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Fallimento del socio: escluso dalla società ma con liquidazione della quota

2 Aprile 2015 | Autore:
Fallimento del socio: escluso dalla società ma con liquidazione della quota

Con una recente sentenza la Cassazione chiarisce gli effetti del fallimento dichiarato nei confronti di un socio di società di persone.

 

Costituire e gestire una società di persone, come ad esempio una snc, offre diversi vantaggi – come, ad esempio, contabilità più semplice e minori formalismi per assemblea dei soci e amministratori – tuttavia comporta la necessaria responsabilità illimitata dei soci per le obbligazioni e i debiti contratti dalla società ossia il fatto che anche i soci sono tenuti, al pari della società, a pagare i debiti di quest’ultima.

Tale ultimo aspetto si riflette anche nella disciplina del fallimento. Se viene dichiarata fallita la società infatti la legge [1] prevede che lo siano anche i soci illimitatamente responsabili, sebbene questi ultimi debbano essere previamente convocati in Tribunale e possano sottrarsi a tale pesante conseguenza dimostrando, ad esempio, di essere fuoriusciti dalla società da più di un anno.

Il fallimento di uno o più soci illitatamente responsabili invece non produce anche il fallimento della società, ma comporta l’esclusione di diritto del primo da quest’ultima [2]. In altre parole, una volta dichiarato dal Tribunale il fallimento del socio, quest’ultimo esce automaticamente dalla compagine senza che ciò debba essere preventivamente deliberato o comunque autorizzato dall’assemblea. Secondo la Cassazione l’uscita del socio dalla società si produce automaticamente col deposito della sentenza che dichiara il suo fallimento.

Vi sono poi altri effetti del fallimento pronunciato contro uno dei soci illimitatamente responsabili. Da un lato infatti, l’uscita del socio determina il diritto di quest’ultimo a percepire dalla società il valore della propria quota di partecipazione, dall’altro la possibilità per il curatore fallimentare di acquisire alla massa attiva della procedura tale credito.

Per principio generale infatti, quando si scioglie il rapporto sociale limitatamente a un socio, questi non ha diritto a riprendersi i beni originariamente conferiti in società o una quota di quelli presenti nel patrimonio sociale al momento dell’uscita dalla compagine, bensì ha diritto esclusivamente a una somma di denaro pari al valore della sua quota di partecipazione calcolato sulla base di una situazione patrimoniale aggiornata al momento in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto.

Il pagamento della quota deve avvenire nel termine di sei mesi da tale data e, se al momento dello scioglimento del rapporto vi sono operazioni in corso, si deve tener conto dei risultati positivi o negativi di queste operazioni e, di conseguenza, si deve correggere la determinazione del relativo valore già compiuta.

A quest’ultimo proposito infatti la Cassazione [3] ha chiarito in passato che per la redazione della situazione patrimoniale da prendere a base del calcolo del valore della quota di un socio uscente, non è possibile – a differenza di quanto si pratica in caso di recesso da una società per azioni – fare riferimento all’ultimo bilancio o comunque ai criteri di redazione del bilancio annuale di esercizio, ma si deve avere riguardo all’effettiva consistenza del patrimonio al momento dell’uscita del socio.

Ciò in quanto, nella determinazione del valore della quota si devono tenere in conto non solo i risultati economici della gestione passata ma anche le valutazioni della futura redditività dell’azienda.


note

[1] Art. 147 R.D. 16.03.1942 n. 267

[2] Art. 2288 cod. civ.

[3] Cass. sent. n. 2772/1969

Autore immagine: 123rf com


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