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Come trasferirsi all’estero per pagare meno tasse 

23 Settembre 2021 | Autore:
Come trasferirsi all’estero per pagare meno tasse 

Le condizioni per cambiare la residenza fiscale di persone fisiche e società e non dover più versare nulla al Fisco italiano. 

Hai mai pensato di trasferirti all’estero per pagare meno tasse? Scommetto che questo pensiero ti è venuto almeno una volta nella vita. Sfuggire alla pesante imposizione fiscale italiana è un sogno ricorrente di molti, che vivono e lavorano in Italia e si vedono sottrarre dal Fisco un’importante fetta del loro reddito e dei loro guadagni. 

Per qualcuno il sogno è diventato realtà: è vero, in alcuni Paesi, l’imposizione fiscale è molto inferiore rispetto a quella italiana, come ben sanno le grandi aziende che pongono appositamente le proprie sedi all’estero. Ma ci sono delle precise condizioni da rispettare, altrimenti il Fisco ti inseguirà anche in capo al mondo per pretendere il pagamento del dovuto. 

In questo articolo ti spiegheremo come trasferirsi all’estero per pagare meno tasse, in modo perfettamente legale. Non ci sono trucchi, e non devono esserci inganni: le regole sono stabilite dalla normativa italiana e dalle convenzioni internazionali. La prima cosa da chiarire è se vuoi spostarti realmente all’estero o se hai intenzione di fare solo finta. Nel primo caso, puoi risparmiare davvero un mucchio di tasse; altrimenti, se pensi di fare solo “la mossa” di trasferirti, devi sapere che il Fisco è già premunito ed ha gli strumenti per reagire contro i furbetti. Insomma, non puoi diventare prete solo indossando l’abito talare. 

La residenza fiscale 

Esaminiamo cosa occorre fare per trasferirsi all’estero in modo da non pagare più le tasse in Italia. Devi sapere che, se sei una persona fisica, dovrai spostare la tua residenza. Una persona giuridica come una società, dovrà trasferire la sede legale e quella effettiva di svolgimento dell’attività.  

Iniziamo dalle persone in carne e ossa per arrivare poi alle società. Ogni persona per vivere ha bisogno di un tetto sulla testa, dunque di una casa dove abitare. Se vivi in Italia, sicuramente hai già la tua residenza anagrafica, che è il luogo dove dimori abitualmente, ed anche la correlativa residenza fiscale, che individua il centro dei tuoi interessi reddituali, patrimoniali e finanziari.  

Il concetto di residenza fiscale è fondamentale: il sistema tributario italiano si fonda sul principio di territorialità e considera «soggetto passivo Irpef» [1] (cioè chi deve pagare le imposte sui redditi) la persona fisica che per la maggior parte dell’anno è residente anagraficamente in un qualsiasi Comune italiano oppure mantiene il domicilio nel territorio nazionale, anche se ha una residenza formalmente estera. La cittadinanza, invece, non conta ai fini delle tasse. 

Come trasferire la residenza fiscale all’estero: l’iscrizione all’Aire

Il Fisco ragiona in termini di annualità d’imposta e, perciò, la maggior parte dell’anno significa almeno 183 giorni (che diventano 184 negli anni bisestili). Se il soggetto è fiscalmente residente in Italia, deve pagare qui tutti i redditi percepiti, anche se sono stati prodotti oltreconfine. Ad esempio, dovrà dichiarare i proventi degli investimenti esteri, gli utili e i proventi incassati da società straniere, e così via. Invece, spostando la residenza fiscale all’estero questo principio non vale più e, da quel momento, si è soggetti esclusivamente alla tassazione di quello Stato. 

La prima condizione per andare via dall’Italia, fiscalmente parlando, è molto semplice: ti devi iscrivere all’Aire, che è l’Anagrafe italiana dei residenti all’estero. Per ottenere l’l’iscrizione all’Aire basta una dichiarazione scritta e depositata al Consolato, allegando qualche documento che prova la tua effettiva residenza straniera: una carta di identità rilasciata da quello Stato estero, le bollette di luce e gas della casa dove sarai andato a vivere, un contratto di lavoro. A quel punto, sarai cancellato dagli elenchi della popolazione residente in Italia (e perderai il diritto all’assistenza sanitaria, salvo che per le urgenze).

Cosa succede se mantengo il domicilio in Italia? 

L’iscrizione all’Aire è una condizione necessaria, ma da sola non sufficiente, per non pagare le tasse in Italia. Infatti, essa costituisce solo un adempimento formale, che dovrà corrispondere alla realtà effettiva: perciò, se la tua famiglia continua a vivere in Italia, o se mantieni nel nostro Paese le tue attività, sarai comunque considerato fiscalmente residente in Italia. In questi casi, avrai mantenuto qui il tuo domicilio, cioè il centro dei tuoi interessi di vita.  

Non basta, quindi, un certificato per cavarsela. Quella dell’Aire è una presunzione di residenza estera, ma può cadere con la controprova: il Fisco può scovare elementi di segno contrario per dimostrare che in realtà sei rimasto qui. E se ci riesce vince lui e ti fa pagare le tasse in Italia come se non ti fossi mai trasferito. Per ulteriori informazioni leggi “Residenza estera: come si dimostra?“.  

Come si prova la residenza estera? 

L’Agenzia delle Entrate è molto attenta verso chi si sposta all’estero, specialmente se è facoltoso e, dunque, c’è il fondato timore che si sia iscritto all’Aire proprio per sfuggire all’imposizione fiscale nostrana. Così assumono valore una serie di indicatori dimostrativi della permanenza di una residenza fiscale italiana: la presenza della famiglia, la disponibilità di un’abitazione, il possesso di beni immobili o anche di beni mobili, se di rilevante valore, oppure un conto corrente acceso presso un istituto di credito italiano sul quale vengono accreditati i proventi.  

Per chi è titolare o amministratore di una società, vale anche la presenza di uffici e sedi in Italia per dimostrare che l’attività si svolge qui. Perciò, anche se lavori tutta la settimana all’estero ma nel weekend rientri in Italia dove hai casa e famiglia, sarai considerato fiscalmente italiano a tutti gli effetti; così come se hai il nucleo familiare collocato all’estero, ma dirigi da un qualsiasi punto del territorio nazionale le tue attività imprenditoriali rimaste attive e operative in Italia, ad esempio presiedendo le riunioni aziendali o stipulando contratti. 

Quando ti trasferisci all’estero, dopo l’iscrizione all’Aire in caso di contestazioni da parte del Fisco italiano non dovrai essere tu a provare che lo spostamento è veritiero, ma sarà l’Agenzia delle Entrate a dover dimostrare il contrario. A meno che tu non sia andato in uno dei Paesi della black list, i cosiddetti paradisi fiscali, come Samoa, Panama e le Maldive: lì, il principio si inverte e, nonostante l’iscrizione all’Aire, l’Agenzia presumerà che tu sia rimasto in Italia e ti toccherà fornire la prova che sei andato davvero a vivere tra palme e noci di cocco.  

Cosa rischia chi si trasferisce in un paradiso fiscale? 

paradisi fiscali, cioè le località del mondo a fiscalità privilegiata, sono un mito da sfatare. Se un tempo convenivano ed erano al sicuro, mettendo al riparo i propri residenti dalle pretese fiscali straniere, oggi non è più così. Gli Stati del mondo che non cooperano nel fornire all’Italia le informazioni necessarie a ricostruire la posizione fiscale dei loro residenti sono inseriti in una speciale black list. Chi si trasferisce in uno di questi Paesi in lista nera, o vi colloca la sede delle proprie società e aziende, ha la strada in salita per riuscire a dimostrare di essere davvero residente lì e di esserci arrivato legalmente, con la sua persona e con i propri capitali, anziché per mettere i quattrini (forse guadagnati illecitamente) al riparo.  

Insomma, il rifugio è stato stanato. Tutti i Paesi industrializzati combattono i paradisi fiscali e rendono la vita difficile a chi si è stabilito là o ha fatto semplicemente finta. Infatti, i Paesi inseriti nella black list sono in massima parte piccoli Stati d’oltreoceano, come le isole Seychelles, che non hanno un’economia propria ma vivono dei capitali fittiziamente investiti da soggetti che sono solo fittiziamente residenti, per creare uno schermo utile ad ostacolare gli accertamenti fiscali.

I paradisi fiscali, che un tempo favorivano chi aveva grosse disponibilità finanziarie da nascondere, oggi non convengono più: sono diventati i primi posti dove il Fisco va a scovare i probabili evasori. 

Trasferirsi a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti  

Se vuoi trasferirti all’estero puoi considerare la possibilità di andare a vivere in Stati non molto distanti dall’Italia e con un elevato livello di ricchezza e di opportunità lavorative, come gli Emirati Arabi Uniti, famosi per la loro città più importante: Dubai, soprannominata la New York del Golfo Persico, che sta vivendo una grande espansione economica e finanziaria. Dubai è una città molto ricca e ci sono ottime opportunità lavorative, specialmente nell’edilizia, nel turismo, nel commercio e nei servizi.

La tassazione a Dubai è estremamente favorevole: l’imposta sul reddito delle persone fisiche, cioè il corrispondente della nostra Irpef, è zero. Attualmente, negli Emirati Arabi non esiste nessun tipo di imposta sui redditi, quindi non si paga nulla sui guadagni di lavoro dipendente o autonomo, di pensione o di capitali. Di conseguenza, non devi nemmeno presentare la dichiarazione dei redditi. Tutto ciò che guadagnerai con il tuo lavoro, o con i tuoi investimenti, sarà completamente esentasse. Tra poco, ti spiegheremo anche qual è il regime per le attività imprenditoriali e svolte in forma societaria.

Per andare a vivere a Dubai occorre un visto d’ingresso o un permesso di soggiorno che viene rilasciato per uno di questi tre motivi:

  • un contratto di lavoro con un’azienda del posto;
  • il possesso di capitali investiti in quello Stato;
  • la proprietà di un’azienda che ha sede negli Emirati Arabi Uniti. 

I controlli sono rigorosi e non si può “barare”: questi requisiti devono sussistere effettivamente, altrimenti gli Emirati non consentiranno di porre nel loro Stato la residenza a una persona fisica o a una società e non sarà possibile conseguire i vantaggi fiscali. 

Avviare un’attività a Dubai: vantaggi e rischi 

Se vuoi avviare un’attività a Dubai in forma d’impresa, anziché come lavoratore dipendente o autonomo, devi sapere che non esiste un’imposta generale sui redditi delle società, l’equivalente della nostra Ires, tranne che per le imprese petrolifere e bancarie (con aliquote comprese tra il 20% e il 55%): quindi, se non sei un petroliere o un banchiere, non devi preoccuparti di queste imposte. 

A Dubai c’è anche una free zone, una zona franca, creata per attirare gli investimenti stranieri: i capitali collocati e i profitti realizzati non sono tassati affatto, né come utili né in forma di dividendi. Inoltre, le aziende possono essere detenute interamente da stranieri (nelle altre zone, quelle non free, occorre avere un socio emiratino) ed avere il beneficio di un’esenzione fiscale per 50 anni. Negli Emirati Arabi, non ci sono neppure imposte sulle successioni e donazioni. Quindi, Dubai è un ottimo posto per chi è già benestante o per chi aspira a diventarlo con il suo lavoro lì. 

Per completezza, però, ti dobbiamo dire che almeno una tassa c’è ed è l’imposta sul valore aggiunto, la nostra Iva. È stata introdotta nel 2018 per tamponare gli effetti della crisi petrolifera mondiale (anche i ricchi piangono), ma è appena del 5%: una bazzecola rispetto al nostro 22%, oltretutto destinato a salire al 25% quando termineranno gli effetti negativi della pandemia. Recentemente, il Governo degli Emirati Arabi ha introdotto un “mini condono” dell’Iva, che ovviamente si applica per chi già vive ed opera in quello Stato: sanzioni ridotte al 30% del totale per chi paga spontaneamente ed entro il 31 dicembre 2021. 

Come trasferire un’impresa all’estero: l’esterovestizione

Le imprese trasferite all’estero devono rispettare requisiti analoghi a quelli che abbiamo esaminato riguardo alla residenza delle persone fisiche: anche in questo caso, la società deve essere costituita e resa operativa nello Stato straniero.  

Il trasferimento di comodo negli Emirati Arabi, o in qualsiasi altro Stato, di una società che realizza altrove il suo fatturato e profitto non renderà immune essa ed i suoi soci proprietari dalle pretese del Fisco italiano. Per l’Agenzia delle Entrate una società del genere sarebbe localizzata all’estero in maniera fittizia, cioè fasulla e, in tal caso, l’Amministrazione applicherà il severo regime dell’esterovestizione societaria: con un avviso di accertamento recupererà a tassazione le imposte dovute ma non versate in Italia, più sanzioni fino al 240% dell’ammontare evaso negli otto anni precedenti. 

Tieni presente che la residenza fiscale delle società considera per legge [2] non solo la sede legale, che è facile da trasferire, ma anche le sedi operative e l’oggetto dell’attività svolta, e verifica anche le partecipazioni di controllo. Perciò, se resti localizzato in Italia non ti basterà porre la sede legale all’estero, perché il Fisco guarda il luogo dove l’attività imprenditoriale o commerciale viene svolta effettivamente.

L’Amministrazione finanziaria controlla, in particolare,  se permane una «stabile organizzazione» [3] dell’impresa in Italia. In tali casi, gli utili e gli altri redditi prodotti dalle sedi e dagli stabilimenti operativi che hanno sede sul territorio nazionale sono imponibili in Italia e, dunque, perdono la tassazione più favorevole, che si applicherà solo ai proventi realizzati all’estero. Infatti, le grandi società che hanno sede in Paesi a regime fiscale agevolato, come l’Olanda o il Lussemburgo, sono holding, società non direttamente operative e che controllano a cascata un castello di società controllate che producono o commercializzano beni e servizi nei vari Paesi. È una cosa molto difficile e costosa da realizzare per chi non ha società di dimensioni enormi e con un’operatività a livello multinazionale. 

Per le imprese, il concetto è di fondo è che, come per la persona fisica il domicilio è il centro dei suoi interessi familiari e sociali, così per la società il cuore degli affari è dove essi si trattano e si realizzano: si guarda dove, e da chi, vengono prese le decisioni, dove vengono convocati i board aziendali (le riunioni dei consigli di amministrazione), chi effettivamente controlla e domina quella società e dove si trovano le sue unità produttive.  

Insomma, non basta un’iscrizione formale della società all’estero e magari una targa sulla porta o un ufficio di rappresentanza, magari ben arredato, ma in pratica vuoto: se rimane un collegamento con il territorio italiano, dove continuano a svolgersi le attività organizzative, produttive e commerciali, il Fisco considererà quella società fittiziamente estera, ma in realtà italiana a tutti gli effetti.

In caso di contestazioni fiscali, la prova del fatto che la società è veramente estera ricade sul contribuente: non avrà scampo, ad esempio, se ha collocato all’estero solo la sua società, ma egli e i suoi amministratori hanno continuato a risiedere in Italia. Quindi, per esercitare un’attività in forma societaria all’estero non basta la residenza ma serve l’operatività effettiva in loco. Anche per le persone giuridiche, dunque, così come per le persone fisiche, vale il principio “o tutto o niente”: una volta che si è deciso di fare il grande salto, bisogna tagliare i ponti con la nazione d’origine, magari rientrando solo per le vacanze, da turisti, con i proventi guadagnati all’estero.

Per altri approfondimenti leggi “Come pagano le tasse gli italiani all’estero“.


note

[1] Art. 2 D.P.R. n. 917/1986 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).

[2] Art. 73 D.P.R. n. 917/1986.

[3] Art. 162 D.P.R. n. 917/1986.


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