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Diritto di nascere sani: ultime sentenze

22 Giugno 2021
Diritto di nascere sani: ultime sentenze

Il danno da nascita indesiderata e il risarcimento del danno per responsabilità medica.

Responsabilità medica da nascita indesiderata e riparto dell’onere probatorio

In caso di feto malforme e conseguente nascita indesiderata, il genitore che agisce per conseguire il risarcimento del danno deve provare che la gravidanza – ricorrendone le condizioni di legge – sarebbe stata interrotta consapevolmente ove fosse stata data tempestivamente informazione dell’anomalia fetale. Tale onere probatorio può essere assolto anche tramite presunzioni, in base a inferenze desumibili dagli elementi di prova, quali il ricorso al consulto medico proprio per conoscere lo stato di salute del nascituro, le precarie condizioni psico -fisiche della gestante o le sue pregresse manifestazioni di pensiero propense all’opzione abortiva, gravando sul medico la prova contraria, che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale.

Corte appello Catanzaro sez. III, 01/04/2021, n.458

Risarcimento danni da “nascita indesiderata” e onere della prova

Nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno cosiddetto da nascita indesiderata, è onere della parte attrice allegare e dimostrare la sussistenza delle condizioni legittimanti l’interruzione della gravidanza, ai sensi dell’art. 6, comma 1, lett. b) della L. 22 maggio 1978 n. 194, ovvero che la conoscibilità, da parte della stessa, dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la sua salute fisica o psichica. L’accertamento in fatto delle condizioni in parola è riservato al giudice di merito e rimane insindacabile in sede di legittimità, sempreché il giudizio si sia compiuto nel rispetto dei parametri normativi di riferimento.

Tribunale Benevento sez. II, 05/02/2021, n.243

Mancata informazione di possibili malformazioni del feto e responsabilità del medico

Nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno cosiddetto da nascita indesiderata, il medico che non informi correttamente e compiutamente la gestante dei rischi di malformazioni fetali correlate a una patologia dalla medesima contratta può essere chiamato a risarcire i danni conseguiti alla mancata interruzione della gravidanza, la quale si giustifica oltre il novantesimo giorno, ai sensi dell’art. 6, lett. b), della legge n. 194 del 1978, in presenza di un accertamento di processi patologici che possono provocare, con apprezzabile grado di probabilità, rilevanti anomalie del nascituro, idonei a determinare per la donna un grave pericolo – da accertarsi in concreto e caso per caso, senza che sia necessario che la malformazione si sia già prodotta o risulti strumentalmente o clinicamente accertata – per la sua salute fisica o psichica.

Cassazione civile sez. III, 15/01/2021, n.653

Suicidio del paziente ricoverato in struttura ospedaliera e natura della domanda risarcitoria

In caso di suicidio del paziente, avvenuto mentre questi era ricoverato in una struttura ospedaliera, la domanda risarcitoria degli stretti congiunti per la menomazione del rapporto parentale ha natura extracontrattuale, senza che sia possibile richiamare la figura dei “terzi protetti dal contratto” posto che non è dato riscontrare gli indici normativi o di carattere costituzionale valevoli nel sottosistema dei danni da nascita indesiderata (nella specie, gli attori lamentavano che il paziente, con una lunga storia clinica di ricoveri anche in regime di Tso, era stato ricoverato per problematiche respiratorie nel reparto di medicina, senza che: a) fossero adottate debite precauzioni, e b) fosse loro permesso di prestare assistenza per la notte, nel corso della quale il congiunto si era lanciato da una finestra).

Cassazione civile sez. III, 08/07/2020, n.14258

Risarcimento del danno cosiddetto da nascita indesiderata

Nel giudizio avente ad oggetto il risarcimento del danno cosiddetto da nascita indesiderata, è onere della parte attrice allegare e dimostrare la sussistenza delle condizioni legittimanti l’interruzione della gravidanza, ai sensi dell’art. 6, lett. b, l. n. 194 del 1978, ovvero che la conoscibilità, da parte della stessa, dell’esistenza di rilevanti anomalie o malformazioni del feto avrebbe generato uno stato patologico tale da mettere in pericolo la sua salute fisica o psichica. L’accertamento in fatto delle condizioni in parola è riservato al giudice di merito e rimane insindacabile in sede di legittimità, sempreché il giudizio si sia compiuto nel rispetto dei parametri normativi di riferimento.

Cassazione civile sez. III, 06/07/2020, n.13881

Se unica è la condotta lesiva, da individuare nella omissione da parte dei medici delle gravi malformazioni del feto, integrante inadempimento contrattuale colpevole, diversa è, invece, la “situazione soggettiva finale pregiudicata”, non potendosi confondersi, nella specie, il diritto di interrompere la gravidanza con il differente diritto alla predisposizione della gestione familiare in vista dell’accoglimento del nascituro malformato. Con la conseguenza che, dedotta a fondamento della pretesa risarcitoria l’impossibilità, cagionata dall’inadempimento della prestazione professionale, di poter evitare la nascita, costituisce fatto nuovo la allegazione del differente interesse alla possibilità dei genitori di predisporre un’efficace organizzazione di assistenza del neonato.

Cassazione civile sez. III, 10/06/2020, n.11123

Erronea esecuzione dell’intervento d’interruzione della gravidanza: vanno risarciti entrambi i genitori per la lesione della libertà di autodeterminazione

Nell’ipotesi di erronea esecuzione dell’intervento d’interruzione della gravidanza che abbia dato luogo ad una nascita indesiderata, in virtù dell’interpretazione costituzionalmente orientata degli artt. 1 e 4 della legge n. 194/1978, deve essere riconosciuto non soltanto il danno alla salute psico-fisica della donna ma anche quello sofferto da entrambi i genitori per la lesione della loro libertà di autodeterminazione, da riconoscersi in relazione alle negative ricadute esistenziali derivanti dalla violazione del diritto a non dar seguito alla gestazione nell’ambito dei tempi e delle modalità stabilite dalla legge e prescindendo totalmente dalle condizioni di salute del nato, intendendosi per danni patrimoniali quelli derivanti dal necessario mantenimento della piccola e conseguenti alla compressione del diritto alla paternità consapevole e autodeterminata (nella specie pari ad € 82.000,00), mentre il danno non patrimoniale in favore del padre va determinato tenuto conto dell’incidenza della nascita sulla situazione di vita dello stesso e della scelta diversa che egli avrebbe privilegiato, assieme a sua moglie, se avesse potuto intervenire tempestivamente (nella specie: pari ad € 10.000,00).

Corte appello Torino sez. I, 08/05/2020, n.489

L’omessa informazione quale autonoma voce di danno in caso di «nascita indesiderata»

In materia di responsabilità per attività medico-chirurgica, l’acquisizione del consenso informato del paziente, da parte del sanitario, costituisce prestazione diversa rispetto a quella avente ad oggetto l’intervento terapeutico anche in ragione della diversità dei diritti – rispettivamente, all’autodeterminazione delle scelte ed all’integrità psicofisica – pregiudicati nelle due differenti ipotesi, con la conseguente configurazione di due diversi tipi di danno.

Cassazione civile sez. III, 25/06/2019, n.16892

Prova che a una corretta diagnosi di malformazioni fetali avrebbe fatto séguito l’aborto

La prova che a una corretta diagnosi di malformazioni fetali avrebbe fatto séguito l’interruzione volontaria della gravidanza, necessaria all’accoglimento della pretesa risarcitoria della madre per nascita indesiderata di un figlio menomato, è raggiungibile in via presuntiva. Per giudicare dell’assolvimento del relativo onere deve procedersi, in base ai fatti di causa, a una valutazione quantitativa di probabilità

Cassazione civile sez. III, 25/06/2019, n.16892

Diagnosi prenatale errata: il risarcimento danni spetta anche al padre

In tema di responsabilità del medico per erronea diagnosi concernente il feto e conseguente nascita indesiderata, il risarcimento dei danni, che costituiscono conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento della struttura sanitaria all’obbligazione di natura contrattuale gravante sulla stessa, spetta non solo alla madre, ma anche al padre, atteso il complesso di diritti e doveri che, secondo l’ordinamento, si incentrano sulla procreazione cosciente e responsabile, considerando che, agli effetti negativi della condotta del medico ed alla responsabilità della struttura ove egli opera non può ritenersi estraneo il padre che deve, perciò, considerarsi tra i soggetti “protetti” e, quindi, tra coloro rispetto ai quali la prestazione mancata o inesatta è qualificabile come inadempimento, con il correlato diritto al risarcimento dei conseguenti danni, immediati e diretti, fra cui deve ricomprendersi il pregiudizio patrimoniale derivante dai doveri di mantenimento dei genitori nei confronti dei figli.

Corte appello Milano sez. II, 10/05/2019, n.2090

Responsabilità medica da nascita indesiderata: il nato disabile non ha diritto al risarcimento del danno

In tema di responsabilità medica da nascita indesiderata, il nato disabile non ha diritto al risarcimento del danno, né sotto sotto il profilo dell’inserimento del nato in un ambiente familiare non preparato ad accoglierlo, né sotto quello della lesione del c.d. diritto a non nascere se non sani: in entrambi i casi la sofferenza sofferta dal nato non è comparabile con l’unica alternativa ipotizzabile, rappresentata dall’interruzione della gravidanza.

Cassazione civile sez. III, 11/04/2017, n.9251

Non è in sé risarcibile il danno patito dal neonato con patologia non diagnosticata, ma solo se derivante da negligenza medica.

Non può essere riconosciuto in capo al neonato un risarcimento da danno derivato dall’essere affetto da una malformazione congenita, rilevando solamente ai fini risarcitori quei danni che sono conseguenza della negligenza degli operatori sanitari. Non è infatti previsto un diritto a “non nascere” o a “nascere se non sani”, risolvendosi altrimenti detta posizione in un principio eugenetico contrastante con i principi fondanti l’ordinamento nazionale.

Corte appello Brescia sez. I, 29/03/2017, n.480

Le Sezioni Unite definiscono la disciplina del danno da “nascita indesiderata”

Non è risarcibile il danno da lesione del diritto a non nascere se non sani.

Pur non essendo indispensabile elevare il nascituro a soggetto di diritto, dotato di capacità giuridica, per confermare l’astratta legittimazione dello stesso ad agire per il risarcimento del danno da “nascita indesiderata”, se il danno non è stato cagionato dal sanitario, non sussiste nel nostro ordinamento un diritto a non nascere se non sani, non costituendo la “non vita” un bene della vita.

Cassazione civile sez. un., 22/12/2015, n.25767

Responsabilità medici e paramedici

Il danno c.d. da nascita indesiderata, subito dalla madre – e indirettamente dal marito – per la lesione del suo diritto di auto determinarsi alla maternità, va distinto dal danno al minore nato con anomalie o malformazioni genetiche, che, a rigore, non sussiste, in quanto l’ordinamento tutela il diritto del concepito a nascere, mentre è da escludersi la configurabilità del diritto “a non nascere” o “a nascere se non sani”, poiché contrasterebbe con le previsioni contenute nella legge sull’aborto, nonché con i principi generali a tutela della vita e pari dignità degli individui. Inoltre, il diritto a “non nascere” sarebbe un diritto adespota (in quanto ai sensi dell’art. 1 c.c. la capacità giuridica si acquista solamente al momento della nascita e i diritti che la legge riconosce a favore del concepito – art. 462, 687, 715 c.c. – sono subordinati all’evento della nascita, e, quindi, esistenti dopo la nascita), sicché il cosiddetto diritto di “non nascere” non avrebbe alcun titolare, appunto, fino al momento della nascita, in costanza della quale proprio esso risulterebbe peraltro non esistere più.

Tribunale Catania, 27/03/2006, n.1037

Il risarcimento del danno per il mancato esercizio del diritto all’interruzione della gravidanza non consegue automaticamente all’inadempimento dell’obbligo di esatta informazione che il medico era tenuto ad adempiere in ordine alle possibili anomalie o malformazioni del nascituro, ma necessita anche della prova della sussistenza delle condizioni richieste dalla legge per ricorrere all’interruzione della gravidanza. In particolare per esercitare il diritto all’interruzione della gravidanza dopo il novantesimo giorno non è sufficiente la presenza di anomalie o malformazioni del nascituro, ma è necessario che tale presenza determini processi patologici consistenti in un grave pericolo per la salute fisica o psichica della madre.

Tribunale Nocera Inferiore, 21/11/2005

Aborto: interruzione volontaria della gravidanza 

L’ordinamento positivo tutela il concepito e l’evoluzione della gravidanza esclusivamente verso la nascita, e non anche verso la “non nascita”, essendo pertanto (al più) configurabile un “diritto a nascere” e a “nascere sani”, suscettibile di essere inteso esclusivamente nella sua positiva accezione: sotto il profilo privatistico della responsabilità contrattuale o extracontrattuale o da “contatto sociale”, nel senso che nessuno può procurare al nascituro lesioni o malattie (con comportamento omissivo o commissivo colposo o doloso); sotto il profilo – latamente – pubblicistico, nel senso che debbono venire ad essere predisposti tutti gli istituti normativi e tutte le strutture di tutela cura e assistenza della maternità idonei a garantire (nell’ambito delle umane possibilità) al concepito di nascere sano. Non è invece in capo a quest’ultimo configurabile un “diritto a non nascere” o a “non nascere se non sano”, come si desume dal combinato disposto di cui agli art. 4 e 6 della legge n. 194 del 1978, in base al quale si evince che: a) l’interruzione volontaria della gravidanza è finalizzata solo ad evitare un pericolo per la salute della gestante, serio (entro i primi 90 giorni di gravidanza) o grave (successivamente a tale termine); b) trattasi di un diritto il cui esercizio compete esclusivamente alla madre; c) le eventuali malformazioni o anomalie del feto rilevano esclusivamente nella misura in cui possano cagionare un danno alla salute della gestante, e non già in sè e per sè considerate (con riferimento cioè al nascituro). E come emerge ulteriormente: a) dalla considerazione che il diritto di “non nascere” sarebbe un diritto adespota (in quanto ai sensi dell’art. 1 c.c. la capacità giuridica si acquista solamente al momento della nascita e i diritti che la legge riconosce a favore del concepito – art. 462, 687, 715 c.c. – sono subordinati all’evento della nascita, ma appunto esistenti dopo la nascita), sicché il cosiddetto diritto di “non nascere” non avrebbe alcun titolare appunto fino al momento della nascita, in costanza della quale proprio esso risulterebbe peraltro non esistere più; b) dalla circostanza che ipotizzare un diritto del concepito a “non nascere” significherebbe configurare una posizione giuridica con titolare solamente (ed in via postuma) in caso di sua violazione, in difetto della quale (per cui non si fa nascere il malformato per rispettare il suo “diritto di non nascere”) essa risulterebbe pertanto sempre priva di titolare, rimanendone conseguentemente l’esercizio definitivamente precluso. Ne consegue che è pertanto da escludersi la configurabilità e l’ammissibilità nell’ordinamento del c.d. aborto “eugenetico”, prescindente dal pericolo derivante dalle malformazioni fetali alla salute della madre, atteso che l’interruzione della gravidanza al di fuori delle ipotesi di cui agli art. 4 e 6 legge n. 194 del 1978 (accertate nei termini di cui agli art. 5 ed 8), oltre a risultare in ogni caso in contrasto con i principi di solidarietà di cui all’art. 2 cost. e di indisponibilità del proprio corpo ex art. 5 c.c., costituisce reato anche a carico della stessa gestante (art. 19 legge n. 194 del 1978), essendo per converso il diritto del concepito a nascere, pur se con malformazioni o patologie, ad essere propriamente – anche mediante sanzioni penali – tutelato dall’ordinamento. Ne consegue ulteriormente che, verificatasi la nascita, non può dal minore essere fatto valere come proprio danno da inadempimento contrattuale l’essere egli affetto da malformazioni congenite per non essere stata la madre, per difetto d’informazione, messa nella condizione di tutelare il di lei diritto alla salute facendo ricorso all’aborto ovvero di altrimenti avvalersi della peculiare e tipicizzata forma di scriminante dello stato di necessità (assimilabile, quanto alla sua natura, a quella prevista dall’art. 54 c.p.) prevista dall’art. 4 legge n. 194 del 1978, risultando in tale ipotesi comunque esattamente assolto il dovere di protezione in favore di esso minore, così come configurabile e tutelato (in termini prevalenti rispetto – anche – ad eventuali contrarie clausole contrattuali: art. 1419, comma 2, c.c.) alla stregua della vigente disciplina.

Cassazione civile sez. III, 29/07/2004, n.14488



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