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Mentire per difendersi

19 Settembre 2021 | Autore:
Mentire per difendersi

Raccontare bugie: quando è reato? In quali casi è possibile dire il falso al giudice o alla polizia senza incorrere in un crimine?

Le bugie hanno le gambe corte. In ambito giuridico, però, mentire può costituire un comportamento tollerato. Non tutti sanno che solo in alcuni casi le menzogne rappresentano una condotta perseguibile penalmente. In altre parole, mentire può essere lecito, anche se il destinatario della bugia è il giudice stesso. Ad esempio, la persona imputata o indagata in un procedimento penale non è tenuta a dire il vero. In altre parole, la legge consente di mentire per difendersi.

Ovviamente, questa facoltà non può estendersi a tutti, ma soltanto a coloro che, dicendo il vero, metterebbero a repentaglio la loro stessa libertà. E così, il testimone chiamato a deporre in udienza non può mentire al giudice, gravando su di lui un obbligo giuridico di dire il vero, pena l’integrazione del reato di falsa testimonianza. Anche dire bugie al pubblico ministero o alla polizia può costituire reato. Insomma: mentire per difendersi è lecito, ma solo in alcuni casi. Vediamo quali.

Dire bugie è reato?

Mentire, in genere, non costituisce reato. In linea di massima, raccontare bugie a un amico, a un parente o anche a uno sconosciuto non è un illecito penale, a meno che non vi sia un intento ben preciso, in genere consistente nel volersi approfittare dell’altro a proprio vantaggio.

Ad esempio, come spiegato nell’articolo “Quando una bugia è reato?“, le menzogne raccontate al fine di farsi dare una somma di denaro oppure altre utilità possono costituire il reato di truffa [1], se sono accompagnate da altri artifici o raggiri idonei a ingannare la vittima.

Allo stesso modo, le bugie raccontate a una persona che si trova in un particolare stato fisico o mentale, quando c’è anche l’approfittamento di tale condizione, integra il reato di circonvenzione di incapaci [2].

Al di fuori di queste ipotesi, una menzogna può avere ripercussioni dal punto di vista civile, ma non penale. Si pensi al commerciante che promette all’acquirente di vendergli un prezioso bene che, in realtà, si rivela paccottiglia. In un caso del genere, l’acquirente potrà agire con l’azione di risoluzione del contratto ed il risarcimento dei danni, ma non con una denuncia penale.

Mentire alle autorità: è reato?

Diverso è il discorso nell’ipotesi in cui i destinatari delle bugie siano le autorità pubbliche. In questa ipotesi, le cose cambiano totalmente: raccontare menzogne al giudice o alle forze dell’ordine costituisce, di norma, reato.

Per la precisione, mentire alle autorità integra il reato di:

  • falsa testimonianza, se a mentire è un testimone chiamato a deporre in un processo (civile o penale, è indifferente) [3];
  • false informazioni rese al pubblico ministero durante le indagini, quando a mentire è la persona informata sui fatti chiamata a raccontare ciò che sa a proposito di una particolare vicenda che è oggetto di indagini [4];
  • favoreggiamento personale, se le false informazioni sono rese alla polizia giudiziaria, anziché al pm, durante la loro attività d’indagine [5];
  • falso giuramento in un giudizio civile, commesso dalla parte processuale chiamata a dire il vero su alcune circostanze del giudizio [6];
  • falsità in merito alla propria identità, quando quest’ultima è richiesta da pubblico ufficiale in servizio (ad esempio, dalla polizia o dai carabinieri durante un controllo) [7].

Mentire per difendersi: è reato?

Come spiegato nell’articolo “Mentire alle autorità: quando non è reato?“, ci sono due casi in cui, nonostante si stia interloquendo con un’autorità pubblica, non si commette reato pur raccontando frottole:

  • quando si è imputati/indagati di un reato;
  • quando si mente per salvare sé o un prossimo congiunto da un grave e inevitabile danno nella libertà o nell’onore [8].

Nel primo caso, è principio consolidato di ogni Stato democratico quello per cui nessuno può essere costretto ad accusarsi di un reato che ha commesso.

In pratica, per legge, la persona sospettata di aver commesso un crimine può mentire senza dover temere alcuna conseguenza giuridica. Ciò perché tutti hanno il diritto di difendersi, anche mentendo.

Certo, v’è da dire che la condotta menzognera dell’imputato può essere tenuta in debito conto dal giudice nel momento in cui deve determinare l’entità concreta della pena. Mentire, infatti, non rappresenta sicuramente una condotta processuale ammirevole.

Ad ogni buon conto, l’indagato o l’imputato che mente al giudice, al pubblico ministero o alla polizia giudiziaria, non commette alcun reato.

Secondo la legge, non commette reato neanche colui che, pur non essendo direttamente indagato o imputato in un procedimento penale, mente per salvare un prossimo congiunto. Si pensi al padre che mente alla polizia per evitare al figlio l’accusa di spaccio di droga, oppure alla donna che non collabora con i carabinieri per fare luce sui furti commessi dal marito.

In questi casi, le menzogne sono rese per difendere non sé ma un’altra persona; tuttavia, considerata la vicinanza che c’è tra chi mente e la persona sospettata, nonché l’esistenza di un conflitto determinato da sentimenti affettivi, la legge ritiene che non si possa condannare la bugia del prossimo congiunto.



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