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Che succede se il creditore non chiede mai il pagamento?

15 Giugno 2021
Che succede se il creditore non chiede mai il pagamento?

La protratta inerzia del creditore nel riscuotere un credito genera nel debitore la convinzione della remissione del debito; quindi, la pretesa improvvisa di pagamento è un abuso del diritto. 

Che succede se il creditore non chiede mai il pagamento? Immagina di aver ottenuto una somma in prestito da un amico e che questi, per molti anni, non si è più fatto sentire, facendoti credere di aver rinunciato alla restituzione dell’importo. Immagina di aver ricevuto la disponibilità di un appartamento a titolo di affitto ma che il locatore, per via dei rapporti di parentela tra di voi, non ti abbia mai fatto pagare il canone di locazione. In ipotesi del genere, potrebbe il creditore svegliarsi all’improvviso e farti pagare tutti gli arretrati, almeno quelli che, nel frattempo, non sono caduti in prescrizione? 

Secondo la Cassazione [1], bisogna tenere in debito conto anche gli interessi del debitore. Pertanto, tutte le volte in cui una persona, pur avendo un credito nei confronti di un’altra, lascia passare molto tempo nel richiedere tali importi, ingenerando così nel debitore la convinzione che il debito gli sia stato perdonato, questa non può poi pretendere il pagamento tutto d’un tratto, anche se il proprio credito non si è ancora prescritto.

Ed allora che succede se il creditore non chiede mai il pagamento? La risposta è sotto l’evidenza di tutti: chi, col proprio comportamento, fa credere al debitore di avergli “rimesso” il debito (ossia di aver rinunciato ad esigere il proprio diritto di credito), determina la cancellazione totale del debito, almeno quello maturato sino al giorno della richiesta.

Secondo la Cassazione tale principio può affermarsi con riferimento a qualsiasi tipo di «contratto a prestazioni corrispettive ed esecuzione continuata» (ad esempio, gli abbonamenti periodici). Il nostro ordinamento impone a ciascuna parte di comportarsi, nell’esecuzione del contratto, secondo il canone di buona fede, e dunque rispettando il correlato generale obbligo di solidarietà. I contraenti devono agire in modo da preservare gli interessi l’uno dell’altro, anche a prescindere da specifici obblighi contrattuali.

Il caso era quello di una Srl a gestione familiare che aveva dato in affitto un appartamento della società al figlio del socio maggioritario, anch’egli socio. A seguito di una serie di vicissitudini familiari, la Srl aveva intimato dopo sette anni lo sfratto per mancato pagamento dei canoni e chiesto la corresponsione di tutti gli arretrati. Per i giudici, però, bisognava tenere conto del fatto che fosse stata omessa ogni richiesta di pagamento per ben sette anni. Nel conduttore si era così ingenerato «un affidamento nella remissione del diritto di credito da parte del locatore per fatti concludenti», non avendo nessuno richiesto per tanto tempo il pagamento del canone. Pertanto, l’aver ingiunto poi la cifra per intero aveva prodotto danno solo al debitore, senza che venisse tra l’altro giustificato da parte del locatore il motivo della richiesta ritardata.

In generale, il mancato esercizio di un diritto – come l’omessa richiesta di pagamento da parte del creditore – non ne comporta la decadenza automatica, a meno che tale ritardo non sia espressione della volontà di voler rinunciare al proprio diritto. Difatti, il creditore può sempre rimettere il debito, ossia “abbonarlo”, cancellandolo per sempre. E questa rinuncia, che il più delle volte si fa con una dichiarazione espressa o con un documento scritto, può avvenire anche con un comportamento tacito, che abbia l’indiscutibile e univoco significato di voler liberare il debitore dal proprio obbligo contrattuale. La remissione del debito, quindi, può avvenire anche in forma tacita purché inequivoca. 

Pertanto, a fronte di un lungo periodo di inerzia, la repentina richiesta di pagamento di un credito, anche se ancora non caduto in prescrizione, è da considerarsi come un abuso del diritto: e ciò perché tale inerzia determina nel debitore la convinzione che il creditore abbia abdicato al proprio credito. Tale convinzione, se fondata su elementi oggettivi e certi, va tutelata in base al principio di buona fede nell’esecuzione del contratto (principio stabilito dagli articoli 1175 e 1375 del Codice civile). 


note

[1] Cass. sent. n. 16743/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


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