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Pubblicazione immagini persone note

17 Giugno 2021
Pubblicazione immagini persone note

Tutela della privacy: condanna pesante per foto scattate a un personaggio famoso o un vip contro la sua volontà.

Se dovessi trovare per strada un personaggio famoso – un vip dello spettacolo, un politico, un presentatore tv o un attore – mentre passeggia serenamente, potresti fotografarlo e poi pubblicare l’immagine sui social, magari corredata da un articolo in cui descrivi le tue impressioni su ciò che hai visto? 

La pubblicazione delle immagini di persone note e la tutela della relativa privacy sono soggette a una specifica normativa i cui confini sono diversi rispetto a quelli previsti per i comuni cittadini, e ciò proprio a causa dell’interesse pubblico che connota le loro figure. Ciò tuttavia non implica un potere di totale ingerenza nella loro vita privata e personale. C’è infatti un limite, previsto dalla legge, che impone di rispettare determinati momenti e luoghi in cui anche le persone note hanno diritto a un minimo di riservatezza. Ma procediamo con ordine e vediamo com’è regolamentata, nel nostro Paese, la pubblicazione di immagini di persone note.

Si può fotografare una persona per strada?

I privati cittadini non possono essere fotografati senza il loro consenso, a meno che lo scatto non immortali un più ampio spazio come un monumento, un paesaggio o qualsiasi altro luogo di interesse pubblico. In tal caso, è lecito scattare la foto all’insieme, senza focalizzarsi sul singolo privato. Si pensi a una persona che fotografi il Colosseo con attorno dei turisti.

Il fatto di aver scattato una foto in cui compaiano altri soggetti non autorizza di certo la pubblicazione senza autorizzazione dei diretti interessati, a meno che questi ultimi siano irriconoscibili o siano resi tali con tecniche di post produzione. È tuttavia lecito pubblicare foto ove appaiano privati cittadini solo qualora questi dovessero trovarsi nel corso di una cerimonia, una manifestazione, un corteo ed altre occasioni pubbliche, a condizione che non siano essi stessi l’oggetto esclusivo della foto ma il più ampio evento. In tale ipotesi, non importa se, nello scatto, sono riconoscibili (si pensi a un uomo che, partecipando all’inaugurazione di una nuova strada, si collochi vicino al banco del sindaco da cui viene fatto il discorso). In ogni caso, la pubblicazione dell’immagine non deve comportare un pregiudizio al decoro o alla reputazione  della persona o dei suoi congiunti (si pensi a un uomo che, nel corso di una conferenza, venga sorpreso a mettersi le dita nel naso).

Si può scattare una foto a un personaggio famoso?

L’articolo 97 della legge sul diritto d’autore disciplina specificamente il caso della pubblicazione di immagini di vip e altre persone famose. Essa stabilisce che si può liberamente pubblicare la foto, senza il consenso dell’interessato, se questa «è giustificata dalla notorietà o dall’ufficio pubblico ricoperto, da necessità di giustizia o di polizia, da scopi scientifici, didattici o culturali, quando la riproduzione è collegata a fatti, avvenimenti, cerimonie di interesse pubblico o svoltisi in pubblico». 

In ogni caso, la foto non può essere pubblicata o venduta se ciò causa un danno all’onore, alla reputazione o anche al decoro della persona ritratta.

Oltre a ciò, esiste anche il diritto di cronaca – previsto dall’articolo 96 della legge sul diritto d’autore – che consente al cronista, al giornalista e al fotografo (non quindi ai comuni privati) di utilizzare scatti e raccontare fatti che hanno una rilevanza generale. In questo caso, il diritto della collettività a restare informati e a conoscere tali fatti limita il diritto personale del personaggio famoso a non essere ritratto. A tal fine, si è ritenuto che nel diritto di cronaca rientrino anche i personaggi legati al mondo dello spettacolo e del gossip.

In ogni caso, anche il diritto di cronaca non è un lasciapassare sempre valido. La Cassazione ha più volte detto che è necessario verificare, caso per caso, se davvero sussiste «uno specifico e autonomo interesse pubblico alla conoscenza delle fattezze dei protagonisti della vicenda narrata, nell’ottica della essenzialità di tale divulgazione ai fini della completezza e correttezza della informazione fornita».

In sintesi, è possibile scattare fotografie a soggetti famosi in contesti pubblici ma non si può fare in contesti privati (come ad esempio il giardino di casa) o in luoghi non accessibili al pubblico oppure quando la foto può ledere il loro onore, la reputazione o il decoro oppure non siano strettamente correlate a fatti di cronaca di interesse pubblico. In tal caso, il fotografo sarebbe tenuto a risarcire il danno, danno proporzionato alla notorietà del soggetto. 

Il risarcimento del danno per la pubblicazione di foto di personaggi famosi

Anche gli attori di fama mondiale, come ad esempio, George Clooney hanno diritto a essere tutelati sul fronte della privacy. In caso contrario, spetta loro un congruo risarcimento. Lo ha precisato proprio di recente la Cassazione [1]. Nel caso di specie, il personaggio dello spettacolo era stato ritratto in atteggiamenti intimi con la sua compagna Elisabetta Canalis nel parco di villa Oleandra nei pressi del lago di Como. L’istante ha chiesto la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni subiti, quantificati in 4 milioni di euro.

Il tribunale di Milano [2], accertata l’illiceità della pubblicazione, aveva condannato il gruppo Mondadori Spa e Alfonso Signorini in solido alla corresponsione di 300mila euro a favore dell’attore. La Corte d’Appello aveva poi ridotto la misura del risarcimento, ragion per cui si è finiti in Cassazione. E nel motivo del ricorso principale si legge che se un attore – premio Oscar, conosciuto e amato in tutto il mondo, con un’ immagine valutata milioni di euro – non ha mai venduto sue foto, una volta pubblicate contro il suo consenso, deve essere risarcito adeguatamente.

I Supremi giudici hanno accolto il motivo e hanno chiarito che anche nei casi di un personaggio molto noto non è possibile abbandonare il diritto all’immagine. Ne consegue che, nell’ipotesi di plurime violazioni di legge dovute alla pubblicazione e divulgazione di fotografie in dispregio del divieto, non può escludersi il diritto al risarcimento del danno patrimoniale che ben può essere determinato in via equitativa.

L’immagine di un premio Oscar vale milioni di euro e lo sfruttamento non autorizzato può ledere in prospettiva il bene protetto, anche se per il momento il celebre attore sceglie di non utilizzare sul piano economico i suoi dati personali.


note

[1] Cass. sent. n. 17217/21.

[2] Trib. Milano, sent. n. 14065/2013.

Autore immagine: depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza n. 17217/21; depositata il 16 giugno 2021)   

Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 26 febbraio – 16 giugno 2021, n. 17217

Presidente Genovese – Relatore Valitutti

Fatti di causa

1. Con atto di citazione notificato il 19 luglio 2010, C.G.T. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Milano, il Gruppo Editoriale Arnoldo Mondadori Editore s.p.a. ed S.A. , nella qualità di direttore responsabile del periodico ” (…)”, chiedendo accertarsi la violazione del diritto all’immagine dell’attore, ritratto, nell’agosto 2009, in atteggiamenti intimi con la sua compagna Ca.El. nel parco di (omissis) , nel Comune di (omissis) , nonché la violazione del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, ed – incidenter tantum – dell’art. 614 c.p. e art. 615 bis c.p., commi 1 e 2. L’istante chiedeva, quindi, la condanna dei convenuti in solido al risarcimento dei danni subiti, quantificati in Euro 4.000.000,00, oltre agli accessori di legge. Chiedeva, altresì, ordinarsi ai convenuti la pubblicazione dell’emananda decisione su periodico ” (…)”.

Il Tribunale adito, con sentenza n. 14065/2013, accertava l’illiceità della pubblicazione, condannava il Gruppo Editoriale Arnoldo Mondadori Editore s.p.a. ed S.A. , in solido, al pagamento della somma di Euro 300.000, a favore di C.G.T. , oltre interessi legali e spese del giudizio, e disponeva la pubblicazione della sentenza sul periodico “ (…)” entra trenta giorni dalla notifica della decisione, e “con caratteri di stampa doppi rispetto a quelli comunemente usati per gli articoli”.

2. La Corte d’appello di Milano, con sentenza n. 671/2016, depositata il 22 febbraio 2016, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, riduceva la condanna degli originari convenuti all’importo di Euro 40.000,00, oltre interessi legali, e compensava in parte le spese del giudizio.

2.1. La Corte riteneva, per un verso, sussistente la violazione del diritto alla riservatezza – lamentata dal C. in relazione alle immagini che lo ritraevano con la sua compagna – ed integrata, quindi, la violazione dell’art. 8 della CEDU, art. 14 Cost., art. 615 bis c.p., non scriminata dall’esimente del diritto di cronaca (art. 10 CEDU, art. 21 Cost.). Per altro verso, Il giudice del gravame reputava eccessiva la quantificazione del danno operata dal Tribunale, comprensiva anche del danno patrimoniale non provato dall’attore. Quest’ultimo, invero, aveva – per il tramite del suo portavoce – espressamente escluso il consenso alla pubblicazione di immagini della propria vita privata; di talché, negandosi la stessa possibilità dello sfruttamento economico di tali immagini, sarebbe stato non configurabile – a parere della Corte d’appello- un danno patrimoniale. in considerazione della lesione dei menzionati diritti a contenuto economico.

2.2. D’altro canto, tenuto conto del fatto che tale lesione era durata solo alcuni giorni, e del grado di intrusività non particolarmente elevato (perché relativo alle riprese fotografiche dell’attore mentre si aggirava nel parco della villa, ossia in un luogo chiuso e privato), anche il risarcimento del danno non patrimoniale doveva, a giudizio della Corte territoriale, ritenersi eccessivo.

3. Per la cassazione di tale sentenza ha, quindi, proposto ricorso C.G.T. nei confronti del Gruppo Editoriale Arnoldo Mondadori Editore e di S.A. , nella suindicata qualità, affidato a due motivi. I resistenti hanno replicato con controricorso. Il Procuratore Generale ha concluso per l’accoglimento del primo motivo di ricorso.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso, C.G.T. denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 633 del 1941, art. 158 e art. 2056 c.c., comma 2, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

1.1. Si duole il ricorrente – richiamando i principi più volte enunciati da questa Corte in materia di risarcimento dei danni patrimoniali conseguenti all’illecita pubblicazione dell’immagine altrui – del fatto che il giudice di appello abbia erroneamente denegato al C. tale voce di danno, sul presupposto che non sussisterebbe la prova del lamentato pregiudizio patrimoniale, da correlare al cd. “prezzo del consenso”. E ciò in quanto lo stesso portavoce dell’attore avrebbe dichiarato che quest’ultimo non aveva mai consentito la pubblicazione di immagini concernenti la sua vita privata. Di talché, essendo la liquidazione equitativa del danno possibile laddove l’esistenza del medesimo sia accertata in concreto, la volontà espressa dallo stesso C. di non avvalersi della propria immagine a fini economici, escluderebbe – a giudizio della Corte territoriale – la possibilità di ricorrere a siffatta forma di liquidazione.

1.2. Per converso, rileva il ricorrente che la scelta di non pubblicare la propria immagine non costituirebbe una scelta irreversibile, ma sarebbe “suscettibile di ripensamento nel tempo, se del caso anche in dipendenza delle vicende della professione”, giacché tale opzione, ricollegabile ad un diritto personalissimo, come quello all’immagine, “non è cristallizzabile nell’atteggiarsi della volontà del titolare in un dato momento”, ben potendo costituire oggetto di ripensamenti e di evoluzioni nel tempo.. Se, dunque, “un attore, premio Oscar, conosciuto ed amato in tutto il mondo, la cui immagine è valutata milioni, non ha mai venduto immagini personali, alle medesime, se pubblicate, peraltro contro il suo consenso, deve essere attribuito un valore perlomeno corrispondente a milioni di Euro del loro valore”.

1.3. Il motivo è fondato.

1.3.1. La stessa vicenda oggetto del presente giudizio ha, invero, già costituito oggetto di valutazione in una precedente decisione di questa Corte che – con ampia e dettagliata motivazione, alla quale ci si riporta e che deve intendersi qui integralmente richiamata – ha analizzato i profili in diritto dei fatti per cui è causa, fornendo una risposta ai quesiti che il ricorso pone, dalla quale – essendo pienamente condivisibile dal Collegio – non c’è ragione di discostarsi.

1.3.2. Si è, invero, affermato – al riguardo – che dall’espressa volontà di vietare la pubblicazione di foto relative alla propria vita privata, riferita ad un soggetto molto conosciuto – come certamente nella specie è C.G. , premio Oscar ed interprete di decine di film – non discende l’abbandono del diritto all’immagine che ben può essere esercitato, per un verso, mediante la facoltà, protratta per il tempo ritenuto necessario, di non pubblicare determinate fotografie, senza che ciò comporti alcun effetto ablativo e, per altro verso, mediante la scelta di non sfruttare economicamente i propri dati personali, perché lo sfruttamento può risultare lesivo, in prospettiva, del bene protetto. Ne consegue che, nell’ipotesi di plurime violazioni di legge dovute alla pubblicazione e divulgazione di fotografie in dispregio del divieto, non può escludersi il diritto al risarcimento del danno patrimoniale, che ben può essere determinato in via equitativa (Cass., 23/01/2019, n. 1875).

1.3.3. A tali principi – peraltro già sostenuti da questa Corte in precedenti decisioni, relative a diverse, ma analoghe vicende processuali – non si è attenuto il giudice a quo. Per cui il primo motivo di ricorso non può che essere accolto.

2. Con il secondo motivo di ricorso, C.G.T. denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 633 del 1941, art. 158, art. 10 c.c., L. n. 633 del 1941, artt. 95 e 97, nonché la motivazione perplessa ed illogica, in relazione all’art. 360 c.c., comma 1, nn. 3 e 5.

2.1. Lamenta l’istante che, a fronte della gravità degli illeciti accertati dal giudice di appello, la quantificazione dei danni morali cagionati al ricorrente non sia stata di corrispondente entità.

2.2. Il motivo è inammissibile.

2.2.1. È, invero, inammissibile il ricorso per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di norme di legge mirando il ricorrente, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass., 04/04/2017, n. 8758). Con il ricorso per cassazione anche se proposto con riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 – la parte non può, invero, rimettere in discussione, proponendo una propria diversa interpretazione, la valutazione delle risultanze processuali operata dai giudici del merito, poiché la revisione degli accertamenti di fatto compiuti da questi ultimi è preclusa in sede di legittimità (Cass., 07/12/2017, n. 29404; Cass., 04/08/2017, n. 19547; Cass., 02/08/2016, n. 16056).

2.2.2. Nel caso concreto, la deduzione sia del vizio di violazione di legge che del vizio di motivazione sottendono una sostanziale richiesta di rivisitazione del merito, mediante un riesame della liquidazione del danno non patrimoniale, che – com’è noto – attiene all’esercizio della discrezionalità del giudice di merito, per quanto soggetta all’osservanza di criteri e parametri che, tuttavia, nella specie non risultano neppure oggetto di una specifica e concludente censura.

3. L’accoglimento del primo motivo di “ricorso comporta la cassazione dell’impugnata sentenza con rinvio della causa alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione, che dovrà procedere a nuovo esame del merito della controversia, facendo applicazione dei principi di diritto suesposti, e provvedendo, altresì, alla liquidazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

Accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbito il secondo motivo di ricorso; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto; rinvia la causa alla Corte d’appello di Milano in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità. Dispone, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, che in caso di diffusione della presente ordinanza si omettano le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.


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