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Sentenze risarcimento danno violazione privacy: Cassazione

25 Giugno 2021
Sentenze risarcimento danno violazione privacy: Cassazione

Lesione diritto alla riservatezza: il danno non è mai automatico ma va dimostrato. 

Indice

La divulgazione di informazioni eccedenti il criterio di minimizzazione dei dati comporta il risarcimento del danno

Risponde dei danni determinati dall’illecita divulgazione di dati personali, ai sensi dell’art. 15, c. 1 del d. lgs. n. 196 del 2003 (applicabile “ratione temporis”) chiunque con la propria condotta li abbia provocati, indipendentemente dalla qualifica rivestita, di titolare o di responsabile del trattamento dati.

Cassazione civile sez. I, 26/04/2021, n.11020

L’Iban è un dato personale e la sua diffusione va risarcita 

In tema di protezione dei dati personali, l’art. 11, lett. a), del d.lgs. n. 196 del 2003, nel testo applicabile “ratione temporis”, anteriore alle modifiche apportate da d.l. n. 70 del 2011, conv. con modif. dalla l. n. 106 del 2011, delinea la condotta per assicurare il trattamento dei dati personali in modo lecito e secondo correttezza, che il preposto al trattamento dei dati deve serbare nei confronti del loro titolare e non già verso terzi; tuttavia la successiva diffusione di quei dati ad opera di soggetto diverso dal preposto al trattamento non elide la responsabilità di quest’ultimo, non potendosi escludere l’esistenza del nesso causale tra tale comportamento ed il danno lamentato, qualora risulti che le condotte dei terzi non sarebbero state possibili se non fossero stati resi noti i dati personali dei danneggiati.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la pronuncia di merito che aveva rigettato la domanda di risarcimento per l’illecita diffusione dei propri dati bancari, proposta dai danneggiati nei confronti della compagnia assicuratrice che li aveva risarciti in occasione di un sinistro, per avere indicato i dati stesso in calce all’atto di liquidazione trasmesso al proprio assicurato, il quale li aveva poi diffusi nel corso di una assemblea condominiale).

Cassazione civile sez. I, 19/02/2021, n.4475

Risarcimento danno da violazione privacy non sempre dovuto

Determina una lesione ingiustificabile del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali risarcibile non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11 del codice della privacy ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva; il relativo accertamento di fatto è rimesso al giudice di merito.

Tribunale Bergamo sez. I, 19/01/2021, n.87

Risarcimento violazione privacy sanzioni disciplinari 

Va escluso il risarcimento dei danni per la comunicazione – pur illegittima – da parte del dirigente scolastico alla Polizia giudiziaria, delle notizie di richiami e ammonizioni disciplinari subìte da un collaboratore scolastico. Ad affermarlo è la Cassazione che nega la richiesta risarcitoria, pur trattandosi di dati personali, in assenza della prova della consistenza del pregiudizio. Per i giudici di legittimità, in sostanza, dalla lesione del diritto alla privacy scaturisce il diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali solo se si dimostra la gravità e la serietà delle conseguenze patite dall’illegittima circolazione dei propri dati personali.

Cassazione civile sez. I, 31/12/2020, n.29982

Prescrizione lesione privacy a mezzo stampa

In tema di risarcimento del danno alla reputazione e alla immagine per diffamazione a mezzo stampa, il momento di decorrenza iniziale del termine di prescrizione quinquennale deve essere individuato nel momento di ogni singola pubblicazione e non dell’ultima, qualora non emerga una campagna diffamatoria (fattispecie in cui gli esigui articoli, cinque, tutti a firma di giornalisti diversi, erano stati pubblicati in un arco temporale molto lungo, pari a dieci anni, con contenuto ampio che non riguardava solo le vicende di quell’ex cinema particolare ma anche di altre sale cinematografiche chiuse e non ancora riutilizzate presenti sullo stesso territorio).

Tribunale Milano sez. I, 13/07/2020, n.4152

Illegittima segnalazione della banca alla Crif: il danno non è in re ipsa ma va provato

Nel nostro ordinamento, per ottenere il risarcimento di un pregiudizio conseguente all’altrui comportamento illegittimo occorre allegare e provare non solo un danno – evento, ma anche un danno – conseguenza; ciò, peraltro, vale anche con specifico riferimento alla richiesta di risarcimento del danno da illegittima segnalazione alla Centrale dei Rischi, in quanto il danno da illegittima segnalazione in Centrale Rischi non può essere considerato in re ipsa nell’illegittimità della segnalazione e non è nemmeno sufficiente la prova, da parte del danneggiato, di non aver potuto ottenere credito da altri istituti o intermediari a seguito della segnalazione: il danneggiato deve altresì provare il beneficio economico che avrebbe conseguito tramite l’impiego del denaro che gli è stato ingiustamente negato a causa della segnalazione.

Tribunale Catania sez. IV, 12/06/2020, n.2027

Il danno da illegittima segnalazione alla CRIF va provato

In tema di responsabilità civile, il danno all’immagine ed alla reputazione (nella specie, per illegittima segnalazione alla Centrale Rischi), in quanto costituente “danno conseguenza”, non può ritenersi sussistente “in re ipsa”, dovendo essere allegato e provato da chi ne domanda il risarcimento .

Tribunale Firenze sez. III, 18/05/2020, n.1081

Foto della casa pubblicate sul catalogo pubblicitario dell’impresa che ha rifatto gli infissi: nessuna violazione della privacy

Non è ravvisabile una violazione del diritto alla privacy, all’immagine o della proprietà altrui nel comportamento di chi, nel proprio personale interesse, acquisisca dati contenenti immagini del proprio manufatto che, se anche riferite a parte del mobilio o degli ambienti in cui esso si inserisce, si dimostrino prive di contenuto personale riferito al committente dell’opera (confermata la sentenza con cui era stata rigettata la domanda di risarcimento che due coniugi avevano proposto nei confronti dell’impresa che loro stessi avevano incaricato del rifacimento degli infissi della villa di loro proprietà. In particolare, i ricorrenti chiedevano il ristoro per il danno non patrimoniale subito in seguito alla pubblicazione di immagini della loro abitazione sul catalogo pubblicitario dell’impresa).

Cassazione civile sez. III, 29/10/2019, n.27613

Commette reato di trattamento illecito di dati personali chi, anche per poco tempo, posti su siti porno fotomontaggi con foto di conoscenti, prelevate da Facebook

È configurabile il trattamento illecito di dati personali nell’ipotesi in cui taluno, anche solo per un breve lasso di tempo, posta su siti porno fotomontaggi realizzati a partire da foto di sue conoscenti, prelevate da Facebook, a nulla rilevando che si è trattato di una “bravata”. La Cassazione ha confermato la condanna per l’imputato per violazione della privacy di ben 17 ragazze, nonostante avessero tutte rimesso la querela per diffamazione a seguito di uno spontaneo risarcimento di 1.300 euro ciascuna da parte del ricorrente. Per la Corte l’indiscutibile attentato all’onorabilità delle persone inconsapevolmente interessate dal fotomontaggio e l’assenza del loro consenso all’utilizzo della propria immagine sono alla base del reato previsto dall’articolo 167 del codice Privacy.

Cassazione penale sez. III, 19/06/2019, n.43534

Illegittima segnalazione della banca alla Crif: il danno non è in re ipsa ma va provato

In caso di illegittima segnalazione della banca alla Crif (Centrale rischi finanziaria) l’imprenditore, ingiustamente indicato come cattivo pagatore, non può avere de plano il risarcimento del danno, ma deve provarlo. Il danno cioè non è in re ipsa ma va provato. L’accertata violazione nell’utilizzo dei dati personali del cliente erroneamente additato dalla banca non solleva il danneggiato dal dimostrare il danno alla sua reputazione e offrire mezzi di prova per quantificarlo. Circostanza nella fattispecie non verificatasi.

Cassazione civile sez. I, 08/01/2019, n.207

Violazione del codice della privacy e condizioni per la risarcibilità del danno

La sola circostanza che i dati siano stati utilizzati dal titolare o da chiunque in modo illecito o scorretto non idonea di per sè a legittimare l’interessato a richiedere il risarcimento del danno non patrimoniale. Ed invero il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 (cosiddetto codice della privacy), pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli artt. 2 e 21 Cost. e dall’art. 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno” (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato), in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost., di cui il principio di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicchè determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11 del codice della privacy ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva. Ed inoltre i danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali in base all’art. 15 del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, sono assoggettati alla disciplina di cui all’ art. 2050 cod. civ., con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. La fattispecie delineata dai due commi dell’art. 15 del d.lgs. n. 196 del 2003 pone quindi due presunzioni: quella secondo la quale il danno è da addebitare a chi ha trattato i dati personali o a chi si è avvalso di un altrui trattamento a meno che egli non dimostri di avere adottato tutte le misure idonee per evitarlo ai sensi dell’art. 2050 c.c. e quella secondo la quale le conseguenze non patrimoniali di tale danno – sia esso di natura contrattuale che extracontrattuale – sono da considerare in re ipsa a meno che il danneggiante non dimostri che esse non vi sono state ovvero che si tratta di un danno irrilevante o bagatellare ovvero ancora che il danneggiato abbia tratto vantaggio dalla pubblicazione dei dati.

Tribunale Siena, 29/10/2018, n.1244

Il trattamento dei dati personali per finalità giornalistiche può essere effettuato anche in assenza del consenso dell’interessato

Il trattamento dei dati personali per finalità giornalistiche può essere effettuato anche senza il consenso dell’interessato, ai sensi dell’art. 137, comma 2, del d.lgs. n. 196 del 2003, ma pur sempre con modalità che garantiscano il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, della dignità dell’interessato, del diritto all’identità personale, nonché del codice deontologico dei giornalisti, che ha valore di fonte normativa in quanto richiamato dall’art. 139 del detto d.lgs. n. 196 del 2003 (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva condannato al risarcimento del danno per lesione della riservatezza, il giornalista che aveva divulgato la conversazione ripresa con una telecamera nascosta all’insaputa dell’interlocutore, in violazione dell’art. 2 del codice deontologico dei giornalisti, che vieta artifici e pressioni indebite nell’attività di raccolta delle notizie).

Cassazione civile sez. I, 09/07/2018, n.18006

Servizio in onda senza consenso della persona ripresa 

L’emittente televisiva deve risarcire il danno per violazione della privacy per il servizio mandato in onda senza il consenso della persona ripresa, della quale vengono diffusi anche dati sensibili. A precisarlo è la Cassazione che ha respinto il ricorso di Rti Spa contro la decisione che la condannava al risarcimento del danno per il servizio mandato in onda da Le Iene in cui una ragazza complice della trasmissione aveva avvicinato un ragazzo davanti a una discoteca e lo aveva interrogato sulle sue abitudini sessuali e sulla sua propensione ad avere rapporti non protetti; il tutto mandato in onda senza il consenso dell'”intervistato” che, invece, deve essere acquisito per iscritto con l’indicazione dei dati da rivelare.

Cassazione civile sez. I, 21/06/2018, n.16358

Il dipendente può registrare i colleghi di lavoro per difendersi in causa 

È illegittimo il licenziamento del lavoratore che registra e riprende le conversazioni con i colleghi a loro insaputa, se i dati non sono diffusi ma raccolti in vista di un eventuale procedimento giudiziario. Lo afferma la Cassazione per la quale non sussiste violazione della privacy, essendo la raccolta dei dati, nella fattispecie, utilizzata dal lavoratore al fine di precostituirsi degli elementi di difesa per salvaguardare la propria posizione in azienda.

Cassazione civile sez. lav., 10/05/2018, n.11322

L’illegittimo inserimento dei propri dati personali nella Banca dati delle informazioni creditizie comporta il risarcimento del danno che va, comunque, provato.

Nella specie, l’iscrizione nel Crif deriva da rinuncia a prestare garanzia come fideiussore per la concessione di un mutuo alla sorella e al cognato e non quale ritenuta garanzia di non impugnare la donazione del bene, pervenuto dai genitori, mentre la Banca, istruendo il mutuo, aveva già inserito i dati dell’appellata nel sistema di informazioni creditizie, inserendovi, poi, la rinuncia. Le informazioni strettamente personali dei soggetti che interagiscono con società finanziarie diventando pubbliche e, dunque, conoscibili a chiunque ne abbia interesse, e soggiacciono alla normativa in materia di trattamento dei dati, dalla cui omessa o inidonea informativa e del trattamento dei dati personali effettuato in violazione, comportano, ex art. 15 del Codice della privacy, la risarcibilità ai sensi dell’art. 2050 c.c. Tuttavia, il riconoscimento non è in re ipsa e va provato il pregiudizio della sfera patrimoniale o personale.

Corte appello Lecce sez. II, 19/07/2017, n.783

Danno da spamming: nessun risarcimento per poche email indesiderate

In tema di violazione della privacy, determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11, d.lg. n. 196 del 2003, ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva. Pertanto non comporta alcun danno risarcibile il fatto di aver ricevuto 10 email indesiderate, di contenuto pubblicitario, nell’arco di 3 anni, costituendo al più un modesto disagio o fastidio senz’altro tollerabile.

Cassazione civile sez. I, 08/02/2017, n.3311

Responsabilità della banca per i danni causati al cliente dalla violazione della privacy dovuta al mancato controllo  

Ai sensi dell’art. 15 del codice Privacy (L. n. 196/2003), chiunque cagiona danni ad altri a per effetto del trattamento di dati personali è tenuto al risarcimento ex art. 2050 c.c.. Dunque, la banca è responsabile dei danni (e di conseguenza è tenuta al risarcimento dei danni) in quanto, non avendo predisposto tutte le misure possibili, idonee a ridurre il rischio di accesso non autorizzato, ha causato il danno al cliente, titolare dei dati personali.

Tribunale Salerno, 04/10/2016, n.4406

Violazione dei dati personali e risarcimento del danno

I danni cagionati per effetto del trattamento dei dati personali in base all’art. 15, d.lg. n. 196 del 2003, sono assoggettati alla disciplina di cui all’art. 2050 c.c., con la conseguenza che il danneggiato è tenuto solo a provare il danno e il nesso di causalità con l’attività di trattamento dei dati, mentre spetta al convenuto la prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Cassazione civile sez. I, 23/05/2016, n.10638



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