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Diffamazione su Facebook: come difendersi e con quali prove

5 febbraio 2018 | Autore:


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Diffamazione, molestie e stalking sui social network: ecco una guida su come difendersi sia tramite l’azione penale che quella civile per il risarcimento del danno.

La facilità con cui è possibile pubblicare ciò che si vuole sulla propria o l’altrui bacheca di Facebook non significa anche libertà di poterlo fare. Difatti, sul web valgono le stesse norme scritte per la realtà materiale. Così, se qualcuno pubblica un commento offensivo nei tuoi riguardi, crea un profilo fake solo per ingiuriarti o per rubarti l’identità, scrive un post diffamatorio (sia su una bacheca pubblica che ristretta ai propri amici) puoi agire nei suoi confronti in due diversi modi: con un’azione di carattere penale e una di carattere civile. In questo articolo ci occuperemo proprio di questo, ossia di come difendersi in caso di diffamazione su Facebook e, soprattutto, quali sono le prove da utilizzare. Di tanto, peraltro, si è occupata una recente sentenza della Cassazione di cui parleremo e che avvalora l’importanza di fornire un valido indirizzo IP del presunto colpevole. Ma procediamo con ordine.

Diffamazione: come fare la segnalazione a Facebook

Attenzione: la prima cosa che conviene fare in caso di diffamazione su Facebook  è informare Facebook stesso dell’accaduto, segnalando l’autore dell’abuso. Hai due vie per farlo e ti consigliamo di seguirle entrambe:

  • inviare un’email a Facebook: l’indirizzo a cui spedire la segnalazione è il seguente: abuse@facebook.com;
  • segnalare a Facebook, tramite la stessa piattaforma, il soggetto “incriminato.” A tal fine, sarà sufficiente andare sul profilo di quest’ultimo, cliccare sulla freccetta verso il basso posta in corrispondenza del bottone “messaggio” e poi selezionare “Segnala/blocca”. Di lì, bisognerà spuntare la voce “invia una segnalazione”.

L’azione penale in caso di diffamazione su Facebook

Se hai subito una diffamazione su Facebook e ti chiedi come difenderti, la prima cosa da fare è sicuramente sporgere querela. Lo puoi fare personalmente, senza necessità di un avvocato, recandoti presso la più vicina stazione dei Carabinieri o presso la Polizia Postale o, ancora, presso la Procura della Repubblica del Tribunale del luogo ove siete residenti.

Il post si considera diffamatorio anche quando non indica esplicitamente il nome della vittima. Basta che questa sia facilmente riconoscibile e individuabile dalla collettività Lo ha chiarito la Cassazione con una recente sentenza [1] che ribadisce un orientamento già noto e costante.

In quella sede, dovrai essere il più preciso possibile. Il che richiederà l’indicazione, ovviamente, della frase offensiva e dell’autore; gli estremi del profilo dal quale è avvenuta la pubblicazione; il codice ID di quest’ultimo fornito da Facebook a ogni utente (visibile sulla parte inferiore del tuo browser, secondo le indicazioni date in questo articolo: “Molestie su Facebook: ecco come scoprire e denunciare i profili falsi molesti”); la data; l’indicazione di eventuali nomi di testimoni che hanno letto la frase.

Secondo la Cassazione [2], se manca l’accertamento dell’Ip di provenienza del post che offende la reputazione del soggetto non può scattare la condanna per diffamazione sul web. L’indirizzo Ip è una sorta di targa che viene assegnata a ogni connessione internet, un codice numerico assegnato cioè in via esclusiva a ogni dispositivo elettronico al momento della connessione a una determinata postazione del servizio telefonico, permettendo così di individuare la linea.  Per la condanna non è sufficiente attribuire rilievo alla provenienza del post da un profilo Facebook intestato all’imputato. Il mancato accertamento compromette dell’indirizzo IP non consente di procedere con il massimo grado di certezza possibile all’attribuzione della responsabilità; sarebbe infatti anche possibile, adombra la Corte, un utilizzo abusivo del nickname dell’accusata.

La responsabilità penale non può scattare in presenza di prove certe ma di semplici indizi. Il fatto, ad esempio, che il messaggio o il post sia  inviato da un profilo con il nome e il cognome di una persona non vuol necessariamente dire che sia stata questa a commettere il reato se il suo profilo è condiviso da altre persone.  Quindi non si può riferire all’imputato la frase reputata offensiva se manca un formale riscontro dell’indirizzo Ip di provenienza.

Sarà poi fondamentale portare le prove a tuo favore, prove che dovranno attenere sia al fatto illecito che all’eventuale danno che hai subìto dalla diffamazione.

Quanto al primo aspetto, oltre ai predetti testimoni, bisognerà consegnare una stampa della pagina incriminata, meglio se corredata da un “file immagine” della schermata (cosiddetto “screenshot”).

Quanto invece al secondo aspetto, è necessario fornire ogni utile dimostrazione del danno sia patrimoniale (per esempio: nel caso di azienda diffamata, eventuali contestazioni di clienti o revoche di contratti), che morale (eventuali certificati medici comprovanti un turbamento psichico).

Le indagini penali

È molto probabile che l’autore del reato abbia utilizzato un falso profilo per diffamarti. Nessun problema. La polizia postale e i periti, con le autorizzazioni fornite dal magistrato che conduce l’inchiesta, sapranno risalire all’effettivo nominativo. A tal fine, però, è bene muoversi con la massima solerzia, poiché i tempi sono strettissimi.

Gli inquirenti chiederanno a Facebook di avere accesso ai server sui quale la pagina è stata creata, cercando così di individuare l’indirizzo IP dell’autore dell’illecito.

In caso di indagini penali, la direzione di Facebook è, di norma, collaborativa, specie quando si tratta di reati gravi, come quelli a sfondo pedopornografico, razzismo, criminalità; anche nel caso di reati di minor importanza c’è sempre la possibilità di ottenere le informazioni richieste.

Più difficile, invece, sarà strappare una collaborazione per giudizi di carattere civilistico (per esempio, in una causa di separazione, qualora uno dei due coniugi voglia accedere alle informazioni dell’altrui profilo per procurarsi le prove dell’infedeltà).

Sebbene Facebook abbia la sua sede legale in California, dispone di uffici in Europa.

La sede legale cui Facebook fa riferimento è in Irlanda a questo indirizzo: Facebook Ireland Limited, Hanover Reach, 5-7 Hanover Quay, Dublin 2, Ireland.

Vi sono anche referenti legali per l’Italia. Questi hanno il preciso scopo di mantenere i contatti con i magistrati e le forze dell’ordine del nostro Paese. Grazie a tale cooperazione sono stati già individuati molti autori di diffamazioni a mezzo Facebook.

Il giudizio penale vero e proprio

Nel caso in cui il pubblico ministero ravvisi i presupposti del reato denunciato, l’azione penale andrà avanti da sé, fino all’applicazione della pena, senza bisogno di atti di impulso da parte della vittima. Tuttavia, sarà bene che quest’ultima si faccia comunque consigliare da un avvocato per verificare la possibilità di costituirsi parte civile per ottenere il risarcimento del danno o, proprio a tale scopo, intraprendere un autonomo (o addirittura alternativo) giudizio civile.

L’azione civile

La causa civile è rivolta unicamente a chiedere il risarcimento del danno. Se non è stato intrapreso un giudizio penale, il giudice civile dovrà, in tale sede, accertare la sussistenza dell’illecito. Quindi, a tal fine, sarà necessario procurarsi le prove del fatto per come anticipato in apertura.

In questa fase viene ancora più in evidenza la necessità delle prove circa il danno. Con una precisazione: qualora l’illecito sia evidente, ma la quantificazione del danno sia difficoltosa, si può sempre chiedere un risarcimento “in via equitativa”, ossia secondo quanto al giudice apparirà congruo sulla base del caso concreto, svincolando tale valutazione da qualsiasi supporto probatorio (che, evidentemente, è stato difficile procurarsi).

Il giudizio civile è, di norma, più costoso e lungo di quello penale, ma i presupposti per la responsabilità sono, talvolta, anche meno rigorosi.

Approfondimenti

Segnaliamo infine una serie di articoli correlati al presente argomento e che potrete trovare altrettanto utili per risolvere il vostro problema:

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note

[1] Cass.  ord. n. 5175/18 del 2.02.2018.

[2] Cass. sent. n. 5352/18.

Autore immagine: 123rf.com

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 4 dicembre 2017 – 2 febbraio 2018, n. 5175
Presidente Settembre – Relatore Borrelli

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza emessa in data 12 luglio 2017, la Corte di appello di Cagliari ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale della stessa città in data 8 febbraio 2016 nei confronti di F.R. , condannato per il reato di diffamazione ai danni di P.G. , per aver pubblicato su Facebook una frase da cui si desumeva – attraverso il riferimento ad altro episodio in cui era stato coinvolto il P. , di pubblico dominio – che la persona offesa avesse appiccato un incendio boschivo.
2. Avverso detta pronunzia ha proposto ricorso per cassazione il difensore del F. articolando un unico motivo, con cui deduce inosservanza o erronea applicazione degli artt. 595 cod. pen. e 192, 63 e 64 cod. proc. pen., oltre che difetto e manifesta illogicità della motivazione. A detta del ricorrente, infatti, la motivazione della Corte di appello sarebbe scorretta perché avrebbe considerato elementi probatori equivoci e discordanti; in particolare il ricorrente contesta la valutazione di attendibilità della persona offesa a causa dei rapporti conflittuali con l’imputato, nonché la valenza probatoria della stampa della conversazione Facebook, dovendo trovare applicazione i principi della convenzione di Budapest sulla criminalità informatica e non essendo stata attuata una procedura che assicuri la conformità ai dati originali e l’immodificabilità di quelli copiati. Secondo il ricorrente, per accertare la paternità dello scritto, doveva effettuarsi un’operazione a ritroso mediante la ricerca e l’acquisizione dei cd. file di log, mentre il riconoscimento, da parte della polizia giudiziaria, della foto del profilo del socia/ network come appartenente al F. non tiene conto del fatto che chiunque può aprire una pagina Facebook a nome di altri ovvero, sfruttando la password di un utente della rete, può utilizzare il suo profilo. È mancata, inoltre, una verifica diretta da parte della polizia giudiziaria della pagina Facebook per accertarsi della conformità tra la fotocopia prodotta e la schermata.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è inammissibile.
1.1 Quanto alla prima doglianza contenuta nell’unico motivo, quella dell’attendibilità della persona offesa, deve osservarsi che essa è inammissibile dal momento che non è questione che fondava specificamente (come necessario alla luce della sentenza delle Sezioni Unite 8825 del 27/10/2016, dep. 2017, Galtelli, rv. 268822) i motivi di appello, strutturati su altri profili di censura e contenenti solo un accenno incidentale alla doglianza in discorso, a proposito però di altra argomentazione (“al di là di ogni considerazione in merito all’attendibilità della persona offesa e della compagna alla luce dei forti motivi di conflitto con l’imputato, è opportuno evidenziare”).
1.2. Circa la questione delle modalità di acquisizione della stampa della pagina Facebook, deve dirsi che correttamente la Corte di merito ha ritenuto che la L. 18 marzo 2008 n. 48 non abbia introdotto alcuna prova legale, limitandosi a richiedere l’adozione di misure tecniche e di procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni, senza tuttavia imporre procedure tipizzate (Sez. 3, n. 2122 del 04/10/2016 non mass.); del pari la disciplina in discorso non ha introdotto alcuna inutilizzabilità probatoria del dato acquisito (costituito, peraltro, nel caso di specie, da una mera stampa di una videata, frutto di un’operazione informaticamente elementare) senza il rispetto delle suddette procedure, che il giudice potrà valutare, secondo il principio del libero convincimento, al pari di qualsiasi altro documento.
Nella vicenda sub iudice la Corte di appello ha dato conto delle ragioni per le quali – partendo dall’apprezzamento dell’attendibilità della persona offesa, della di lui fidanzata e della convergenza tra i due contributi dichiarativi – non ha dubitato della paternità di quei commenti. Da una parte, l’idea che terzi avessero potuto utilizzare il profilo del F. ovvero crearne abusivamente uno nuovo è fantasiosa e smentita dalla circostanza che, nel processo, non risulta che l’imputato avesse contestato la riconducibilità a lui, né assunto iniziative tese a prendere le distanze dal profilo o a chiedere la cancellazione dei messaggi; dall’altra, vi sono altre conversazioni non solo sullo stesso argomento dell’incendio, ma anche eloquenti di una conoscenza del titolare del profilo con le persone con cui i dialoghi venivano intrattenuti. Altra circostanza che, infine, ha convinto la Corte di merito del rigetto dell’atto di appello è che il tenore del post è coerente con il malanimo che, per stessa ammissione della persona offesa, intercorreva tra quest’ultima e l’imputato e che non è risultato riconducibile ad altri rapporti interpersonali del P. .
È evidente che da tali, stringenti argomentazioni si ricava anche il rigetto implicito dell’ultimo profilo di doglianza, quella della mancanza di una verifica diretta da parte della polizia giudiziaria in ordine alla conformità tra la stampa del messaggio ed il profilo. A quest’ultimo proposito va peraltro ricordato che, secondo la giurisprudenza di legittimità, nella motivazione della sentenza il giudice del gravame di merito non è tenuto a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo invece sufficiente che, anche attraverso una loro valutazione globale, spieghi, in modo logico e adeguato, le ragioni del suo convincimento, dimostrando di aver tenuto presente ogni fatto decisivo. Ne consegue che in tal caso devono considerarsi implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (Sez. 2, Sentenza n. 12858 del 27/01/2017, De Cicco e altri, Rv. 269900, non massim, sul punto; Sez. 6, n. 49970 del 19/10/2012, Muia e altri, rv. 254107).
2. Alla declaratoria d’inammissibilità del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento alla Cassa delle ammende della somma, che si stima equa, di Euro 2.000,00, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro 1500,00 (millecinquecento), oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e della somma di Euro 2.000,00 in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che liquida in complessivi Euro 1500,00 (millecinquecento), oltre accessori di legge.
Motivazione semplificata.

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2 Commenti

  1. sarebbe da aggiornare l’articolo in quanto nel 2016 il reato di ingiuria è stato abrogato, per cui non si può più presentare querela e non possono esservi più indagini di P.G. disposte dalla Procura della Repubblica competente .

  2. Chiedo se i messaggi privati archiviati ,su fb,possono essere addotti come prova di stalking o atteggiamenti denigratori e persecutori di carattere puramente pregiudiziale.

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