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Lo sai che? Studi di settore: accertamento nullo senza motivazione sulle contestazioni del contribuente

Lo sai che? Pubblicato il 6 maggio 2014

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> Lo sai che? Pubblicato il 6 maggio 2014

Ecco le quattro ragioni per cui conviene sempre partecipare al contraddittorio con l’agenzia delle entrate durante la fase amministrativa.

La Cassazione si schiera contro gli accertamenti effettuati attraverso gli studi di settore. L’avviso deve sempre motivare le ragioni per cui l’Agenzia non ha tenuto conto delle contestazioni addotte dal contribuente in sede di contraddittorio con l’amministrazione.

Una ordinanza della Suprema Corte di qualche ora fa [1] precisa infatti che l’atto impositivo è nullo se non indica le ragioni per le quali l’ufficio è andato avanti con l’applicazione degli standard nonostante le difese proposte dal contribuente in sede amministrativa.

La procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore –  si legge nell’ordinanza della Cassazione – costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è automaticamente determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati (meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività) ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.

In tale sede, il cittadino deve provare, con qualsiasi mezzo, la sussistenza di condizioni che giustificano la specifica realtà dell’attività economica nel periodo di tempo in esame.

L’eventuale successivo atto di accertamento, che non tenga conto di tali difese del contribuente, non può arroccarsi nel semplice rilievo dello scostamento, ma deve essere integrato con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello “standard” prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente.

In ogni caso, il contribuente, qualora intenda poi sollevare impugnazione in Commissione Tributaria, non è vincolato alle eccezioni da egli stesso già sollevate nella fase del procedimento amministrativo e dispone della più ampia facoltà di difesa, anche se non abbia risposto all’invito al contraddittorio in sede amministrativa. In tal caso, però, egli assume le conseguenze di questo suo comportamento, in quanto l’Ufficio può motivare l’accertamento sulla sola base dell’applicazione degli “standards”, dando conto dell’impossibilità di costituire il contraddittorio con il contribuente, nonostante il rituale invito.

Insomma, sempre meglio partecipare al contraddittorio per quattro ragioni:

 

1. perché in tal modo si ha sempre la possibilità di convincere l’amministrazione delle proprie tesi;

 

2. perché si obbliga l’amministrazione a motivare la ragione del rigetto delle difese addotte dal contribuente in tale fase amministrativa;

3. le difese sollevate nel contraddittorio non limitano poi le ulteriore ed eventuali difese davanti al giudice;

4. la mancata partecipazione al contraddittorio può essere essa stessa causa dell’applicazione degli studi di settore, consentendo all’amministrazione la possibilità di motivare l’accertamento sulla base del semplice scostamento dagli standards.

La pronuncia appare interessante, perché ribadisce l’obbligo per gli uffici di motivare la mancata condivisione delle giustificazioni addotte dal contribuente. In effetti, solo in questo modo, è possibile attribuire una concreta valenza al contraddittorio, che contrariamente, senza alcun onere di motivazione del dissenso dell’ufficio, si svuoterebbe di ogni reale significato.

note

[1] Cass. ord. n. 9712 del 6.05.2014.

Autore immagine: 123rf.com


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