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Scrivere “brutta copia” è un segno di riconoscimento: esame annullato

6 maggio 2014


Scrivere “brutta copia” è un segno di riconoscimento: esame annullato

> Diritto e Fisco Pubblicato il 6 maggio 2014



Nei pubblici concorsi o esami abilitativi la violazione della regola dell’anonimato degli scritti comporta l’esclusione dalla prova: a tal fine basta anche scrivere soltanto “brutta copia”.

Costa caro il gesto di chiarezza fatto dal candidato sui fogli consegnati a seguito della prova nel pubblico concorso: l’aver scritto “brutta copia” sulla (effettiva) brutta copia è considerato un “segno di riconoscimento” – almeno secondo una recente opinione espressa dal Tar Veneto [1] – e, pertanto, comporta l’annullamento del concorso.

La regola dell’anonimato, richiesta dalla legge quando si partecipa a un esame abilitativo o a un pubblico concorso, deve essere interpretata nel più rigido dei modi, pena l’esclusione dalla gara. Tale regola, secondo l’orientamento delle aule di tribunale, deve considerarsi un principio generale del nostro ordinamento, che non ha bisogno neanche di essere indicata nel bando: e ciò perché essa è a tutela dell’imparzialità, della trasparenza (in quanto evita il pericolo di eventuali collusioni, in danno di una valutazione neutrale) e della parità di trattamento (in quanto pone tutti i candidati nelle medesime condizioni).

Dunque, gli elaborati consegnati alla commissione giudicatrice non devono contenere alcun segno, che sia in astratto e oggettivamente suscettibile di riconoscibilità e possa far ricondurre il documento a un determinato soggetto [2].

Stando, inoltre, alla sentenza in commento la semplice dicitura “brutta copia”, inserita nel proprio elaborato, costituisce già, di per sé, un segno di riconoscimento, proprio per via della suscettibilità di tale indicazione a ricondurre l’elaborato a un determinato soggetto.

Invero, di recente il Consiglio di Stato [3] si è schierato a favore di una interpretazione più morbida del principio. I giudici hanno infatti detto che possono essere considerati segni di riconoscimento solo quegli elementi che hanno carattere anomalo rispetto ai normali modi di estrinsecazione del pensiero in forma scritta, ossia quelli dai quali si desume la volontà di rendere riconoscibile l’elaborato in favore di terzi.

Conseguentemente, “la regola dell’anonimato degli elaborati scritti, anche se essenziale, non può essere intesa in modo assoluto e tassativo, tale da comportare l’invalidità delle prove ogni volta che sia solo ipotizzabile il riconoscimento dell’autore del compito”.

Invece la sentenza del Tar Veneto [1] si pone in controtendenza a questo orientamento, dimostrando di essere per una posizione più rigorosa.

Ovviamente, al di là delle enunciazioni di principio, non è agevole stabilire delle soluzioni unitarie in materia di segni di riconoscimento, idonei a violare la regola dell’anonimato. Infatti, è imprescindibile un’analisi del caso concreto che tenga conto delle specifiche circostanze e modalità in cui si è manifestato il segno di riconoscimento.

Proprio con riferimento alla dicitura “brutta copia”, i giudici, in passato, hanno affermato che essa non sarebbe idonea a costituire un chiaro segno di riconoscimento, in quanto è una mera formula di stile [4], è espressione di reminiscenze scolastiche [5], favorisce l’individuazione della versione definitiva dell’elaborato [6].

Più recentemente, il Tar Sicilia ha affermato che l’apposizione della dicitura “brutta copia” “persegue lo scopo di rendere immediatamente percepibile la versione definitiva del compito, anche al fine di agevolarne la correzione da parte della stessa Commissione e non è assimilabile ad altri contrassegni idonei a fungere da elemento di identificazione del candidato [7]”.

A fronte di tale interpretazione, il Tar Veneto ha assunto una posizione di contrasto e isolata.

note

[1] Tar Venero, sent. n. 445/14 del 1.04.2014.

[2] Tar Basilicata, sent. n. 489/2007.

[3] Cons. St. sent. n. 102/2013.

[4] Tar Sardegna, sent. n. 2.070/1994.

[5] Tar Basilicata, sent. n. 489/2007.

[6] Tar Sicilia, sez. Palermo I, sent. n. 966/2002; Tar Puglia, sez. Bari II, sent. n. 1.698/2006; Tar Lazio, sez. Roma II, sent. n. 5.980/2007.

[7] Tar Sicilia, sez. Palermo I, sent. n. 1.550/2013.

Autore immagine: 123rf.com

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