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Interruzione gravidanza per patologie feto: Cassazione

17 Giugno 2021
Interruzione gravidanza per patologie feto: Cassazione

Omessa diagnosi e aborto per malformazioni feto: diritti della gestante, responsabilità del ginecologo. 

Reato di procurato parto prematuro    

Il reato di procurato parto prematuro è integrato dalla condotta colposa che, comportando l’interruzione del normale e completo ciclo fisiologico della gravidanza, determini pericolo per la salute della gestante o del nascituro, senza che assuma rilevanza la distinzione tra parto prematuro e parto pretermine. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva ritenuto sussistente il reato in una fattispecie in cui il parto, indotto da un sinistro stradale, non garantendo certezza sulla maturità polmonare e fetale del nascituro, aveva determinato un pericolo per la salute della gestante e del feto, sebbene il neonato non avesse presentato particolari sofferenze o patologie alla nascita).

Cassazione penale sez. IV, 29/01/2021, n.11703

Sull’interruzione volontaria di gravidanza in presenza di processi patologici della gestante

La gestante ha il diritto di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza, nonché di ricevere un’adeguata informazione in tal senso, quando sussista un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica provocato dall’aver contratto una patologia in grado di sviluppare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro.

Per operare l’aborto terapeutico, ovvero quello praticato oltre il 90 giorno, non vi è necessità che «l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata», essendo al contrario sufficiente che la gestante «sappia di aver contratto una patologia atta a produrre, con apprezzabile grado di probabilità, anomalie o malformazioni del feto». Ciò perché una simile condizione, della quale il medico è tenuto informare la gestante a pena di risarcimento del danno, è di per sé in grado di produrre quel grave pericolo per la sua salute fisica o psichica, da accertarsi in concreto e caso per caso, che consente l’interruzione oltre i termini di legge. A precisarlo è la Cassazione accogliendo il ricorso di due genitori. In particolare, la donna aveva contratto una infezione da citomegalovirus di cui si era accorta soltanto alle 22a settimana.

L’accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, ai sensi della l. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), laddove determini nella gestante – che sia stata compiutamente informata dei rischi – un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica, da accertarsi in concreto e caso per caso, e ciò a prescindere dalla circostanza che l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata; il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza alla quale la donna dimostri che sarebbe ricorsa a fronte di un grave pregiudizio per la sua salute fisica o psichica.

Cassazione civile sez. III, 15/01/2021, n.653

Mancata informazione di possibili malformazioni del feto e responsabilità del medico

L’accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro consente il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza, ai sensi della l. n. 194 del 1978, art. 6, lett. b), laddove determini nella gestante – che sia stata compiutamente informata dei rischi – un grave pericolo per la sua salute fisica o psichica, da accertarsi in concreto e caso per caso, e ciò a prescindere dalla circostanza che l’anomalia o la malformazione si sia già prodotta e risulti strumentalmente o clinicamente accertata; il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza alla quale la donna dimostri che sarebbe ricorsa a fronte di un grave pregiudizio per la sua salute fisica o psichica.

Cassazione civile sez. III, 15/01/2021, n.653

In caso di un feto nato morto, il giudice può dimezzare il risarcimento, in favore di genitori e nonni, previsto dalle tabelle milanesi

In caso di un feto nato morto, il giudice può dimezzare il risarcimento, in favore di genitori e nonni, previsto dalle tabelle milanesi, in quanto il rapporto affettivo con il nascituro è solo potenziale, ma di fatto non si è mai instaurato. Ad affermarlo è la Cassazione respingendo il ricorso di genitori e nonni, secondo i quali il risarcimento dovuto dall’azienda ospedaliera e dai medici era stato ingiustamente tagliato della metà, rispetto a quanto stabilito dalla tabelle sul risarcimento del danno nel caso di un figlio nato morto. I giudici di legittimità confermano però la correttezza della liquidazione, in considerazione “del mancato instaurarsi di un oggettivo (fisico e psichico) rapporto tra nonni, genitori, e nipote figlio”.

Cassazione civile sez. III, 20/10/2020, n.22859

La responsabilità medica ed i danni conseguenti ad una nascita indesiderata

Se unica è la condotta lesiva, da individuare nella omissione da parte dei medici delle gravi malformazioni del feto, integrante inadempimento contrattuale colpevole, diversa è, invece, la “situazione soggettiva finale pregiudicata”, non potendosi confondersi, nella specie, il diritto di interrompere la gravidanza con il differente diritto alla predisposizione della gestione familiare in vista dell’accoglimento del nascituro malformato. Con la conseguenza che, dedotta a fondamento della pretesa risarcitoria l’impossibilità, cagionata dall’inadempimento della prestazione professionale, di poter evitare la nascita, costituisce fatto nuovo la allegazione del differente interesse alla possibilità dei genitori di predisporre un’efficace organizzazione di assistenza del neonato.

Cassazione civile sez. III, 10/06/2020, n.11123

Interruzione volontaria della gravidanza

L’eventuale lesione del diritto di interrompere la gravidanza è giuridicamente irrilevante se la gestante, quand’anche informata, avrebbe comunque verosimilmente scelto di non abortire (riconosciuto, nelle specie, il risarcimento in favore di una donna che, per una errata diagnosi, non aveva potuto abortire nei termini di legge).

Cassazione civile sez. III, 17/07/2014, n.16401

Aborto e interruzione della gravidanza 

A fronte di una precisa richiesta diagnostica della gestante, finalizzata ad evidenziare eventuali malformazioni fetali, è ragionevole presumere che, in caso di esito positivo dell’accertamento, sarebbe insorta una patologia nella donna e che quest’ultima avrebbe di conseguenza esercitato il diritto di interruzione della gravidanza.

Il risarcimento del danno cd. da nascita indesiderata, scaturente dall’errore del medico che, non rilevando malformazioni congenite del concepito, impedisca alla madre l’esercizio del diritto di interruzione della gravidanza, spetta sia ai genitori del soggetto nato malformato, sia ai suoi fratelli.

Ove risulti provato che la gestante abbia richiesto un accertamento funzionale alla diagnosi di malformazioni fetali e, subordinatamente al suo risultato positivo, all’esercizio del diritto di interruzione della gravidanza, si configura l’inadempimento del medico che non abbia fornito, completa ed idonea, informazione su tutte le possibilità diagnostiche esistenti.

Cassazione civile sez. III, 02/10/2012, n.16754 

In tema di responsabilità del medico da nascita indesiderata, ai fini dell’accertamento del nesso di causalità tra l’omessa rilevazione e comunicazione della malformazione del feto e il mancato esercizio, da parte della madre, della facoltà di ricorrere all’interruzione volontaria della gravidanza, è sufficiente che la donna alleghi che si sarebbe avvalsa di quella facoltà se fosse stata informata della grave malformazione del feto, essendo in ciò implicita la ricorrenza delle condizioni di legge per farvi ricorso, tra le quali (dopo il novantesimo giorno di gestazione) v’è il pericolo per la salute fisica o psichica derivante dal trauma connesso all’acquisizione della notizia, a norma dell’art. 6 lett. b) l. n. 194 del 1978; l’esigenza di prova al riguardo sorge solo quando il fatto sia contestato dalla controparte, nel qual caso si deve stabilire – in base al criterio (integrabile da dati di comune esperienza evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali) del “più probabile che non” e con valutazione correlata all’epoca della gravidanza – se, a seguito dell’informazione che il medico omise di dare per fatto ad esso imputabile, sarebbe insorto uno stato depressivo suscettibile di essere qualificato come grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Cassazione civile sez. III, 10/11/2010, n.22837

In tema di responsabilità del medico (o della struttura sanitaria) per omessa diagnosi di malformazioni del feto e conseguente nascita indesiderata, trattandosi di inadempimento contrattuale, il danno al cui risarcimento il debitore è tenuto non è solo quello alla salute, ma anche il danno economico che sia conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento in termini di causalità adeguata, quale il danno consistito nelle ulteriori spese di mantenimento della persona nata con malformazioni, pari al differenziale tra la spesa necessaria per il mantenimento di un figlio sano e la spesa per il mantenimento di un figlio affetto da gravi patologie.

Cassazione civile sez. III, 04/01/2010, n.13

Responsabilità medico

Nel caso in cui ad una gestante siano stati somministrati senza adeguata informazione farmaci che abbiano provocato malformazioni al concepito, la violazione dell’obbligo d’informazione da parte dei sanitari dà luogo al risarcimento del danno in favore sia della gestante-madre che del concepito, una volta che quest’ultimo sia venuto ad esistenza, ma solo in relazione all’inosservanza del principio del c.d. consenso informato, non potendo invece ravvisarsi a carico dei sanitari una responsabilità nei confronti del concepito perché la madre non è stata posta in condizione di esercitare il diritto all’interruzione volontaria della gravidanza, non essendo configurabile nel nostro ordinamento un diritto “a non nascere se non sano”, in quanto le norme che disciplinano l’interruzione della gravidanza la ammettono nei soli casi in cui la prosecuzione della stessa o il parto comportino un grave pericolo per la salute o la vita della donna, legittimando pertanto la sola madre ad agire per il risarcimento dei danni.

Cassazione civile sez. III, 11/05/2009, n.10741



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