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Diffamazione senza codice IP

22 Giugno 2021
Diffamazione senza codice IP

Diffamazione: l’indirizzo IP è un elemento essenziale per dimostrare la commissione del reato tramite Facebook o, comunque, su Internet?

L’indirizzo IP è una targa: serve a identificare il numero della connessione da cui parte la navigazione dell’utente e a tracciarne il percorso. Così, grazie al numero di questo protocollo, si può risalire al colpevole di un reato come ad esempio nel caso di diffamazione a mezzo dei social network. Ma che succede se non c’è la certezza dell’IP? È possibile la diffamazione senza codice IP? Sulla questione, si è espressa proprio di recente la Cassazione [1]. Ecco qual è stata la risposta dei giudici. 

Cos’è l’indirizzo IP?

IP sta per Internet Protocol e sta a indicare il protocollo di accesso ad Internet, ossia un codice numerico usato da tutti i dispositivi (computer, server web, modem, cellulari) per navigare su Internet e comunicare in una rete locale. L’indirizzo IP pubblico è visibile e raggiungibile da tutti gli host della rete Internet. Proprio per questo, l’indirizzo IP – o codice IP come alcuni lo chiamano – viene usato dalla polizia postale per risalire all’identità di chi compie azioni illecite su Internet.

L’indirizzo IP è necessario per una incriminazione penale?

Secondo la Cassazione, l’assenza dell’indirizzo Ip collegato al profilo social su cui è pubblicato il post incriminato non è necessario per poter giungere a una sentenza di condanna. Scatta pertanto il reato di diffamazione per chi usa la bacheca di Facebook per post offensivi anche su base indiziaria, senza cioè il collegamento con l’indirizzo Ip. A rilevare, in questi casi, sono infatti il contenuto, il movente e la mancata denuncia dell’uso improprio del nome per prendere le distanze dalle affermazioni offensive. 

La vicenda riguarda una donna ritenuta responsabile del reato di diffamazione e che, pertanto, era stata condannata al risarcimento dei danni in favore della vittima. I post pubblicati dall’imputata sul proprio account del social network riportavano fatti della vita privata della parte lesa e del coniuge di questa, che solo l’imputata stessa poteva conoscere per via della relazione clandestina intercorsa tra i due.

La donna si era difesa in Cassazione sostenendo che il giudice avesse basato la condotta contestata su prove non certe: in particolare, a suo dire, sarebbe mancata la certezza della correlazione tra il suo profilo Facebook e i post diffamatori, essendo stata omessa ogni indagine sull’indirizzo Ip e sui dati informatici.

Ma secondo la Corte la diffamazione può configurarsi anche su base indiziaria, a fronte della convergenza, pluralità e precisione di dati quali il movente, l’argomento del forum su cui avviene la pubblicazione, il rapporto tra le parti, la provenienza del post dalla bacheca virtuale dell’imputato, con utilizzo del suo nickname, anche in mancanza di accertamenti circa la provenienza del post di contenuto diffamatorio dall’indirizzo Ip dell’utenza telefonica intestata all’imputato stesso. Nel caso di specie, l’imputato, titolare del profilo Facebook da cui era partita la frase diffamatoria, non aveva sporto alcuna denuncia di furto di identità dell’account in questione, cosa che quantomeno avrebbe potuto generare il dubbio sull’autore della condotta.

Risponde a criteri logici e a condivise massime di esperienza ritenere la provenienza di un post da un profilo Facebook di un utente che ometta di denunciare l’uso illegittimo eventualmente compiuto da parte di terzi. In buona sostanza, se il titolare dell’account non ha mai fatto una denuncia cautelativa alla polizia, segnalando che il proprio account è stato “rubato” dagli hacker o comunque ha subito delle intrusioni illegittime da parte di terzi, non può poi dire di non essere stato lui a commettere il reato che proprio tramite tale account è stato compiuto. E questo a prescindere quindi dal codice IP.

Anche per questo, non può essere esclusa la riferibilità del fatto all’imputato che, nonostante non siano stati svolti accertamenti sulla titolarità della linea telefonica usata per le connessioni interne, la provenienza dei post risulta da un profilo Facebook che indica il suo nome. Pertanto, pesa la mancata denuncia dell’uso improprio del suo nome, con la quale avrebbe potuto prendere le distanze dalle affermazioni offensive.


note

[1] Cass. sent. n. 24212/21.

Autore immagine: depositphotos.com


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