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Cosa si intende per controllo a distanza del lavoratore?

23 Giugno 2021
Cosa si intende per controllo a distanza del lavoratore?

Videosorveglianza e telecamere di controllo sui dipendenti: quando sono lecite e quando invece è reato. 

Nell’ambito dei rapporti di lavoro subordinato, il datore di lavoro è titolare di una serie di poteri nei confronti del lavoratore. Si pensi al potere di stabilire l’attività da svolgere, di definire orari e mansioni e di applicare le sanzioni in caso di violazioni disciplinari. I poteri si spingono anche al controllo della prestazione lavorativa, della sua regolarità e correttezza. Ma ciò deve avvenire nel rispetto dei limiti posti dallo Statuto dei lavoratori a tutela della dignità dei dipendenti. 

I principali limiti riguardano i cosiddetti controlli a distanza. Ma cosa si intende per controllo a distanza del lavoratore? Cerchiamo di comprendere il significato di questa espressione e quali sono i divieti che la legge pone a carico dell’azienda.

Il potere di controllo e vigilanza

Il potere di controllo e di vigilanza del datore di lavoro risponde all’esigenza di verificare la regolarità della mansione svolta dai lavoratori, nonché di tutelare il lavoratore e l’azienda da danni o furti.

Tale controllo può essere effettuato direttamente dal datore di lavoro, o da altri dipendenti da questo incaricati tramite un’organizzazione gerarchica (direttori, capi reparto) o da personale esterno, ossia addetti alla vigilanza entro determinati limiti imposti dallo Statuto dei lavoratori.

I principali strumenti di controllo dei dipendenti sono costituiti dalle guardie giurate, dal personale di vigilanza e dagli impianti di videosorveglianza (le cosiddette «telecamere di controllo»). È proprio con riferimento agli impianti di videosorveglianza che si parla di controlli a distanza. 

Cosa sono i controlli a distanza? 

Il controllo a distanza è quella particolare forma di controllo che viene eseguita, tramite strumenti elettronici quali le telecamere di videosorveglianza, sui luoghi dell’azienda ritenuti maggiormente “delicati”. Essi operano quindi “in remoto”, ossia fornendo un quadro di ciò che avviene in determinati ambienti pur in assenza del datore di lavoro o del personale di vigilanza. Con questo tipo di controllo, pur «a distanza», è possibile verificare determinati aspetti connessi all’azienda.

I controlli a distanza sono legali?

I controlli a distanza non sono sempre leciti. Lo Statuto dei lavoratori (art. 4) stabilisce infatti che il datore di lavoro può utilizzare gli impianti audiovisivi e altri strumenti dai quali possa derivare anche la possibilità di un controllo a distanza dell’attività dei lavoratori a condizione che ciò avvenga per una delle seguenti finalità:

  • per esigenze organizzative e produttive;
  • per la sicurezza del lavoro;
  • per la tutela del patrimonio aziendale (sono i cosiddetti «controlli difensivi»).

Si pensi a una telecamera posizionata in vicinanza degli scaffali di un supermercato per scongiurare furti o a quella collocata in corrispondenza della porta di un negozio per verificare chi entra e, magari, prevenire l’arrivo di rapinatori o consentire al titolare, che si trova nel retrobottega, di capire quando entrano clienti. Si pensi anche a un impianto posizionato in prossimità di un macchinario pericoloso, il cui funzionamento va sottoposto a costante supervisione. 

Gli strumenti di controllo a distanza non possono invece essere utilizzati solo per controllare i dipendenti mentre lavorano, ossia per verificare che svolgano correttamente le proprie mansioni. Così il datore di lavoro non potrebbe usare la videosorveglianza all’interno di un reparto per accertarsi se il personale è ligio ai propri doveri, i rapporti tra questi e i clienti, l’attività svolta e via dicendo.

Quando possono essere effettuati controlli a distanza?

I controlli a distanza (purché eseguiti nel rispetto delle tre finalità appena indicate) possono essere predisposti solo a condizione che:

  • sia stato prima concluso un accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. In alternativa, nel caso di imprese con unità produttive ubicate in diverse province della stessa regione ovvero in più regioni, tale accordo può essere stipulato dalle associazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale;
  • in mancanza di accordo sindacale gli impianti e gli strumenti possono essere installati previa autorizzazione dall’Ispettorato territoriale del lavoro o dalla sede centrale dell’Ispettorato nazionale in caso di sedi su diversi territori.

L’accordo coi sindacati non può risultare in forma tacita ma deve necessariamente rivestire la forma scritta, giacché integra una precisa garanzia procedurale volta a contemperare l’esigenza del datore di lavoro all’organizzazione, alla produzione e alla sicurezza del lavoro e il diritto dei lavoratori a non essere controllati a distanza.

Il mancato rispetto di tali regole integra, per il datore di lavoro, un reato.

Condizioni per i controlli a distanza 

In ogni caso, e fermi i tre casi appena elencati, è possibile utilizzare i controlli a distanza se sussistono queste ulteriori condizioni: 

  • il datore di lavoro deve fornire una preventiva ed adeguata informazione al lavoratore delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli: è quindi necessario un cartello ben visibile ove sia chiarito che l’area è sottoposta a “controlli” con videocamere;
  • nel rispetto della normativa in materia di privacy: i dati quindi devono essere conservati per il minor tempo possibile e possono essere usati solo per effettuare i controlli appena indicati e non anche per altre finalità. È poi necessario nominare un responsabile del trattamento dei dati.

Tali regole vanno rispettate anche se l’impianto installato non è funzionante, quando cioè viene montato a scopo dissuasivo, o se il controllo non è continuativo. Ed infatti l’installazione di telecamere nei luoghi di lavoro, indipendentemente dal fatto che queste siano spente o non funzionanti, costituisce reato se non sono stati stipulati gli accordi e se non sono state concesse le autorizzazioni previste dalla legge, in quanto tale condotta viola la riservatezza dei lavoratori.

Telecamere nascoste

La Corte di Strasburgo ha ritenuto legittimo l’uso di un sistema di videosorveglianza occulto, ossia l’installazione di telecamere nascoste, dal quale trarre immagini finalizzate a provare un furto. Sulla questione, si è pronunciato il Garante della Privacy affermando che la sorveglianza occulta non può diventare prassi, pertanto i controlli devono sempre essere proporzionati e non eccedenti.

È necessario, come nel caso sottoposto alla Corte di Strasburgo, che ricorrano fondati e ragionevoli sospetti di furti commessi dai lavoratori ai danni del patrimonio aziendale, una circoscritta area di ripresa, la funzionalità delle telecamere per un limitato periodo di tempo e l’impossibilità di ricorrere a mezzi alternativi. Le immagini captate possono essere poi utilizzate soltanto a fini di prova dei furti commessi. 

La videosorveglianza occulta è, pertanto, ammessa solo in quanto extrema ratio, al ricorrere di gravi illeciti e con modalità spazio-temporali tali da limitare al massimo l’incidenza del controllo sul lavoratore. 

Inoltre, se sussistono le ragioni giustificatrici del controllo (per es., tutela della “sicurezza del lavoro” o del “patrimonio aziendale”), è possibile inquadrare direttamente il dipendente, senza introdurre condizioni quali, per esempio, “l’angolo di ripresa” della telecamera oppure “l’oscuramento del volto del lavoratore”. 



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