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Le Guide Cognome del marito alla moglie: divieti e diritti

Le Guide Pubblicato il 25 maggio 2014

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> Le Guide Pubblicato il 25 maggio 2014

Tutte le ipotesi in caso di separazione, divorzio e annullamento del matrimonio: inibitoria all’uso del cognome del marito, risarcimento del danno e altre ipotesi.

Il codice civile stabilisce [1] che la moglie aggiunge al proprio cognome quello del marito e lo conserva anche nel caso di morte del marito, fino a che non contragga un nuovo matrimonio.

In caso di separazione, il giudice  può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito se esso risulta pregiudizievole per il marito; e può autorizzare la moglie a non usare il cognome del marito se l’uso risulta pregiudizievole per lei.

A seguito della pronuncia di divorzio la moglie perde il cognome del marito che aveva aggiunto al suo con il matrimonio [2].

La donna nel corso della causa di divorzio può chiedere di conservare il cognome del marito aggiunto al proprio, nel caso sussista un interesse suo o dei figli meritevole di tutela. Il tribunale può concedere l’autorizzazione in sentenza.

Tale capo della decisione può essere successivamente rivisto, a richiesta del marito o della moglie e solo per motivi di particolare gravità, in una causa che deve concludersi con sentenza.

In caso di nuovo matrimonio, nonostante l’autorizzazione ricevuta, si perde la possibilità di mantenere il cognome del primo marito.

Il cognome si perde ovviamente con l’annullamento del matrimonio.

Nella prassi la questione è marginale, in quanto normalmente le mogli sono conosciute nei rapporti sociali e soprattutto lavorativi, con il proprio cognome. Quasi mai si incontrano donne che si presentano con i due cognomi; più spesso sono conosciute con il cognome del marito in quanto coincidente con quello dei figli. Anche se può capitare che una donna nell’impresa o nella professione si sia fatta conoscere con il cognome del marito.

In ogni caso l’utilizzo del cognome del marito non deve essere considerato un obbligo o un dovere derivante dal matrimonio.

Come ha precisato il tribunale di Bari [3], il diritto della moglie al cognome del marito è un riflesso diretto dell’unità familiare, un contrassegno del vincolo coniugale e della appartenenza della moglie al gruppo familiare facente capo al marito. Ne consegue che, venuto meno in forza del divorzio il vincolo coniugale e cessata irrevocabilmente l’unità del gruppo familiare, il cognome si perde.

Il diritto della moglie alla conservazione e alla spendita del cognome del marito dopo la sentenza di divorzio presuppone che la moglie, nel corso della vita matrimoniale, si sia presentata nella vita sociale con il cognome del marito, tanto che questo cognome concorra a identificarla nella società in senso ampio e non in un campo settoriale: ad esempio l’uso nel solo campo accademico non è stato considerato sufficiente.

Se la ex moglie continua a farsi chiamare con il cognome del marito, quest’ultimo può impedirglielo e chiederle i danni. Il marito infatti ha diritto [4] di chiedere la cessazione del fatto lesivo e chiedere il risarcimento. Per l’inibitoria dell’uso è sufficiente dimostrare la possibilità che da ciò gli derivi un pregiudizio anche di ordine solo morale, mentre ai fini della richiesta del risarcimento del danno deve essere dimostrato un pregiudizio effettivo, secondo le norme generali dell’illecito civile [5], patrimoniale o morale (se è configurabile un illecito penalmente sanzionato, se c’è grave violazione del diritto inviolabile al nome). È anche stato ipotizzato che l’uso del cognome da parte della ex moglie non autorizzata a farlo rilevi sotto l’aspetto della violazione della privacy, in quanto rivela il fatto del precedente matrimonio.

note

 

[1] Art. 143-bis cod. civ.

[2] Art. 5 comma 2 della legge 898/1970.

[3] Trib. Bari, sent. del 15.03.2007.

[4] In base all’articolo 7 cod.civ.

[5] Art. 2043 cod. civ.

Autore immagine: 123rf.com


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