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Parcelle troppo basse: cosa si rischia?

22 Giugno 2021
Parcelle troppo basse: cosa si rischia?

Cosa rischia il professionista che fa pagare poco ai clienti? Può l’Agenzia delle Entrate inviare un accertamento fiscale?

Cosa si rischia a fare parcelle troppo basse? Se anche è ben possibile, occasionalmente, non farsi pagare da qualche cliente o concedere degli sconti più o meno sostanziosi, ciò non deve diventare un’abitudine. Perché, se così fosse, seppure per via del fatto che l’attività è solo agli inizi e c’è la necessità di attirare la clientela, il professionista potrebbe subire un accertamento fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate. A dirlo è una recente ed interessante ordinanza della Cassazione [1].

In buona sostanza, secondo il parere della Corte Suprema, il Fisco può contestare ricavi in nero al giovane professionista che fa parcelle troppo basse. È del tutto irrilevante che lo studio sia in fase di start-up: conta la comparazione dei compensi percepiti dai colleghi di zona. Quindi, se le parcelle sono troppo basse rispetto ai prezzi di mercato, l’ufficio delle imposte può presumere che si tratti di un tentativo di evasione fiscale e così avviare il recupero delle imposte non versate. 

Quel che rileva rimarcare in questa decisione non è il fatto di praticare dei prezzi più bassi rispetto alla media, ma dei prezzi «nettamente più bassi» rispetto alla media, talmente bassi cioè da non consentire il mantenimento dello studio ed, evidentemente, dello stesso professionista. 

Nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che il giovane, per quanto in fase di avviamento della sua attività professionale, non avrebbe mai potuto percepire così poco. In più, è stata anche respinta la richiesta con la quale la difesa chiedeva l’applicazione degli studi di settore: l’ufficio ha ritenuto più valido il parametro della comparazione dei redditi con i colleghi presenti sullo stesso territorio.

Gli Ermellini hanno spiegato che gli studi di settore costituiscono – almeno fino a quando sono rimasti in vigore – solo uno degli strumenti utilizzabili dall’Amministrazione finanziaria per accertare in via induttiva, pur in presenza di una  contabilità formalmente regolare, ma intrinsecamente inattendibile, il reddito reale del contribuente. Tale accertamento, infatti, può essere presuntivamente condotto anche sulla base del riscontro di gravi incongruenze tra i ricavi, i compensi ed i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta.

Una contabilità regolare non impedisce all’Agenzia delle Entrate di ritenerla comunque intrinsecamente inattendibile per l’antieconomicità del comportamento del contribuente; il Fisco può desumere in via induttiva [2] sulla base di presunzioni semplici, purché gravi, precise e concordanti, il reddito del contribuente.

Un altro elemento che viene spesso preso a riferimento dall’amministrazione finanziaria nell’analisi del reddito del contribuente è il sostenimento di spese elevate per il personale rispetto ai ricavi dichiarati: comportamento questo ritenuto sintomatico della scarsa attendibilità dei ricavi stessi.

Insomma, in presenza di una contabilità formalmente regolare ma intrinsecamente inattendibile per l’antieconomicità del comportamento del contribuente, l’Amministrazione può procedere all’accertamento del reddito del contribuente mediante il metodo induttivo. Il fatto che gli studi di settore siano stati aboliti non esclude il ricorso ad ulteriori elementi di raffronto da parte dell’Agenzia delle Entrate per valutare l’inattendibilità dei dati dichiarati dal contribuente. 


note

[1] Cass. ord. n. 17596/21 del 21.06.2021.

[2] Ai sensi dell’art. 39, comma 1, lett. d), del d.P.R. n. 600/1973 e dell’art. 54, commi 2 e 3, del d.P.R. n. 633/1972


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