Diritto e Fisco | Editoriale

Diritto all’oblio su internet – Dimenticatevi di me

13 ottobre 2011 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 ottobre 2011



La notizia ha già fatto il giro del web. E, come c’era da aspettarsi, ha suscitato un vespaio di polemiche. Tra i lavori delle due Camere si è affacciata la discussione sul disegno di legge “Lussana” che vuol limitare il tempo di permanenza, sulle pagine internet, di notizie di cronaca attinenti alla vita passata dei privati cittadini. In altre parole, il DDL intende intervenire sul cosiddetto “diritto all’oblio”. E non è un caso che, proprio in questo periodo, il problema sia anche sull’agenda dell’Unione Europea. Nel frattempo, presso i tribunali spagnoli, pendono diverse cause contro Google e contro la possibilità, offerta dal motore di ricerca, di ripescare in eterno le notizie, violando la privacy dei loro protagonisti.

I primi a sollevare la questione furono, nel 2009, due ex criminali tedeschi, Wolfgang Werlé e Manfred Lauber che, dopo aver scontato una condanna per omicidio e intrapreso un cammino di reinserimento sociale, hanno fatto causa a Wikipedia. Quest’ultima, infatti, mantenendo online le pagine sulla biografia dei due killer, a detta degli istanti avrebbe impedito la loro completa riabilitazione.

A voi che leggete da casa e non avete mai avuto problemi con la giustizia, la cosa vi sembrerà piuttosto iniqua. Vi sembrerà, probabilmente, giusto che i nomi dei rei siano sempre conoscibili; che chiunque possa sapere tutto del passato degli altri, anche per ragioni di pubblica sicurezza. E invece non è così.

Ragioniamoci sopra…

L’evoluzione giurisprudenziale dei Paesi moderni ha portato a elaborare la figura del diritto all’oblio, ossia il diritto a essere dimenticati. In forza di ciò, la possibilità che i media hanno di pubblicare notizie pertinenti la vita di ciascun cittadino deve sempre conciliarsi con i criteri di “verità”, “attualità” e di “interesse pubblico”. Il che significa che se un fatto, pur se vero, non è più attuale (per esempio, un omicidio compiuto dieci anni fa) o non più di interesse pubblico (interesse che invece ricorrerebbe se il reo si candidi alle elezioni o commetta un nuovo efferato crimine) non può essere più riesumato. Si tratta di un corollario al principio costituzionale della “funzione rieducativa della pena”, sancito dall’art. 27 della nostra Costituzione: perché il reo possa davvero reinserirsi nella società è necessario che quest’ultima non lo colleghi per sempre al suo passato. Del resto, se la pena è la giusta condanna che il colpevole deve pagare per cancellare il reato, non vi devono essere per lui altre punizioni, sia anche l’emarginazione sociale conseguente alla memoria del suo passato.

Quanto poi alle esigenze di pubblica sicurezza, a ben vedere non è necessario che i nomi dei terroristi siano noti alla collettività (che nulla potrebbe, comunque, per difendersi), bensì agli archivi della polizia e alle autorità a ciò preposte.

È giusto dunque pubblicare, il giorno dopo un processo per omicidio, la notizia della condanna del colpevole. Ma è illegittimo ripescarla diverso tempo dopo, quando il fatto non è più pertinente, perché la sua diffusione non assume più i connotati della cronaca.

Questo discorso non tocca ovviamente quegli episodi che hanno cambiato la storia. L’assassino di Kennedy, l’attentatore del Papa, o Gavrilo Princip, killer dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria (28 giugno 1914) sono persone che, in un modo o nell’altro, hanno modificato gli eventi e, pertanto, di loro non ci si può dimenticare a meno di dimenticare la storia stessa. In questa sede, invece, mi riferisco al crimine isolato, che non ha alcun legame con l’umanità nel suo intero. E, per quanto la nostra società sia legata morbosamente ai fatti di cronaca nera e ai suoi risvolti da soop, gli assassini di Avetrana, Cogne o Garlasco hanno diritto ad essere dimenticati. Che vi piaccia o no.

Detto ciò, come sia conciliabile il diritto all’oblio con internet è un problema di non agevole soluzione. Fin quando si ha a che fare con giornali e televisioni è facile eliminare un articolo o una trasmissione. Ma su internet, dove le pagine web non vanno al macero e dove la condivisione dei contenuti è la regola, cancellare per sempre una notizia è come rastrellare un campo per dividere i semi dalle piante. La pubblicazione online fa sì che l’articolo sia presente per l’eternità, su qualsiasi motore di ricerca, senza nessuna differenza tra ciò che è attuale e ciò che non lo è più. Tutto viene ripescato attraverso una semplice ricerca su Google, anche ciò che non è di interesse pubblico. È la “gogna elettronica”, che non consente alcun oblio.

L’Unione Europea ha promesso, entro il 2011, nuove regole a tutela della privacy. Intanto, Google e Facebook tremano, perché questo potrebbe significare la burocratizzazione dei loro processi di registrazione e cancellazione dei dati. Dall’altro lato, il Commissario europeo Viviane Reding ha già fatto sapere che intende varare un regolamento che introdurrà il diritto all’oblio nell’ordinamento comunitario.

È proprio in questo quadro che interviene il disegno di legge della Lussana. Se è vero che la nuova normativa non crea nulla di originale e forse potremmo anche farne a meno – atteso che il diritto all’oblio è stato ormai riconosciuto dalla giurisprudenza unanime e trova altresì tutela in una serie di pronunce del Garante per la privacy – essa ha comunque il precipuo intento di “quantificare”, in modo generale e predeterminato, il tempo di permanenza sul web delle pagine di cronaca.

Qualcuno già parla dell’ennesimo bavaglio alla rete. Ma, per comprendere le ragioni di entrambe le parti, bisogna mettersi nei panni altrui. Così, come sempre, è meglio procedere per esempi.

Mettiamo che il lettore, quando era giovane e più impetuoso, è stato licenziato per aver imprecato contro il suo superiore. La notizia è stata pubblicata sul web, come un emblematico caso giurisprudenziale. Sono passati cinque anni, anni di disoccupazione in cui lo spirito “sovversivo” del ragazzo si è ravveduto. Oggi si trova ad elemosinare un lavoro ad un call center e l’ufficio personale, dopo una ricerca del suo nominativo su Google, ha deciso di non assumerlo per timore che reiteri il precedente comportamento. Così facendo, molto probabilmente, il povero lettore, vittima di un errore di gioventù, rimarrà disoccupato a vita.

Pur se astrattamente presuntuosa l’ambizione di imporre alla società di dimenticare, la normativa scritta dalla Lussana ha l’indubbio merito di predisporre una disciplina uguale per tutti. L’art. 1 del DDL stabilisce che le notizie relative a fatti conclusisi con sentenze di assoluzione o archiviazione possono rimanere in rete per massimo un anno; quelle relative a procedimenti chiusi con amnistia o prescrizione, per massimo due anni. Nel caso invece di condanna definitiva, i termini sono maggiori e dipendono dall’entità della pena inflitta.  In tali ipotesi, salvo che risulti il consenso scritto dell’interessato, non possono più essere diffusi o mantenuti immagini o dati, anche giudiziari, che consentano, direttamente o indirettamente, l’identificazione della persona già indagata o imputata, sulle pagine internet “liberamente accessibili dagli utenti” oppure attraverso i motori di ricerca esterni al sito web sorgente.

È proprio sul significato letterale della locuzione “liberamente accessibili dagli utenti” che si gioca la ratio della normativa. Difatti, la nuova legge non intende imporre la rimozione completa delle notizie. Se così fosse, infatti, vi sarebbe disparità con la carta stampata, i cui archivi giornalistici sono comunque accessibili nelle biblioteche o negli stessi repertori dei quotidiani. Invece, conformemente a quanto auspicato da Luca Bolognini, presidente dell’Istituto italiano per la privacy, la strada intrapresa dal DDL non è quella di un oblio generalizzato, ma di limitare la reperibilità dell’informazione. Non si chiede, infatti, di cancellare quei fatti di cronaca che abbiano perso rilevanza, ma di diminuirne la diffusione: ad esempio non rendendoli più reperibili nei motori di ricerca generali, ma solo in quelli interni ai giornali online.

L’interessato ha diritto di richiedere la rimozione delle proprie immagini e dati dapprima direttamente ai siti internet o ai motori di ricerca e, quindi, al Garante per il trattamento dei dati personali e la riservatezza. In caso di inadempimento, sono previste sanzioni da 5.000 a 100.000 euro.

L’obbligo della rimozione non trova applicazione nei seguenti casi:

1) trattamento dei dati e delle immagini per ragioni di giustizia da parte degli uffici giudiziari, del CSM e del Ministero della Giustizia;

2) conservazione dei dati e delle immagini per finalità di ricerca storica o di approfondimento giornalistico, anche in assenza di consenso dell’interessato, purché risulti un oggettivo e rilevante interesse pubblico, sempreché il trattamento avvenga nel rispetto della dignità personale, della pertinenza e veridicità delle notizie, nonché del diritto all’identità;

3) quando l’interessato è stato condannato con sentenza definitiva alla pena dell’ergastolo o nei casi di genocidio, terrorismo internazionale o strage, indipendentemente dalla pena in concreto inflitta;

4) quando l’interessato esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti.

Alla luce di tutto ciò, ritengo incomprensibili le ragioni di quanti hanno già criticato il nuovo disegno di legge. La necessità di una normativa ad hoc per il web è resa necessaria proprio dalla particolarità che questo strumento vanta nei confronti degli altri mezzi di comunicazione (il fatto, cioè, che le notizie rimangano in perpetuum). Del resto, l’art. 3 della Costituzione, che sancisce il principio di uguaglianza in senso sostanziale, richiede che “situazioni uguali siano disciplinate in modo uguale” e che “situazioni diverse siano disciplinate in modo diverso”.

Voglio ricordare un famoso caso del gennaio 1990. Il quotidiano Il Messaggero, nell’ambito di un gioco a premi, ha ripubblicato alcune sue vecchie pagine. In tale occasione, è apparsa la foto (con la relativa notizia) dell’autore di un omicidio, all’epoca in prima notizia, per il cui delitto era stato condannato a trent’anni di reclusione. Dopo la grazia concessagli dal Capo dello Stato, il soggetto, tornato a vivere con la famiglia e a lavorare regolarmente, aveva intrapreso un esemplare reinserimento nella società. Ebbene, a causa dell’immotivata riesumazione della vicenda, su richiesta dell’interessato, il  Tribunale ha condannato “Il Messaggero” per diffamazione, poiché – secondo la corretta interpretazione dei magistrati – non sussisteva alcun interesse pubblico alla riproposizione del fatto.

Se dunque la stampa è tenuta al rispetto dei principi del nostro ordinamento, perché mai internet – e in ragione di quale asserita superiorità – ne invoca sempre l’esenzione? Nessuno ce l’ha contro l’informazione del web, ma è necessario che essa si uniformi alla disciplina già prevista per gli altri mezzi di informazione.

Un ultimo rilievo merita il terzo comma dell’art. 3 della citata proposta che, alla luce delle attuali vicende politiche, creerà certamente malumori. Esso stabilisce che “la legge non si applica a chi esercita o ha esercitato alte cariche pubbliche, anche elettive, in caso di condanna per reati commessi nell’esercizio delle proprie funzioni, allorché sussista un meritevole interesse pubblico alla conoscenza dei fatti”. Ciò significa che, se i fatti commessi dal politico nell’esercizio delle sue pubbliche funzioni possono rimanere in rete, sussistendone un meritevole interesse, quelli che invece lo stesso politico abbia commesso fuori dalle sue attribuzioni pubbliche (tanto per fare un esempio: come amministratore di una società) saranno cancellate come tutte le altre.

 

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