività di accertamento nel caso in cui emergano elementi che facciano presumere la esistenza di un reato.

Violazione di corrispondenza: quando è reato?

In senso più ampio, costituisce una violazione della privacy anche leggere la corrispondenza destinata ad altri. Per corrispondenza si intende non soltanto quella epistolare, telegrafica o telefonica, ma anche quella informatica, telematica ovvero effettuata con ogni altra forma di comunicazione a distanza.

Per legge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 516 euro chi prende cognizione del contenuto di una corrispondenza chiusa a lui non diretta, oppure sottrae o distrae, al fine di prenderne o di farne prendere ad altri cognizione, una corrispondenza chiusa o aperta a lui non diretta, ovvero la distrugge o sopprime, anche solo in parte [3]. Il reato è punibile a querela di parte.

Insomma: è reato non solo aprire la corrispondenza chiusa diretta ad altri, ma anche sottrarre la corrispondenza, chiusa o aperta, per poi prenderne cognizione o farla prendere a terze persone. È reato anche distruggere la corrispondenza diretta ad altri.

Interferenze illecite nelle vita privata: cos’è?

Effettuare riprese o registrazioni senza autorizzazione all’interno di una privata dimora costituisce violazione della privacy e, soprattutto, reato.

Secondo il Codice penale [4], chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita svolgentesi nei luoghi di privata dimora, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni. Si tratta del reato di interferenze illecite nella vita privata.

Alla stessa pena soggiace chi rivela o diffonde, mediante qualsiasi mezzo, le notizie o le immagini indebitamente ottenute.

Costituisce dunque una violazione della riservatezza installare microspie e telecamere in casa altrui, così come diffondere le immagini o gli audio così ottenuti.

I delitti sono punibili a querela della persona offesa; tuttavia, si procede d’ufficio (e la pena è della reclusione da uno a cinque anni) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

È il caso del poliziotto che, senza autorizzazione dell’autorità giudiziaria, installa telecamere nella casa dell’indagato.

Intercettare telefonate: è reato?

Intercettare le telefonate e, in generale, le comunicazioni altrui costituisce reato in quanto rappresenta un’evidente violazione della privacy.

Secondo il Codice penale [5], chiunque fraudolentemente, prende cognizione di una comunicazione o di una conversazione, telefonica o telegrafica, tra altre persone o comunque a lui non diretta, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni.

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, la stessa pena si applica a chiunque rivela, mediante qualsiasi mezzo, in tutto o in parte, il contenuto delle comunicazioni o delle conversazioni illecitamente captate.

Stessa pena è prevista anche nell’ipotesi di intercettazione, impedimento o interruzione illecita di comunicazioni informatiche o telematiche (chat, ecc.) [6].

Anche in questo caso, i delitti sono punibili a querela di parte, salvo che il fatto sia commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato.

Accesso abusivo a sistema informatico: cos’è?

La legge italiana punisce con la reclusione fino a tre anni chi, abusivamente, si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza, ovvero vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo [7].

Classico esempio di accesso abusivo è quello di colui che riesce ad entrare nell’account personale di un altro individuo utilizzando le sue credenziali: si pensi all’hacker che riesce a rubare la password di accesso all’area riservata home banking, riuscendo così a gestire il conto corrente della vittima.

Chi effettua un accesso non autorizzato commette reato a prescindere dalle sue intenzioni e dal danno che abbia cagionato: in pratica, chi ottiene abusivamente le credenziali di un’altra persona e le utilizza senza arrecargli alcun danno, commette ugualmente reato.

Ciò significa che, se qualcuno ruba la password di Facebook a un’altra persona ed entra nel suo profilo solamente per sbirciare, si sarà comunque macchiato del reato di accesso abusivo, anche senza aver prodotto alcun danno concreto.

Il delitto è punibile a querela di parte, salvo che:

  • il fatto sia commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di un pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio, o da chi esercita anche abusivamente la professione di investigatore privato, o con abuso della qualità di operatore del sistema;
  • il colpevole, per commettere il fatto, usi violenza sulle cose o alle persone, ovvero sia palesemente armato;
  • dal fatto derivi la distruzione o il danneggiamento del sistema o l’interruzione totale o parziale del suo funzionamento, ovvero la distruzione o il danneggiamento dei dati, delle informazioni o dei programmi in esso contenuti.

Denuncia per violazione privacy: come fare?

Qualora ricorra una delle ipotesi di violazione della privacy sopra viste, occorre sporgere denuncia presso qualsiasi presidio di polizia giudiziaria presente sul territorio.

Poiché la gran parte dei reati menzionati è procedibile a querela di parte, la segnalazione alle autorità andrà fatta dalla persona offesa, entro tre mesi da quando si ha avuto conoscenza del crimine.

A seguito di querela, le autorità procederanno con le indagini preliminari, utili ad accertare la responsabilità penale dell’autore del fatto.

Quando si tratta di reati informatici, cioè commessi col computer e/o tramite Internet, la competenza è della polizia postale, alla quale ci si potrà rivolgere direttamente per sporgere querela.

A seguito di rinvio a giudizio, sarà possibile costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento dei danni patiti. È opportuno ricordare che il risarcimento spetta anche solo per il danno morale: non occorre, quindi, che la vittima abbia subito un pregiudizio economico.

Ovviamente, il danno non patrimoniale va debitamente dimostrato. Ad esempio, la persona che ha subito una violazione della privacy per via della diffusione illecita dei suoi dati personali può provare, mediante testimonianze, perizie e qualsiasi altro mezzo di prova, la sofferenza che tale condotta le ha causato, magari per via dell’emarginazione sociale che ne è seguita o delle difficoltà in campo relazionale.


note

[1] Art. 4, Regolamento (UE) n. 679/2016.

[2] Art. 167, d.lgs. n. 196/2003 (codice privacy).

[3] Art. 616 cod. pen.

[4] Art. 615-bis cod. pen.

[5] Art. 617 cod. pen.

[6] Art. 617-quater cod. pen.

[7] Art. 615-ter cod. pen.

Autore immagine: canva.com/


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