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Black-List italiane: cambia, con qualche incertezza, la geografia

3 Aprile 2015 | Autore:
Black-List italiane: cambia, con qualche incertezza, la geografia

Il Ministro dell’economia e delle finanze ha firmato ieri due decreti ministeriali che modificano le Black-List sulla indeducibilità dei costi e sulle società controllate estere (CFC), introducendo novità destinate a cambiare lo scenario della fiscalità estera e portatrici di nuovi criteri di valutazione, in parte ancora indeterminati.

La Legge di Stabilità 2015 [1] ha introdotto, alla normativa in materia di società controllate estere e di indeducibilità dei costi provenienti da Paesi Black-List, alcune novità e precisazioni che occorre approfondire attentamente.

Ricordiamo che in Italia sono vigenti ben tre tipologie di Black-List: una applicabile ai soggetti residenti all’estero [2], una relativa alla indeducibilità dei costi provenienti da soggetti residenti in Paesi Black List [3] ed una, infine, relativa alle società controllate estere [4]. Inoltre risultano sempre in sospeso le White-List previste nel 2007 dalla riforma della normativa fiscale internazionale [5] ed ancora non emanate.

Le modifiche introdotte dalla Legge riguardano soltanto le due Black-List emanate in materia di indeducibilità dei costi e di società estere controllate, mentre resta inalterata la Black-List relativa all’elenco dei Paesi per i quali vige la presunzione legale della residenza dei cittadini italiani che vi si trasferiscono.

Dette due liste erano state formate utilizzando un duplice criterio per individuare i Paesi-paradiso:

  1. la mancanza di un adeguato scambio di informazioni;
  2. la mancanza di un adeguato livello di tassazione delle società controllate estere.

Oggi la norma modificativa [6] precisa che, per quanto riguarda la formazione della Black-List relativa alla indeducibilità dei costi, l’unico criterio utilizzabile è quello della mancanza di un adeguato scambio di informazioni, eliminando il criterio relativo all’adeguato livello di tassazione.

In tal senso vengono esclusi dalla Black-List in vigore, formata per la indeducibilità dei costi, ben 21 Paesi [7] con i quali sono stati conclusi accordi bilaterali (Convenzione contro le doppie imposizioni oppure Tiea – Tax information exchange agreement) o multilaterali ( Convenzione Multilaterale sulla mutua assistenza amministrativa in materia fiscale OCSE).

Per quanto riguarda invece la Black-List dei Paesi nei quali possono essere stabilite le società controllate estere, i criteri di esclusione/inserimento, sono rimasti gli stessi due di cui sopra.

La nuova norma [8], in vigore dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31.12.2014, non si limita a precisare quanto sopra ma introduce un criterio percentuale ben individuato, come segue:

Si considera livello di tassazione sensibilmente inferiore a quello applicato in Italia un livello di tassazione inferiore al 50 per cento di quello applicato in Italia. Si considerano in ogni caso privilegiati i regimi fiscali speciali che consentono un livello di tassazione inferiore al 50 per cento di quello applicato in Italia, ancorche’ previsti da Stati o territori che applicano un regime generale di imposizione non inferiore al 50 per cento di quello applicato in Italia. Con provvedimento del direttore dell’Agenzia delle entrate viene fornito un elenco non tassativo dei regimi fiscali speciali.

Il mantenimento di entrambi detti criteri produce una grande selezione, infatti l’eliminazione di Paesi da questa Black-List è limitata a soli tre casi: Filippine, Malesia e Singapore.

Non può non sfuggire dunque che, lungi dall’essere una apertura verso le società operative che legittimamente lavorano in alcuni di questi Paesi, la norma introduce una preoccupante variabile, non ancora precisata né ben definita.

Infatti non solo la utilizzazione del criterio di valutazione del livello minimo di tassazione del Paese estero è una condizione non accettabile per chi realmente opera in quei Paesi, ma la norma introdotta rischia di impattare fortemente sulle decisioni di investire all’estero che le società italiane dovessero assumere.

Infatti è stata inserita nella norma la precisazione che rientrano in detto criterio, cioè quello del livello adeguato di tassazione, anche i regimi fiscali speciali esteri, per individuare i quali, neppur in via esaustiva, verrà emanato un apposito provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate.

Solo a titolo esemplificativo si pensi alle eventuali norme di favore previste per gli investitori esteri che si recano in alcuni dei Paesi inseriti nella Black-List delle società controllate estere, (solo per citarne alcuni: Hong Kong, Monaco, EAU, Lichtenstein, ecc.).

Non è inoltre chiaro se tale modifica, attinente alla particolare valutazione dei regimi speciali, si applichi anche ai Paesi esclusi da quelli considerati a fiscalità privilegiata, posto che la norma [9] fa riferimento esplicito all’applicabilità della disciplina delle società controllate estere anche a detti Paesi.

Le agevolazioni e le riduzioni di imposta vengono concesse, secondo le norme delle giurisdizioni estere, per far crescere l’economia locale ed attrarre capitali, e possono consistere, in genere, o in una riduzione della tassazione per chi produce in loco ed esporta fuori dal Paese, o in altre riduzioni ed esenzioni specifiche per il settore di operatività che lo Stato locale intende sostenere e/o privilegiare.

Inoltre la norma non entra nel dettaglio delle modalità di calcolo della percentuale di tassazione estera, se cioè ci si deve riferire all’aliquota di tassazione nominale o a quella effettiva da calcolarsi come già previsto per l’esimente delle società controllate estere, anche se residenti in Paesi White-List.

Infine, anche nell’ottica dei criteri stabiliti dalle norme europee, dagli interventi dell’OCSE e dalle sentenze della Corte di Giustizia dell’UE, sulla materia in corso di trattazione, sarà interessante verificare che le norme oggi introdotte non siano in contrasto con principi ormai pacificamente accettati quali quelli della libertà di stabilimento, della valida ragione economica e della libera concorrenza fra Stati.


note

[1] Legge n. 190 del 23.12.2014 (Legge Stabilità 2015)


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