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I versamenti sospetti sul conto non provano subito l’evasione

13 maggio 2014


I versamenti sospetti sul conto non provano subito l’evasione

> Diritto e Fisco Pubblicato il 13 maggio 2014



La sola movimentazione atipica sul conto non basta a far scattare la condanna per nero: le presunzioni legali non sono prove, ma vanno unite a elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa.

Lavoratori autonomi e professionisti: più difficile da oggi ottenere una condanna penale per ricavi in nero sulla base della semplice movimentazione bancaria. Infatti, una sentenza della Cassazione di stamattina [1] ha stabilito che i versamenti sospetti sul conto del professionista non fanno scattare automaticamente la condanna per evasione fiscale. Essi, insomma, non sono di per sé una prova di “nero”.

La sentenza arriva a questa confortante conclusione sulla scorta di una massima che costituirà, da oggi, il paradigma di tutte le difese contro eventuali procedimenti penali: le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono costituire, di per sé, fonte di prova, ma devono comunque essere sempre unite a ulteriori elementi di riscontro che diano certezza dell’esistenza della condotta criminosa.

L’indagine da parte della magistratura, dunque, non può basarsi solo sul riscontro della movimentazione atipica del contro: si tratterebbe, infatti, di una presunzione insufficiente, a cui vanno unite ulteriori prove.

Attenzione però: la sentenza ritiene che tale presunzione non valga in campo penale, ma continua invece ad operare nel campo dell’illecito tributario. In altre parole, la movimentazione sospetta potrebbe far scattare un accertamento e il recupero della maggiore imposta da parte dell’Agenzia delle Entrate, ma non certo una condanna penale per evasione fiscale. Come dire: il portafoglio del contribuente viene aggredito dall’erario, non invece la fedina penale.

Al riguardo, si legge in sentenza che le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, perché assumono esclusivamente il valore di dati di fatto che devono essere valutati liberamente dal giudice penale insieme a elementi di riscontro, che diano certezza dell’esistenza del crimine. Esse possono però, in fase cautelare, proprio in quanto dati di fatto oggetto di valutazione da parte del giudice, essere poste a fondamento dell’applicazione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente.

Non c’è certezza del diritto

La pronuncia in commento si pone in contrasto con un precedente di pochi giorni fa della stessa Cassazione [2] secondo cui i movimenti bancari sospetti sono sufficienti per far scattare il sequestro dei presunti ricavi in nero.

note

[1] Cass. sent. n. 19595 del 13.05.2014.

[2] Cass. sent. n.18715 del 6.05.2014.

Autore immagine: 123rf.com

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